Manifestazione di genitori, insegnanti e studenti
Tratto da L’Osservatore Romano del 16 novembre 2010

Medellín, 15. Quando i progetti politici includono apertamente o in modo subdolo la depenalizzazione dell’aborto o dell’eutanasia, mostrandole addirittura come un diritto e come una realtà di valenza culturale da insegnare ai giovani studenti, l’ideale democratico – che è davvero tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana – è tradito alla sua base.

Con questa idea guida migliaia di colombiani, politici, insegnanti, genitori, ragazzi, sono scesi in piazza a Medellín e a Bogotá per protestare contro la cosiddetta “cattedra di aborto”, un progetto che mira a insegnare ai bambini e ai giovani della Colombia che “l’aborto è un diritto”.

La manifestazione, organizzata dalla Pro Antioquia Red Life, è stata scandita dal “sì alla vita, no all’aborto” e da momenti di riflessione sulla “sacralità della vita, dono meraviglioso e irrinunciabile che non può essere manipolato nè sopresso in nome della libertà e dell’eugenetica”. In particolare i manifestanti, nel riaffermare il diritto alla vita e all’integrità di ogni essere umano dal concepimento alla morte, hanno espresso dissenso su alcune proposte “ispirate a una prospettiva di genere che attuano una presunta educazione sessuale che visibilmente sta portando ad abusi per quanto riguarda la contraccezione, a un diffuso disordine sessuale tra gli adolescenti, che ormai considerano la pratica dell’aborto come un evento normale, legato a scelte personali, egoistiche e di comodo”.

I manifestanti hanno rivolto un appello agli operatori sanitari che per la loro professione hanno la responsabilità di essere “custodi e servitori della vita umana”. A ogni medico è chiesto di impegnarsi “per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità. E ciò proprio nell’odierno contesto culturale e sociale nel quale la scienza e l’arte medica rischiano di smarrire la loro fondamentale dimensione etica, gli operatori sanitari possono, tavolta, essere fortemente tentati di divenire “cattivi maestri”, di trasformarsi in artefici di manipolazione della vita o addirittura in operatori di morte”.

Lo scorso anno la Corte costituzionale colombiana ha dato il via libera a una sentenza che permette l’adozione di nuove misure che promuovono la pratica dell’aborto, la cui depenalizzazione è stata approvata nel 2006 per i casi di stupro, malformazione genetica e incesto.

Nella sentenza, i magistrati hanno dato un limite di tre mesi ai ministeri dell’Istruzione e della Protezione Sociale perché includano nei programmi educativi la promozione dei diritti sessuali e riproduttivi, tra cui l’aborto, che devono essere presentati in “termini semplici e chiari”. La sentenza indica anche che la sovrintendenza per la Salute dovrà assicurare che tutte le entità che prestano servizi sanitari “rispettino il diritto delle donne di abortire”. Per questo, hanno abolito il permesso giudiziario che finora era necessario per effettuare l’aborto in qualunque struttura.

Il segretario della Conferenza episcopale colombiana, monsignor Juan Vicente Córdoba Villota, aveva respinto la nuova sentenza: “Noi educatori cattolici non insegneremo questo. Insegneremo il rispetto della vita. Un popolo cattolico e cristiano, un popolo che non accetta l’aborto, non può permettere che cinque persone, sei persone decidano per 43 milioni di colombiani. Questa non è democrazia”.