di Andrea Sartori (Insegnante) da Protagonisti Per L’Europa Cristiana

Contestato e applaudito il discorso di Monsignor Bottoni durante la cerimonia per i caduti partigiani al Cimitero Maggiore di Milano. Si parla di una lenta e indolore morte della democrazia e dell’etica pubblica italiana.

Cosa c’è di vero e cosa c’è di falso nell’applaudito (dalla gente) e contestato (dalle autorità) sermone di Monsignor Bottoni sulla caduta dell’etica pubblica? Il prelato scopre un coperchio aperto davanti a molti di noi.
Monsignor Gianfranco Bottoni è il responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano. Durante l’omelia tenuta in occasione dell’annuale cerimonia organizzata dall’Anpi in memoria dei caduti partigiani al Campo della gloria del cimitero Maggiore di Milano, il presule ha attaccato duramente l’etica dell’attuale politica, affermando che “si assiste in questo periodo a una caduta senza precedenti della democrazia e dell’etica pubblica”, parlando inoltre di “continui colpi al sistema democratico” aggiungendo che ” è in corso una morte lenta e indolore della democrazia, una progressiva eutanasia della repubblica nata dalla Resistenza”. “Neanche quest’anno ci è stata risparmiata un’omelia di questo genere” protesta Stefano Pillitteri, assessore comunale ai Servizi Civici e rappresentante della giunta Moratti alla cerimonia, aggiungendo: “Continuo a trovare improprio una polemica di carattere politico in una sede come questa, mi sembra proprio stucchevole”.
Ma veramente l’etica pubblica sta morendo? Allora, tralasciamo per un attimo i fatti pruriginosi che hanno coinvolto il premier e il presidente della Regione Lazio. Qualche giorno fa, ai microfoni di Radiomontecarlo, Vladimir Luxuria ha giustamente affermato che Berlusconi e Marrazzo vanno giudicati in sede politica, non per i loro fatti personali: la Storia ha condannato Mussolini per la dittatura, il manganello, le Leggi Razziali e i soldati mandati in Russia con le scarpe di cartone, non per le “udienze sessuali” a Palazzo Venezia, umanamente discutibili ma politicamente nulle.
Se invece guardiamo politicamente le rappresentanze del Paese, non c’è da stare allegri. Perché ci troviamo davanti ad una politica demagogica, populista, ma in realtà lontana dalla gente.
Infatti in realtà assistiamo ad una guerra tra due parti politiche, e spesso a guerre all’interno dello stesso schieramento. Intanto la gente comune, in particolare le giovani generazioni, sembrano condannate allo sbando dalla precarietà.
Illuminante a questo proposito una lettera pubblicata da Isabella Bossi Fedrigotti all’interno del suo forum “Così è la vita” sul sito del Corriere della Sera: una ragazza racconta la sua vita di precaria, che esordisce con un triste ” O hai i genitori alle spalle o t’accontenti”. La ragazza, che si definisce “libera precaria” (cioè precaria con partita Iva) aggiunge: “Ma come si fa parlare di figli? Per farli ci vuole serenità, non l’idea che potresti perdere il lavoro da un giorno all’altro, senza neppure la necessità di un preavviso, o che se ti assenti quattro mesi per partorire e allattare sei fuori. E poi comunque poi dove lo metti un pupo? Il giorno che potrò permettermelo sarò troppo vecchia per averne la voglia e forse anche per farlo biologicamente. La maggior parte dei nostri amici non ha figli. Non è solo un fatto di soldi, manca la prospettiva a lungo termine.”
Questo è un segno della morte indolore della società italiana. Almeno Mussolini ci era arrivato a capire che la forza di una nazione si misura anche dalla capacità di creare futuro, e quindi figli. I nostri politici sono troppo impegnati nelle loro guerrette personali.
Tutto questo fa parte dell’etica pubblica, perché l’uomo pubblico ha il dovere di pensare al futuro della nazione. Invece abbiamo avuto prima un ministro che parlava di “bamboccioni”, ora ne abbiamo un altro che si lamenta del “mito dei precari”: il primo a sinistra, il secondo a destra: invertendo i fattori il risultato non cambia.
La differenza con la Francia, che investe sulla famiglia e che per questo è uno dei pochi Paesi in Europa ad aver recuperato l’attivo delle nascite sui decessi, è palese: e teniamo conto che non per questo l’economia francese è penalizzata, tutt’altro: i cugini d’Oltralpe sono, con la Germania, uno dei traini d’Europa.
I nostri giovani non sono aiutati, in compenso abbiamo dato cinque miliardi di dollari a Gheddafi, che si lamentava dei “danni coloniali” (tipo la Via Balbia, le scuole, le strade, o il progetto di Balbo di integrazione degli “italiani musulmani” come chiamava i libici. Certo, il predecessore Graziani represse ferocemente i senussi. Senussi scacciati e perseguitati anche da Gheddafi). E’ etico dare cinque miliardi di dollari ad un tiranno che ha promesso di islamizzare l’Europa per far piacere all’Eni e perché si pensa all’istituzione del Nessma Tv in Libia, mentre i ragazzi italiani vivono a 500 euro al mese? Non parliamo di veline o scandaletti, parliamo di questo: i soldi a Gheddafi mentre la ricerca langue ( e questo fa comodo a chi ha timore di energie alternative, tipo Gheddafi o sceicchi vari), la cultura (che non è “culturame” ma è una delle principali ricchezze italiane) cade a pezzi e i ragazzi vivono con 500 euro al mese.
In altri Paesi, Stati Uniti compresi, nonostante la crisi si è continuato ad investire sulla ricerca. Ricordiamo la lettera di Rita Clementi, ricercatrice precaria, a Napolitano: la donna, 47 anni, scopritrice dell’origi­ne genetica di alcune forme di lin­foma maligno, è fuggita a Boston. Forse lei era una ricchezza maggiore per l’Italia rispetto a Nessma Tv.
Ma la caduta dell’etica pubblica si vede anche dai nostri giornali. La Freedomhouse ha classificato la stampa italiana come semilibera. E’ vero, ma la colpa non è solo di Berlusconi: è da mesi che assistiamo ad una guerra di carta stampata tra la “Repubblica” di De Benedetti e il “Giornale” di Berlusconi: è una guerra fatta di colpi bassi, di gossip fatti per infangare la parte avversaria, e si è arrivati ad un livello di imbarbarimento, da una parte e dall’altra, che dovrebbero preoccupare. La stampa italiana, per la maggior parte, non è libera: risponde ad un padrone, l’editore, che la utilizza per le sue guerre personali. In guerre come queste è difficile separare il grano dalla pula, il vero dal falso.
Le informazioni che abbiamo sono quindi parziali. Le nostre prime pagine sono piene di argomenti di relativo interesse per farsi un’idea dell’Italia. Ma dobbiamo cominciare seriamente a preoccuparci per come ci tratta la stampa straniera.
Sicuramente la stampa straniera ha esagerato, e ha profferto delle calunnie. Penso in particolare alle accuse al nostro governo di aver accordi coi talebani da parte della stampa inglese, notizia smentita dai francesi. Ma dobbiamo preoccuparci quando vediamo che il nostro Paese è trattato male sulle testate dei principali Paesi democratici come Francia, Gran Bretagna o Stati Uniti, mentre viene elogiato sulla “Pravda” di Vladimir Putin. Perché dobbiamo anche preoccuparci di una politica estera che si sta spostando sempre di più verso Paesi come Russia, Turchia o Libia, allontanandosi da Europa e Stati Uniti. Questo, ad esempio, è un argomento che sembra toccare poco i lettori, sicuramente è un argomento meno popolare di escort o trans, ma è assai preoccupante: noi non stiamo trattando da pari a pari con la Russia o la Libia, ma ci stiamo loro asservendo: teniamo conto di chi sono gli uomini che governano quei Paesi.
Inoltre il nostro premier sta collaborando, per il gasdotto South Steam (avverso agli Stati Uniti) con Vladimir Putin ed Erdogan: si sono incontrati qualche giorno fa, appena dopo le allucinanti dichiarazioni di Erdogan in favore dell’Iran e della sua bomba atomica. Fino a qualche anno fa eravamo i “migliori amici” degli americani. Dov’è la coerenza? Anche questa fa parte dell’etica pubblica.