La politiche economiche e quelle per lo sviluppo non nasceranno più a Roma
di Marcello Foa
Tratto da Il Giornale del 7 settembre 2010

Ma perché le grandi riforme europee vengono fatte sempre all’insaputa del popolo? E poi: siamo certi che siano davvero grandi?

Come sempre, quando si affrontano i temi europei, la cautela è d’obbligo. Ma a leggere le indiscrezioni uscite sulla stampa europea e annunciate in Italia da Giulio Tremonti in un’intervista a Repubblica, i Ventisette Paesi dell’Unione europea si apprestano a cambiare le regole economiche e finanziarie. In un contesto, però, di inquietante opacità.

Riepiloghiamo. Lo scorso maggio la Ue salvò in extremis la Grecia, varando il megafondo di garanzia e annunciando una rivisitazione restrittiva dei criteri di Maastricht fortissimamente voluta dalla Germania. Sull’onda il Consiglio europeo decise di riscrivere il Patto di Stabilità e di Crescita.

In una vera democrazia un passaggio così importante verrebbe intrapreso alla luce del sole, dando modo all’opinione pubblica e al Parlamento di dibattere la riforme. Ma l’Unione europea è un essere amorfo, né maschio né femmina, né Stato, né Confederazione, governato secondo meccanismi complessi e imperscrutabili. Nominalmente debole, in realtà potentissimo. Da metà maggio a oggi è calato il silenzio sul nuovo Patto, che però nel frattempo è stato riscritto. Con scelte rivoluzionarie.

L’Italia perde un’altra fetta di sovranità. Secondo lo schema illustrato da Tremonti le politiche finanziarie e, attenzione, anche quelle per lo sviluppo, saranno decise non più a Roma, ma a Bruxelles. Ogni anno da gennaio ad aprile si svolgerà una sessione di bilancio europea. Ogni Stato presenterà i suoi progetti, destinati a essere discussi collettivamente da tutti gli altri Stati e coordinati dalla Commissione europea.

Dunque sarà Bruxelles, e non più il Parlamento, a decidere come lo Stato italiano debba risanare i conti pubblici e rilanciare la propria competitività, seguendo una pianificazione decennale (Twenty-twenty l’hanno chiamata, ovvero 2010-2010) che dovrà essere coerente con la struttura del blocco europeo e prevalente rispetto alle visioni nazionali.

Che Bruxelles debba tenere d’occhio i nostri conti è comprensibile, d’altronde lo fa già. Ma perché deve decidere la nostra politica industriale? Per quale ragione portoghesi, olandesi, polacchi e persino rumeni devono valutare la nostra competitività? In America la California non si sogna nemmeno di vagliare eventuali incentivi normativi e fiscali della Florida o del Wisconsin. Che senso ha imporre un orientamento comune a Stati che hanno vocazioni e identità industriali diverse?

Tutti elogiano la Germania. Ma l’Italia non è la Germania. Berlino esporta tramite i grandi gruppi, noi per il 93% grazie ad aziende piccole e medio-piccole, come ha appena certificato la Simest. Che cosa accadrà se i Ventisette obbligheranno il nostro governo a favorire i colossi anziché i piccoli?

La sensazione, sgradevolissima, è che la Ue abbia recepito le proposte formulate in primavera da Mario Monti, il quale, in teoria, auspicava più competizione, ma di fatto un controllo sempre più eurocentrico e dirigista.

Tremonti l’ha definita «una fondamentale devoluzione di potere insieme “dal basso verso l’alto” e “dal diviso all’unito”». Sono concetti che un liberale non può non accogliere con disagio.

Dal basso? Chi ha deciso questa devoluzione? Non certo il popolo e nemmeno il Parlamento. Lo stesso Monti l’altro giorno si è lamentato del fatto che l’opinione pubblica non abbia parlato delle riforme. Ma come facevano i giornali a darne conto se, né l’Unione europea, né i governi hanno aperto bocca?

Hanno deciso tutto loro. A nostra insaputa. E dovremmo persino sentirci in colpa.