CITTA’ DEL MESSICO, (ZENIT.org).- Alcune settimane fa c’è stata in Messico una storica vittoria della vita nascente che può rappresentare un precedente per altri Paesi. La Suprema Corte di Giustizia della Nazione ha infatti dichiarato valide le riforme costituzionali di 18 Stati messicani, riconoscendo i diritti del nascituro.

La Conferenza Episcopale Messicana (CEM) ha reso pubblico il 30 settembre un comunicato in cui ricorda la posizione dei Vescovi messicani.

“I Ministri che hanno votato contro il disegno di risoluzione che rendeva invalide le riforme per la vita hanno agito in modo conforme al diritto”, afferma il testo.

“Nella Costituzione Politica degli Stati Uniti Messicani non esiste un divieto o un impedimento a che i congressi statali difendano il diritto alla vita. Le riforme costituzionali a favore della vita in 18 Stati sono legittime dal punto di vista legale e sono state approvate in base alle facoltà delle legislature locali”.

“E’ falso che le riforme per la vita criminalizzano la donna”, sottolineano i presuli. “In ogni caso, tutta la legislazione penale messicana federale e in ogni Stato, incluso il Distretto Federale, definisce esplicitamente l’aborto come un delitto, prima e dopo queste riforme per la vita”.

Tra il 26 e il 29 settembre, la Suprema Corte ha giudicato due azioni di incostituzionalità che richiedevano che il potere giudiziario invalidasse le Costituzioni degli Stati messicani che difendono il diritto alla vita dal concepimento.

Perché la sentenza fosse valida, erano necessari i voti di otto degli undici Ministri. Si sapeva che almeno sette avrebbero votato a favore dell’aborto, e altri due, Sergio Aguirre Anguiano e Guillermo Ortíz Mayagoitia, a favore della vita.

Il 26 settembre il Ministro Sergio Aguirre Anguiano si è posto a favore della vita, il giorno dopo è toccato a Guillermo Ortíz Mayagoitia e Margarita Luna Ramos, il 28 a Jorge Pardo Rebolledo; è stata così dichiarata la costituzionalità della difesa della vita in Messico.

Se non fosse stato per la chiarezza con cui Anguiano, Mayagoitia, Ramos e Rebolledo hanno difeso la costituzionalità del diritto alla vita, il Paese avrebbe riconosciuto a settembre che esiste diritto alla vita solo dopo la nascita.

In questo caso, l’aborto sarebbe stato legalizzato di fatto in Messico nei nove mesi della gravidanza, il che avrebbe rappresentato un precedente suscettibile di estensione a tutta l’America Latina.

Storia

La storia è lunga. Nel 2007, il Distretto Federale ha legalizzato l’aborto fino a tre mesi di gravidanza, anche se in Messico la maggioranza della popolazione è contraria all’aborto.

Gruppi pro-vita hanno intrapreso due azioni presso la Suprema Corte di Giustizia, chiedendo che il tribunale dichiarasse l’incostituzionalità della legge. Nel 2008, la Suprema Corte ha giudicato le azioni e ha ritenuto la legalizzazione dell’aborto nel Distretto Federale valida e costituzionale.

La decisione finale diceva che “perché una persona possa essere soggetto di diritti e doveri si richiede la ‘capacità giuridica’, e questa si acquisice con la nascita e si perde con la morte”.

“Presupporre che l’essere umano ha fin dal concepimento la qualità di persone implicherebbe la soppressione degli effetti giuridici della nascita, che è il fatto che conferisce la qualità di persona”.

In risposta alla decisione della Suprema Corte, tra il 2008 e il 2011 18 dei 31 Stati messicani, seguendo la posizione maggioritaria dei loro cittadini, hanno emendato le proprie Costituzioni per riconoscere il diritto alla vita fin dal concepimento.

Tutti hanno riconosciuto il diritto alla vita dal concepimento, basandosi sul fatto che nel 2008 la  Suprema Corte di Giustizia ha stabilito che la decisione di legiferare o meno sull’aborto, sia in un senso che nell’altro, è un’attribuzione sovrana dei legislatori locali.

Ad ogni modo, il progetto di sentenza presentato in seguito diceva, contrariamente al precedente, che se la Costituzione Messicana non riconosce la personalità giuridica se non dopo la nascita e quindi se non c’era diritto alla vita per i nascituri, gli Stati messicani non avrebbero potuto legiferare in senso contrario, indebolendo la dignità e i diritti fondamentali delle donne, questi sì, riconosciuti dalla Costituzione.

Il testo del provvedimento ripeteva le argomentazioni che hanno favorito l’approvazione dell’aborto nel Distretto Federale, osservando ad esempio che “la Costituzione riconosce diritti fondamentali per la persona giuridica, ovvero per l’individuo che è nato, e quindi se l’ambito personale di validità delle norme costituzionali si riferisce ai nati non può intendersi riferito alla vita prenatale”.

Il 26 settembre, il Presidente del Messico, Felipe Calderón, ha chiesto al Senato della Repubblica di eliminare la dichiarazione interpretativa sulla difesa della vita dal momento del concepimento.

In un comunicato diffuso dalla Presidenza della Repubblica, Calderón ha affermato che, visto che i trattati internazionali di diritti umani firmati dal Paese hanno lo stesso livello di protezione di quelli contenuti nella stessa Costituzione, la Presidenza pensa che non abbia più senso mantenere la dichiarazione interpretativa.

L’iniziativa presidenziale è stata accolta favorevolmente dalla popolazione messicana, contraria a maggioranza all’aborto, ma è stata duramente criticata dalla stampa.

Tra i trattati internazionali firmati dal Messico c’è il Patto di San José de Costa Rica, che afferma: Articolo 1-§2: “Persona è ogni essere umano”; Articolo 3: “Ogni persona ha diritto al riconoscimento della propria personalità giuridica”; Articolo 4: “Ogni persona ha diritto a che si rispetti la sua vita. Questo diritto deve essere difeso dalla legge e, in generale, dal momento del concepimento”.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

di Nieves San Martín