di Don Antonello IAPICCA

Le vicende politiche ci aiutano a non confidare nell’uomo e a cercare ogni giorno la Roccia dove fondare la nostra vita. Senza scandalizzarci di fronte alla debolezza, anche a quella che appare nell’agone politico. Spesso ci ergiamo a giudici degli atteggiamenti altrui, e dimentichiamo di essere fatti della stessa pasta. Potrà non piacerci, ma è anche quella dei politici. Ecco un altro aspetto che, in questa quaresima, grazie alle elezioni in Italia, possiamo approfondire, e cioè quanto pesa in noi, nei criteri che muovono le scelte e le azioni, il moralismo. Possiamo guardarci dentro e cercare di quantificare il tasso di moralismo che scorre nelle nostre vene.

Quanto ci indignamo dinnanzi alle perfomance dei politici, alle loro gaffes, pensando, e credendo, di essere migliori, e che il livello è proprio basso e così via? Guardiamoci dentro, sinceramente, e forse dovremo scoprire di non essere così diversi, e che, nel criterio per discernere e votare, la coerenza totale, la grande serietà, in una parola, l’impeccabilità, non possiamo proprio esigerla da chi ci governerà. Non ne abbiamo il diritto, a meno di non voler continuare sul cammino percorso dagli Scribi e dai Farisei, usurpatori della Cattedra di Mosè, dispensatori ipocriti di regole e precetti puntualmente disattesi ma utili ad innalzarsi sugli altri ad esibire una presunta diversa moralità. Idee, ideali e programmi politici incartati in un moralismo luccicante “sono tuttavia, storicamente considerate, una retrocessione a prima della Novità cristiana, una svolta a rovescio della scala della storia….. Una simile politica, che fa del regno di Dio un prodotto della politica e piega la fede sotto il primato universale della politica, è per sua natura politica della schiavitù; è politica mitologica” (Card. J. Ratzinger, Omelia tenuta il 26 novembre 1981 durante una liturgia per i deputati cattolici del parlamento tedesco nella chiesa di San Winfried a Bonn).

Il moralismo, una delle possibili coniugazioni della mitologia, (la parola mito (dal greco mythos) equivale a favola, e significa narrazione favolosa delle qualità e delle gesta di esseri ideati come divini, o più che umani: di dei o di eroi. La mitologia dunque è la scienza delle antiche favole proprie d’una etnia o di una nazione), altrimenti chiamato pelagianesimo, è un sentimento che giace nelle profondità del nostro cuore, e ci accompagna, ci fa presumere delle nostre capacità, ci porta a giudicare e disprezzare gli altri, e, alla fine, scontrandosi con l’evidenza della nostra debolezza, ci fa disperare di noi stessi. E’ quanto di più fantasioso possa prodursi, favole che ci raccontiamo e che ci sforziamo di credere; immagini di noi stessi, della società, del futuro del tutto irreali, ben confinate nei sogni, speranze di qualcosa che non c’è e che si vorrebbe avere, o realizzare. Moralismo, mitologia che si trasformano in idolatria, che ci tiranneggia, e ci obbliga ad adorare, a servire, idoli muti, sordi, vani. Il moralismo è la vanità delle vanità, e la fa da padrona, in noi, nella società. Facile comprendere come, quando la mitologia moralistica è applicata alla politica, possa ingannare e partorire disastri. In un vecchio editoriale (che pubblichiamo alla fine di queste riflessioni), il settimanale il Sabato citando Del Noce scriveva “che tutta l’epoca moderna nasce con il sopravvento di Pelagio su Agostino e con la separazione, interna al pensiero cristiano, fra verità e grazia. (Non si sentono anche oggi richiami a «coniugare verità e libertà», come se questo fosse praticamente possibile senza l’incontro storico con la grazia di Gesù Cristo?)”. Benedetto XVI in una catechesi sulla Chiesa sottolineava come essa sia un’opera dello Spirito Santo quando ha detto che “Sant’Ireneo scrive: “Dove c’è la Chiesa, lì c’è anche lo Spirito di Dio; e dove c’è lo Spirito di Dio, lì c’è la Chiesa ed ogni grazia; poiché lo Spirito è verità” (Adversus haereses, III, 24, 1: PG 7,966). Quindi esiste un intimo legame tra lo Spirito Santo e la Chiesa. Lo Spirito Santo costruisce la Chiesa e dona ad essa la verità, effonde – come dice san Paolo – nei cuori dei credenti l’amore (cfr Rm 5,5)”. Ma contemporaneamente, con un grande realismo che ci consola infinitamente, ne evidenziava anche gli aspetti umani, le debolezze, soprattutto in relazione alla comunione: “Questo intimo legame con lo Spirito non annulla la nostra umanità con tutta la sua debolezza, e così la comunità dei discepoli conosce fin dagli inizi non solo la gioia dello Spirito Santo, la grazia della verità e dell’amore, ma anche la prova, costituita soprattutto dai contrasti circa le verità di fede, con le conseguenti lacerazioni della comunione. Come la comunione dell’amore esiste sin dall’inizio e vi sarà fino alla fine (cfr 1 Gv 1,1ss), così purtroppo fin dall’inizio subentra anche la divisione. Non dobbiamo meravigliarci che essa esista anche oggi“. Come pretendere allora dalla politica e dai politici quello che proprio non possono dare? Attenzione dunque, a non cadere nei tranelli moralistici al momento del voto. I puri, i moralmente superiori, i migliori non esistono. Tanto meno esiste una casta politica di sacerdoti del buon governo, onesto e serio che dispensi pace, denaro e felicità; non esiste un’elite di perfetti ai quali delegare e sui quali proiettare le nostre qualità morali frustrate nei limiti della debolezza. Non esistono paladini, non esistono totem di specchiata moralità, se non nelle illusioni ideologighe e demagogiche cha hanno ingoiato milioni di persone. Esistono invece timidi tentativi umani nei quali sono celati i balbettii della Grazia, che abbiamo il dovere di cercare tra le pieghe dei programmi politici. Queste tracce di Dio, del suo amore per l’uomo, per la famiglia, per la vita, per tutte le povertà, soprattutto quelle dei più indifesi, anziani, malati ed embrioni dobbiamo individuare, discernere e scegliere. Il Card. Ratzinger affermava infatti che “Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell’avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”. E ciò vale per tutta la nostra vita, l’abbandono confidente alla Grazia invece dei pugni chiusi di un moralismo esigente che ci dilania e avvelena tutto e tutti. Non possiamo continuare a tagliare con l’accetta di un irato manicheismo la storia e le persone. Nella vita come nella politica. Per questo ancora il Card. Ratzinger ci ammonisce che “Non esistono due tipi di morale politica: una morale dell’opposizione e una morale del dominio. Esiste soltanto una morale: la morale come tale, la morale dei comandamenti di Dio, che non possono essere messi fuori corso, neanche per qualche tempo, allo scopo di accelerare un cambiamento delle cose… Il cristiano è sempre un sostenitore dello stato nel senso che egli compie il positivo, il bene, il quale tiene insieme gli stati. Non ha paura di contribuire così al potere dei cattivi, ma è convinto che sempre e soltanto il rafforzamento del bene può abbattere il male e ridurre il potere del male e dei malvagi. Chi mette nei suoi programmi uccisioni di innocenti o rovine di proprietà altrui non potrà mai richiamarsi alla fede… Solo là dove il bene si fa e si riconosce come bene, può anche prosperare una buona convivenza tra gli uomini. Il perno di un’azione politica responsabile dev’essere quello di far valere nella vita pubblica il piano della morale, il piano dei comandamenti di Dio” (J. Ratzinger, Omelia è tenuta il 26 novembre 1981….). In un libro meraviglioso di Sigrid Undset, premio Nobel per la letteratura, Kristin, la protagonista, al termine della sua vita scopre il mistero della Grazia che l’aveva sempre accompagnata: “Una cosa era certa: Dio, ella lo sapeva, aveva stretto un patto con lei, un patto d’amore col quale la legava a sé in eterno, indipendentemente dalla sua volontà, dai suoi pensieri terreni, questo amore era esistito sempre in lei, aveva agito come il sole sulla terra che dà alla fine i suoi frutti. Questi frutti nessuno avrebbe potuto distruggerli, né il fuoco dei desideri carnali, né l’orgoglio, né l’ira folle. Era stata serva di Dio, anche se ribelle, restia, infedele nel cuore, con una preghiera falsa sulle labbra; una serva maldestra, insofferente davanti alla fatica, indecisa, ma Dio aveva voluto mantenerla lo stesso al suo servizio“(S. Undset, Kristin figlia di Lavrans, Rizzoli). Sapere questo, sperimentare questo potere della Grazia proprio nella nostra debolezza, saperci dei graziati, e vivere ogni istante la gratitudine, la consapevolezza che Lui
ci mantiene al suo servizio e che alla fine il suo amore darà i suoi frutti, è il dono più grande per la nostra vita. E’ la libertà da noi stessi, dalla tirannia dell’ego che ci opprime. La conoscenza di se stessi che tanti santi hanno posto al centro della loro esperienza, perchè esattamente nella debolezza si manifesta la potenza di Dio. La libertà che la Chiesa conosce e pone a fondamento dell’evangelizzazione: “La costante preoccupazione di ogni catechista – quale che sia il livello delle sue responsabilità nella chiesa – dev’essere quella di far passare, attraverso il proprio insegnamento ed il proprio comportamento, la dottrina e la vita di Gesù. Egli non cercherà di fermare su se stesso, sulle sue opinioni ed attitudini personali l’attenzione e l’adesione dell’intelligenza e del cuore di colui che sta catechizzando; e, soprattutto, non cercherà di inculcare le sue opinioni ed opzioni personali, come se queste esprimessero la dottrina e le lezioni di vita del Cristo” (Giovanni Paolo II, Catechesi tradendae, n.6). E’ questa la sapienza che ha sempre guidato la Chiesa, che affranca i suoi figli dall’idolatria di illusorie speranze di perfezioni che non sono di questo mondo. Avere chiari i propri limiti significa la fine di ogni esigenza, verso di noi e verso gli altri. E’ il primato della Grazia, che può aprirci gli occhi ed aiutarci a discernere anche in queste elezioni, con libertà e criteri purificati. “San Gregorio Magno, un Papa molto attento all’insegnamento della morale, a chi gli chiedeva «quale opera avesse compiuto una certa persona per ricevere doni così grandi», nei Dialoghi risponde: «L’opera, o Pietro, viene dal dono, non il dono dall’opera; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia. I doni precedono ogni opera anche se dall’opera che ne segue gli stessi doni diventano più grandi».