di Paolo Pegoraro*
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 5 aprile 2011

La condanna dei classici è la loro stessa fama: scontano la pena di essere universalmente noti a grandi linee con il mutismo della curiosità.

Perché, si chiede qualcuno, leggere un’opera della quale già conosco la conclusione? Come se un romanzo si potesse ridurre alla sua trama o un film alla sua sceneggiatura. Al contrario, proprio le opere che si poggiano per intero sul colpo di scena o sulla scoperta dell’assassino – svelati i quali perdono ogni interesse – sono quelle che non meritano il nostro tempo. Conosciamo per filo e per segno i film che torniamo a rivedere o le poesie che torniamo a rileggere, eppure non solo non smettono di regalarci piacere, ma, anzi, cresce in noi il loro fascino. Perché a catturarci, ben più della vicenda, è il modo in cui ci viene narrata. Il sigillo dell’arte è tutto nello stile: per fare un classico non basta raccontare le avventure del cavaliere della Mancia o del principe di Danimarca, bisogna farlo in maniera unica e indimenticabile, cioè il più corrispondente possibile al loro essere.

È la forma della storia a decidere dell’esperienza che ne faremo. La forma è importante per lo meno quanto il contenuto, anzi, lo è: soltanto insieme costituiscono l’impronta dell’originalità. Forma e contenuto, messaggero e messaggio, stile e trama: tutte declinazioni del principio dell’Incarnazione che attraversano i secoli, dall’antropologia tomista alla teoria della comunicazione di Marshall McLuhan. La perenne giovinezza dei classici consiste in questa irripetibile unione capace di sprigionare un’inesauribile pienezza di senso all’interno di un limite formale. Nell’esperienza artistica è proprio la contingenza formale a rendere percepibile una densità di significato pervasiva, saturante e traboccante.

Un esempio perfetto ce lo offre Moby-Dick, il capolavoro di Herman Melville giunto in Italia cinquant’anni fa grazie alla traduzione di Cesare Pavese (1941) e che raccomandiamo nella recente edizione critica curata da Giuseppe Natale (Moby-Dick o La Balena, UTET, pp. 938, € 22). Se il valore di Moby-Dick consistesse nella trama, potremmo buttare a mare due terzi del romanzo, come avviene nelle riduzioni per ragazzi. Per vendicarsi del capodoglio che gli ha strappato una gamba un vecchio monomaniaco conduce la sua ciurma alla rovina: ma il romanzo è davvero tutto qui? Che farsene allora di capitoli digressivi che paiono abbracciare tutto lo scibile, applicandolo alla balena e alla sua caccia? Dalla biologia alla paleontologia, dalle fonti storiche alle leggende marittime, dalle analisi iconografiche alle comparazioni anatomiche, Melville perlustra palmo a palmo, centimetro per centimetro il più enorme essere vivente che solchi il nostro globo – fronte, mascella, sfiatatoio, coda, viscere, scheletro, abitudini – tentando di penetrarne il mistero maestoso e terribile. È il mondo di Moby Dick, il mondo degli esseri che si muovono negli abissi. Vi è poi il mondo di Ahab, il mondo dei piccoli uomini che si muovono sulla superficie dell’acqua: un mondo di carte nautiche, ramponi, forcelle, sagole, aste, quadranti, moschetti, solcometri, cisterne, buglioli, tecniche di lancio e di squartamento… un mondo tecnico, appunto, che ci viene raccontato con precisione linguistica in ogni suo dettaglio. E così, tra una dissertazione e l’altra, Moby Dick ci appare come un compendio – ora epico, ora ironico – dove convergono informazioni di ogni genere e che tuttavia rimandano sempre al mondo della balena o al mondo della sua caccia, come se il Sapere stesso dovesse schierarsi in favore dell’uno o dell’altro.

Lo scrittore Michele Mari ha definito Moby Dick «il titolo più impuro nella storia del romanzo» e non si può dargli torto: con questo tomo, apparso nel 1851, vengono seminati nella letteratura americana alcuni germi così vitali che continueranno a crescere fino a Thomas Pynchon e David Foster Wallace. Se non che, come tutti sanno, il capolavoro di Melville si rifà a sua volta a tanti modelli, ma su tutti uno si erge nettamente. Continua Michele Mari: «La temperatura sentimentale e stilistica di Moby Dick, la sua grandiosa visionarietà, sono quelle della Bibbia. Dalla scelta dei nomi propri – Ismaele, Ahab – alla descrizione della balena come il Leviatano, il pesce di Giona, Melville non nascose ed anzi espicitò questo riferimento che avrebbe potuto intimidire o schiacciare qualsiasi altro scrittore». Moby Dick trasuda le Scritture a ogni pagina non soltanto nelle fittissime citazioni, ora esplicite ora camuffate dietro una costruzione o l’incedere di una frase, ma nella sua stessa struttura, nella concezione stessa di “romanzo impuro”. Dove infatti, se non nella Bibbia, una coinvolgente epopea popolare viene improvvisamente raffreddata da capitoli di precettistica, una scena di battaglia bilanciata da un trattato architettonico, una storia passionale contrapposta a elenchi genealogici, un racconto delle origini seguito da istruzioni rituali che comprendono persino la macellazione animale? Da quando l’umanità ha cominciato a scrivere non è mai apparso un testo altrettanto “impuro”, ovvero altrettanto impastato nelle vicende quotidiane degli uomini. E se Moby Dick è il padre della letteratura postmoderna, la Bibbia – opera composta da generazioni e generazioni – ne è di diritto il primo avo. Davanti al quale persino un progetto ambizioso come quello di Melville si ritrae devotamente: «Se le costruzioni piccole possono essere completate dagli architetti originari, le costruzioni grandi, vere, lasciano sempre ai posteri il compito di porre la pietra di cimasa. Dio mi guardi dal completare alcunché! Questo intero libro non è che un abbozzo, anzi, l’abbozzo di un abbozzo».

Un assaggio dell’opera
In questa vicenda strana e confusa che chiamiamo vita, vi sono occasioni e momenti bizzarri in cui un uomo ritiene che l’intero universo sia un’enorme burla, sebbene ne riconosca a malapena lo spirito e nutra più di un vago sospetto di essere proprio lui l’oggetto della burla. Niente, comunque, che possa scoraggiarlo o che meriti una discussione. Egli ingoia tutti i fatti, tutte le fedi, tutte le credenze e le convinzioni, tutte le cose dure da mandar giù, visibili o invisibili, per scabrose che siano, così come uno struzzo dallo stomaco forte inghiotte pallottole e pietre focaie. E per quanto poi concerne le difficoltà e le ambasce di poco conto, la prospettiva di un disastro improvviso, il pericolo di perdere un anno e anche la vita, tutte queste cose, compresa la morte, gli sembrano solo colpetti benevoli, pugnetti scherzosi nel fianco, elargiti da quell’invisibile, imperscrutabile vecchio burlone. Lo strano umore balzano di cui parlo s’impadronisce dell’uomo soltanto nei momenti di massima tribolazione, di massima gravità, per cui, quella che solo un attimo prima gli era parsa una faccenda della massima imponanza, ora gli sembra solo un aspetto della burla generale. Non vi è nulla come la baleneria capace di generare questa sona di filosofia spensierata e disinvolta, da desperado, ed era alla luce di questa filosofia che io ora giudicavo il viaggio del Pequod e il suo obiettivo, la grande Balena Bianca.

«Queequeg», dissi dopo che mi ebbero issato in coperta per ultimo, mentre mi stavo ancora scrollando di dosso 1’acqua dalla giubba. «Queequeg, mio caro amico, questo genere di cose accade spesso?». Senza tradire particolare emozione, sebbene inzuppato fradicio quanto me, egli mi fece capire che sì, queste cose accadevano spesso. «Stubb», dissi, rivolgendomi a quel pregevole individuo, il quale, stretto nella sua incerata, stava ora fumando tranquillamente la pipa sotto la pioggia, «Stubb, mi pare di avervi sentito dire che Starbuck, il nostro primo ufficiale, è di gran lunga il baleniere più cauto e prudente che abbiate mai conosciuto. Debbo dunque arguire che piombare a vele spiegate su una balena in fuga, in mezzo alla nebbia e alla burrasca, sia per un baleniere il colmo della saggezza?».

«Certo. Per prendere le balene, io ho ammainato la lancia da una nave che imbarcava acqua, durante un fortunale, allargo di Capo Horn». «Flask», dissi rivolgendomi al piccolo Puntale lì vicino, «voi siete esperto di queste cose, e io no. Flask, mi volete spiegare se è una norma immutabile della baleneria che un marinaio si spezzi la schiena remando all’indietro, nelle fauci della morte?». «Non puoi farla più corta?» disse Flask. «Sì, la norma della baleneria è questa. Vorrei proprio vedere i marinai di una lancia remare verso una balena guardandola in faccia. Ah, ah! Pensa un po’, la balena ricambierebbe le loro occhiatacce!».

E così tre testimoni imparziali mi rilasciarono una ponderata dichiarazione sul caso in esame. Perciò, considerato che in questo genere di vita fortunali e scuffie, e conseguenti bivacchi sul profondo oceano, erano eventi di ordinaria amministrazione; considerato che nel momento altamente critico della discesa sulla balena dovevo rimettere la mia vita nelle mani di chiunque governasse la lancia (sovente un tizio che, proprio allora, nel suo impeto, per poco non autoaffondava il legno a furia di scalpitare); considerato che il particolare disastro sofferto dalla nostra particolare lancia era imputabile al fatto che Starbuck si fosse lanciato sulla balena, finendo proprio nelle fauci della burrasca; considerato che Starbuck, ciò nonostante, andava famoso nella baleneria per la sua grande cautela; considerato che io appartenevo all’equipaggio di Starbuck, quell’uomo straordinariamente prudente; considerato infine in quale caccia diabolica fossi coinvolto per via della Balena Bianca, ebbene, valutando tutte queste cose, pensai che tanto valeva scendere sotto coperta per stendere la minuta del mio testamento. «Queequeg», dissi, «vieni con me: sarai il mio avvocato, esecutore testamentario e legatario».

Può sembrar strano che, fra tutti gli uomini, siano proprio i marinai a ritoccare continuamente le  ultime volontà e il testamento, ma non v’è gente al mondo che più ami tale diversivo. Per me era la quarta volta, nella mia vita marinara, che mi ritrovavo a farlo. Nella circostanza attuale, dopo che la cerimonia fu conclusa, mi sentii molto più sollevato: era come se qualcuno mi avesse tolto la pietra che avevo sul cuore. Inoltre, i giorni che mi restavano ancora da vivere sarebbero stati belli come i giorni vissuti da Lazzaro dopo la resurrezione: un guadagno netto aggiuntivo di mesi o settimane, a seconda del caso. Ero il sopravvissuto a me stesso: la mia morte e la mia sepoltura erano chiuse a chiave nella mia cassa da marinaio. Mi guardai intorno tranquillo e soddisfatto, un fantasma con la coscienza a posto che se ne stia placidamente seduto dietro le sbarre di una confortevole cripta di famiglia.

Ordunque, pensai, rimboccandomi distrattamente le maniche della maglia, eccoci qua, freddi e distaccati, pronti a tuffarci verso la morte e la distruzione, e si salvi chi può, e chi non può il diavolo se lo porti via.

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*Paolo Pegoraro (Vicenza, 1977) si è laureato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e in Letterature comparate presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Collabora da anni alle pagine culturali di numerose riviste, tra cui L’Osservatore Romano, La Civiltà Cattolica e Famiglia Cristiana