di don Luciano Ruga*

ROMA, mercoledì, 9 giugno 2010 (ZENIT.org).- Il 27 marzo scorso il Santo Padre Benedetto XVI ha firmato il decreto che riconosce l’eroicità delle virtù di mons. Luigi Novarese, apostolo della sofferenza e fedele collaboratore di Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI in Segreteria di Stato.

La notizia della firma del decreto ha riempito di gioia i cuori di tutti gli aderenti alle sue Associazioni. E’ un dono grande del Signore, che attendevamo e del quale ringraziamo, impegnandoci ad esserne degni.

A Roma, in un quartiere periferico, è stata dedicata una via a monsignor Luigi Novarese. Il fatto suggerisce alcune riflessioni, sulla sofferenza nelle periferie del mondo.

Alcuni anni fa, fu presentata alle autorità comunali di Roma la richiesta di intestare una via al fondatore del CVS. La richiesta è stata recentemente accolta. Una via, posta in una località periferica della città di Roma, è ora denominata “Via Mons. Luigi Novarese: sacerdote”.

La via scelta si trova lontano dal centro e dai luoghi più importanti e conosciuti, in una zona povera e in via di sviluppo.

È una situazione che può offrire un interessante spunto di riflessione. La sofferenza, realtà al cui superamento mons. Novarese si è pienamente dedicato, è infatti un’esperienza di “periferia”, qualcosa che appartiene alle terre di confine. Non dispiace in tal senso che il nome di Luigi Novarese segni il territorio in un luogo lontano dal centro.

La sofferenza è certo universale, non fa sconti a nessuno, abita la casa del ricco e quella del povero. È pur vero, tuttavia, che più facilmente associamo il dolore alle situazioni marginali e povere, alle periferie del mondo, dove, come si suol dire “piove sul bagnato”. La sofferenza è un’esperienza di confine. Mai totalmente superata, sempre nuova e provocante in ogni sua manifestazione, non ne siamo mai “abituati” e sempre siamo messi in discussione, provocati a cambiare, possibilmente a crescere.

Il Venerabile Luigi Novarese ha collocato nelle periferie del dolore umano il segno della croce, mantenendolo ben fermo. La Via a lui dedicata disegnerà almeno un paio di croci, raggiungendo le vie che la intersecano. Nella riflessione sul segno della croce, una delle immagini ricorrenti è proprio quella dell’incrocio stradale, che è luogo di scelte.

La ricerca di una direzione comporta il rischio di sbagliare strada. Giunti all’incrocio ci si ferma a riflettere, si ricerca, si sente il peso del dubbio. Non è certo un caso che le tradizioni religiose abbiano abitualmente riservato agli incroci stradali l’attenzione di un qualche segno tutelare; per i cristiani le cappelle votive, le riproduzioni di croci o calvari.

Per Luigi Novarese la croce non è mai un segno statico. Posta nel cuore dei duri incroci della sofferenza, è punto che irradia vita intorno a sé. Frutto della croce è un’esistenza donata agli altri generosamente, nella preghiera, nel servizio operoso, nel prendersi cura, nel condividere sofferenze e gioie, nel dialogo e nel rispetto, nella capacità di perdono. La croce è sorgente di una missione preziosa, da compiere sempre, soprattutto nelle periferie.

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*Don Luciano Ruga è il Moderatore dei Silenziosi Operai della Croce.