di Dino Cofrancesco
Tratto da L’Occidentale l’11 maggio 2011

Nella prima parte del discorso sui laici e sul significato della ‘laicità’ oggi, ho avanzato forti riserve sull’uso di un sostantivo – il ‘laico’ per l’appunto – che, secondo uno stile retorico (purtroppo ampiamente) diffuso nella ‘ideologia italiana’, promuove sul campo gli “aggettivi” elevandoli a sostantivi.

E’ capitato all’antifascista che, da attributo inseparabile dalla democrazia liberale, è divenuto il servo padrone sicché non è l’antifascista (aggettivo) a esporre le sue credenziali al democratico liberale (sostantivo) ma è questo a sottoporsi al giudizio di quello. In questo stravolgimento semantico, c’è una logica ed è quella di svuotare, rendendola priva di senso, l’osservazione scontata che “tutti i democratici sono antifascisti ma non tutti gli antifascisti sono democratici”. Se ‘antifascista’ non è più un attributo inseparabile dal sostantivo ‘democratico’, se diventa un valore in sé, anzi il fondamento della stessa costituzione di un popolo, ne deriva che “tutti gli antifascisti sono, in quanto tali, democratici” e se qualcuno nutre dei dubbi sulla democraticità di chi si professi insieme antifascista e comunista fuoriesce dall’antifascismo, nelle cui fila vuol mettere zizzania, e, in tal modo, diventa un ‘nemico oggettivo’ della democrazia.

A un destino analogo si espone il laico, nella sua accezione filosofica, quando si contrappone al credente e al dogmatico, che pur mostra talora di rispettare. Se si hanno le stimmate della laicità, i codici di condotta che si seguono, i modelli di vita buona che si raccomandano, i progetti di legge che si caldeggiano non hanno più bisogno di venir messi in discussione:è laico tutto quello che viene da una ‘tradizione’che, tra alti e bassi, va da Ernesto Rossi a Massimo Teodori, passando per il compianto Alessandro Galante-Garrone. L’interpretazione che questa ‘scuola di pensiero’ dà dei compiti e delle funzioni dello Stato non è – in una logica di pratica umile della democrazia– un’interpretazione, tra diverse altre possibili, ma è, come la sentenza del giudice, “bocca della verità”, dictamen rectae rationis. Così, per fare un esempio significativo, se si ritiene che ‘dare soldi’ alle scuole private significhi violare l’articolo 33 della Costituzione–” L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. / La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. / Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. /La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”–non c’è discorso che tenga: sarebbero parole al vento quelle di chi facesse rilevare che le scuole private non possono rivendicare un ‘diritto costituzionale’ al sostegno pubblico ma nulla impedisce, sul piano delle leggi ordinarie (per loro natura sempre revocabili), a un governo di venire incontro ai bisogni di istituti scolastici, cattolici o laici, ritenuti di particolare rilevanza educativa, a quel modo in cui viene incontro ad altre associazioni culturali–come ad es. il vecchio Istituto Gramsci – o a industrie come quella editoriale e cinematografica. Che un film come Noi credevamo di Mario Martone sia stato finanziato coi soldi dei contribuenti, per uno storico come me che ne ha dato un giudizio negativo (confortato, peraltro, da una recensione stroncatoria di Mario Di Napoli sull’’Azione Mazziniana’), è un pensiero insopportabile ma non pertanto quel finanziamento diventa illegittimo in base al principio che le attività culturali ed educative, intraprese dai privati, non debbano comportare “oneri per lo Stato”. Martone, infatti, non ha rivendicato alcun ‘diritto soggettivo’ all’aiuto statale, non si è appellato a nessuna norma costituzionale e, pertanto, quell’aiuto può essere discutibile (sulla base dei miei parametri estetici e culturali) ma non è illegittimo, né anticostituzionale. E questo per non parlare delle questioni bioetiche, in cui già il farsi domande su certe questioni vale la messa alla gogna con un cartello infamante che reca la scritta “oscurantista!” (ovviamente non entro nel merito dei problemi: la mia etica, nel caso del problema finis vitae mi porta, con Hume e con gli antichi Stoici, a legittimare il ‘suicidio’ma, da buon liberale, non intendo imporla a tutti anche perché capisco le ragioni di chi è in profondo disaccordo con la mia ‘tolleranza’).

Accanto all’accezione per così dire ‘filosofica’ della laicità, però, c’è n’è una più scopertamente etico-politica, i cui contenuti sono tanto complessi quanto subdoli. In quest’accezione ideologica, la laicità è un lago culturale (poco limpido) in cui confluiscono due fiumi provenienti da diverse sorgenti: il primo è l’antitotalitarismo; il secondo è la ‘terza via’. Si tratta di fiumi senza rapporti di parentela ma che dopo aver travasato le loro acque nel lago, diventano, grazie al gioco delle tre carte, indistinguibili.

Il primo, definito dall’antitotalitarismo, è una posizione concettuale che ha soltanto un difetto ma irreparabile: esso, facendo del laico il “civis” coerente che si oppone sia al fascismo che al comunismo, si ritrova, a meno di non alterare o edulcorare la storia, con un paniere concettuale semivuoto. Tra i protagonisti delle nostre guerre civili – in un senso lato che ricomprende anche le battaglie ideali, quelle sulla carta o nelle tribune politiche – quanti erano davvero disposti a mettere comunismo e fascismo sullo stesso piano? Se pensiamo ai liberali conservatori degli anni venti, essi dissero “no!” al comunismo ma, almeno in un primo tempo – emblematico il caso di Benedetto Croce – al fascismo dissero “ni !”: et pour cause dal momento che il fascismo si presentò alle classi borghesi e benestanti come il salvatore della comunità politica, dissanguata, materialmente e spiritualmente, dalla guerra mondiale e minacciata da fratture insanabili e tali da rimettere in gioco lo stesso stato unitario. Se pensiamo, invece, ai liberali progressisti – categoria vaga ed evanescente che adopero solo per compiacere i retori della laicità), essi dissero “no!” al fascismo ma “ni!” al comunismo: e anche qui pour cause. I regimi autoritari e totalitari di destra, infatti, in Spagna come nel resto dell’Europa, potevano essere abbattuti solo alleandosi con l’Unione Sovietica e, all’interno degli stati nazionali piegati dal fascismo e dal suo alleato nazionalsocialista, era impensabile la guerriglia resistenziale senza la mobilitazione delle masse operaie e contadine comuniste.

Queste circostanze, da valutare al di fuori di qualsiasi attitudine moralistica, spiegano perché, a guerra conclusa, un liberale di destra come Alberto Giovannini potesse dirigere per qualche tempo ‘Il Secolo d’Italia’ e un liberale di sinistra, come Franco Antonicelli, potesse lasciare la sua biblioteca ai portuali della CGIL livornese.

Tanto antifascisti quanto anticomunisti? Sono mitologie che vanno lasciate ai pretoriani della Costituzione e della laicità come Corrado Ocone o Massimo Teodori, i nuovi Mario Appelius della political culture egemone in Italia (nonostante, o forse anche per questo, i tanti anni di governo del centro-destra). Lo studio serio e disinteressato dei documenti, degli atti di convegno dei partito, degli scritti teorici dei leader, ci mostra solo come l’equidistanza fosse una pia illusione. Non si trovava neppure in Politica e cultura di Norberto Bobbio che pure voleva essere una critica serrata e circostanziata del comunismo italiano rappresentato da Palmiro Togliatti e da Galvano Della Volpe ma che finiva per essere un discorso interno a uno schieramento. Come ha ricordato qualche giorno fa Giuseppe Bedeschi sul ‘Corriere della Sera’, il ‘liberale’(!) Bobbio non esitava ad affermare:” se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova, immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell’isola dell’interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni”.

A ben riflettere, la ragione filosofica che impediva agli azionisti – che per agiografi alla Teodori rappresentano la quintessenza della laicità – era una concezione assai poco ‘laica’ della democrazia liberale riguardata come la locomotiva della Storia senza marcia indietro e senza freni. In base alla loro Weltanschauung, la democrazia non era registrazione dell’esistente, annotazione di quanto gli uomini in carne ed ossa–col loro passato, con le loro aspirazioni, con i loro legami familiari, sociali e ambientali, coi loro pregiudizi, certamente – si aspettano dalla convivenza sociale e dallo Stato custode bensì redenzione, riforma morale e intellettuale degli Italiani, riscatto sociale, distribuzione di benessere materiale e di ‘diritti sociali’. Ne derivava l’assoluta riluttanza a riconoscere sia i valori della destra che i vincoli della Tradizione e per certi aspetti la tentazione di scavalcare a sinistra lo stesso ‘comunismo nazionalpopolare’ con le sue pretese di “venire da lontano”. (Non è casuale il deciso antistoricismo dei filosofi del diritto e della politica, che, formatisi alle scuole degli epigoni dell’azionismo, si sono convertiti alla filosofia analitica usandola come strumento nichilistico di dissolvimento di tutti i valori comunitari ancora sopravvissuti e non come regola di prudenza e attitudine realistica, qual’era nell’antenato nobile degli analitici, David Hume). Per i laici-azionisti il comunismo era la degenerazione di una cosa buona (la giustizia sociale) mentre il fascismo era il concentrato du tutto ciò che la storia di aveva trasmesso di brutto, sporco e cattivo – dalla Controriforma al sanfedismo alla reazione agraria. Quando cadde il Muro di Berlino non pochi di loro – sinceramente avversi all’Unione Sovietica – si chiesero: ‘e ora chi difenderà i ‘dannati della Terra?’. E’ del tutto escluso che sia siano chiesti, alla morte di Francisco Franco :’ e ora chi difenderà la Spagna di Ferdinando il Cattolico e di Santa Teresa d’Avila?’. Questo ‘doppiopesismo’ ha serie e innegabili giustificazioni storiche e ideali – e in parte le condivido – ma sempre di doppiopesismo si tratta. In realtà, se si vogliono trovare nemici giurati tanto dei comunisti quanto dei fascisti, si deve andare nella Germania del primo dopoguerra dove i socialdemocratici di Weimar al potere – quei socialdemocratici che attendono ancora che si renda loro giustizia, ma in Italia quell’ora è assai lontana – reprimevano, a suon di cariche della polizia, tanto i sovversivi nazisti quanto gli spartachisti. Da noi, nel secondo dopoguerra, di veri laici – nel senso dell’equidistanza – ce ne sono stati pochissimi: tra quelli che vengono in mente ci sono Randolfo Pacciardi e quel Mario Scelba, che, nell’immaginario collettivo della sinistra nessuno etichetterebbe come laico.

In realtà agli aedi della ‘laicità’ è poco congeniale il volto bifronte di Giano, che con una faccia guarda in cagnesco i comunisti e con l’altra i fascisti: se si tratta, sic et simpliciter, di due negazioni viene meno la ragione del loro apprezzamento. A Giano occorre un cervello e questo cervello viene portato dalle onde dell’altro fiume che confluisce nel gran lago laico, la “terza via”. Quest’ultima, si badi bene, non vede più nel comunismo un Satanasso in camicia rossa contrapposto a un Belzebù in camicia nera – l’illusione, appunto, dell’equidistanza, ma, come s’è accennato, un “eccesso”, un valore positivo – l’eguaglianza – che viene assolutizzato e messo in condizione di prevalere e di soffocare gli altri. Il comunismo rappresenta una ‘unilateralità analoga e opposta a quella ‘occidentale’ che, privilegiando la libertà e dando briglia sciolta a quella d’impresa – il ‘mercato selvaggio’ – porta a un eccesso diverso: là l’eguaglianza umilia e calpesta la libertà, qua la libertà vive e prospera grazie allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Tra queste due divinità litigiose, nel paese uscito dalla dittatura, il laico-azionista “fé silenzio e arbitro s’assise in mezzo a lor”.

S’è parlato del ‘gioco delle tre carte’ e, in effetti, di questo si tratta giacché a Giano viene messa una divisa ideologica ben precisa : fuor di metafora, si fa passare l’idea che la guerra su due fronti –i due ‘anti’: comunismo e fascismo – appartenga allo stesso ordine di idee della ‘terza via’. C’è, tuttavia, da rilevare che gli obiettivi polemici coincidono solo nel caso del comunismo, che una volta compare come male assoluto (l’anticomunismo nella teoria dell’equidistanza) e una seconda volta come male relativo (l’enfasi posta sulla giustizia sociale, sull’eguaglianza, a scapito della libertà, nella teoria della ‘terza via’). Il fascismo, invece, compare solo nella teoria dell’equidistanza, e il liberalismo economico (o, se si preferisce, il capitalismo occidentale) compare solo nell’ideologia della terza via, e vi compare anch’esso come male relativo (l’enfasi posta sulla libertà di mercato a scapito dei ‘diritti sociali’). Male relativo, però, è lo stesso che ‘bene relativo’ ovvero bene incompleto, unilaterale e, pertanto, insoddisfacente.. E qui si nota che il comunismo, male assoluto nella battaglia antitotalitaria, passando nel registro della ‘terza via’, perde le sue connotazioni diaboliche e si ritrova trasfigurato in un valore ‘incontinente’ e debordante proprio come incontinente e debordante è il suo nuovo avversario ideologico, il liberalismo. In tal modo, se sul piano del doppio antitotalitarismo, è inammissibile essere comunisti o fascisti, sul piano della terza via, diventa comprensibile e tollerabile sia che si possa essere comunisti sia che si possa essere liberali giacché ora il conflitto politico non è più una ‘guerra di liberazione’, uno ‘scontro di civiltà’, ma diventa il confronto tra due diverse facce del prisma sociale, entrambe fornite di buone ragioni, anche se entrambe portate a farle valere calpestando i diritti altrui.

Con questa strategia intellettuale (forse non sempre consapevole), si ottiene, oltretutto, la oggettiva diminutio etico-politica del liberalismo. Nel doppio antitotalitarismo – almeno nei paesi in cui riuscì maggiormente a permeare le istituzioni politiche e il diritto – il liberalismo era l’autentico Signore della Storia e dell’Etica pubblica occidentale: solo la libertà liberale, infatti, era in grado di opporsi, decisamente e coerentemente, sia al fascismo che al comunismo – v. la political culture dominante negli Stati Uniti, con la sua intransigenza nei confronti dei cittadini aderenti ai movimenti totalitari, di destra e di sinistra, non immune talora da un certo spirito persecutorio. Nella teorica della terza via, l’ammazzacattivi liberale, invece, diventa, da medico, paziente :è un malato come il suo avversario ideologico ma non c’è nulla di compromesso giacché il laico terzista sarà, alla fine, in grado di mettere a frutto quanto l’uno e l’altro hanno espresso di buono. Anche sotto questo profilo, quindi, sarebbe meglio relegare in soffitta il sostantivo ‘laico’ e fare della laicità un valore ‘astratto’ come la Bontà, la Virtù, la Responsabilità che non “s’incarnano” in nessun individuo singolo e in nessun partito ma ai quali tutti dovremmo conformare le nostre azioni.

Riassumendo, i pataccari del ‘laicismo’, in Italia, a livello filosofico, hanno identificato il ‘laico’ (sostantivo) col non credente, con chi segue il lume della ragione e non si lascia sedurre dalle superstizioni e dalle etiche eteronome, a differenza dell’uomo di fede, dogmatico e reazionario. Come si è detto, questo equivale a dare di sé una definizione non neutrale come sono neutrali, invece, almeno in teoria, le appartenenze geografiche, religiose culturali che non ostentano superiorità intellettuali o morali ma dichiarano una mera ‘diversità’: professarsi ‘laici’ nel senso di Carlo Augusto Viano o di Stefano Rodotà ha una diversa valenza che dirsi di Savona o di Frosinone, giacché, nel primo caso, l’autorappresentazione è ‘valutativa’, nel secondo, meramente descrittiva.

A livello etico-politico, i laicisti hanno fatto peggio: hanno sovrapposto antitotalitarismo e terza via nell’intento di fare della seconda il vero, coerente e completo, garante del primo. Per loro, se il ‘male assoluto’ del mondo contemporaneo è il totalitarismo, le armi più efficaci per combatterlo sono fornite dal ‘terzismo’. Resta, nondimeno, qualche domanda: perché, accanto alla degenerazione totalitaria del comunismo, non si è avuta la degenerazione totalitaria del liberalismo? E come la mettiamo con la pretesa del totalitarismo fascista di essere lui la ‘terza via’? In realtà, il laicismo sta diventando la bandiera sgualcita utile solo per ridare dignità e cittadinanza agli sconfitti del secondo Ottantanove.