Dal Vangelo secondo Luca 11,42-46.

Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima della menta, della ruta e di ogni erbaggio, e poi trasgredite la giustizia e l’amore di Dio. Queste cose bisognava curare senza trascurare le altre. Guai a voi, farisei, che avete cari i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo». Uno dei dottori della legge intervenne: «Maestro, dicendo questo, offendi anche noi». Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!


Il commento di don Antonello Iapicca

“Innalzate una siepe per la Torah” avevano insegnato i Padri al tempo dell’esilio. Essi credevano che sul Sinai, accanto alla Torah scritta, Dio avesse rivelato a Mosè anche la Torah orale; una serie di precetti che raggiungevano ogni aspetto della vita – le “altre cose” che Gesù stesso invita a “non trascurare” – perché in tutto fosse protetta la fedeltà all’Alleanza, la santità (separazione) del Popolo Eletto, il segno di Dio deposto nella Babilonia pagana. E’ cura dei figli pagare la decima della menta, della ruta e di ogni erbaggio per ricordare che tutto è dono del Padre e di nulla ci si può appropriare. Per questo i “guai” severi di Gesù non si riferiscono all’osservanza dei precetti, ma sono fendenti che mirano al cuore: “Guai a voi!”, guai al vostro cuore che “trascura la giustizia e l’amore gratuito di Dio!”. Chi trascura, infatti, non ama, è un ipocrita infedele. Quante volte abbiamo tras-curato, siamo passati oltre la cura dovuta alla moglie, al marito, ai genitori, presi dai nostri inderogabili impegni? Quanti “no” sbrigativi sbattuti in faccia ai figli invece di curare con calma in loro il “si” a Cristo? Come Pietro che passava oltre le parole di Gesù e voleva fermarlo nella sua salita a Gerusalemme: “Questo non ti accadrà mai!”. Pietro, il primo Papa, tu ed io, quando ci mettiamo di traverso e siamo di scandalo ai piccoli nel loro cammino verso il compimento della volontà di Dio. Sì, “guai” a te e a me oggi, che ci lasciamo ispirare pensieri, giudizi e parole da satana.
“Guai a te satana” che inganni tua moglie e tuo marito, i tuoi figli, i fratelli e i fedeli affidati alle tue cure di presbitero, “caricando” sulle loro povere spalle “pesi insopportabili”: sono i moralismi dei quali la nostra concupiscenza scatenata dal fallimento vorrebbe nutrirsi. Siamo, infatti, scandalizzati della nostra e dell’altrui debolezza e impauriti dalla precarietà; come i farisei ci illudiamo di “separarci” dal male che ci circonda scalando “i primi posti nelle sinagoghe” e comprando “i saluti nelle piazze”. Siamo come squali affamati: incapaci di compiere il bene, di amare e “giudicare” cosa sia bene e cosa sia male, secondo il senso originale del termine tradotto con “giustizia”, restiamo vuoti e senza gratificazione. Per questo ci aggiriamo in cerca di cibo capace di saziare la fame dell’uomo vecchio: il successo e il prestigio da una parte, l’obbedienza ai nostri criteri, alle nostre idee e alle nostre imposizioni dall’altra. Tutto per sentirci vivi, mentre tutto ci ripete che siamo morti. Il primeggiare, infatti, è sempre una corsa verso il “sepolcro” dell’irrilevanza. Più cerchiamo di sfuggirla più essa ci risucchia come in una tomba della quale nessuno si accorge, come quelle vecchie che troviamo nelle chiese, sulle quali non si legge più neanche il nome del defunto. Più cerchiamo di “passare avanti” alla volontà di Dio, costruendocene una nostra che vorremmo far passare per sua, più restiamo frustrati. Non siamo noi i creatori di noi stessi, solo Dio può sapere che cosa ci fa bene; Lui sa che la nostra felicità e la nostra realizzazione sta nel seguirlo sui sentieri della misericordia, dell’amore disinteressato che giunge sino al nemico. Quando, invece, ingannati dal demonio, ci fabbrichiamo una legge, essa sarà sempre così inumana e “insopportabile” da schiacciarci. Ma l’abbiamo confezionata, e, ormai scivolati sul piano inclinato della concupiscenza, dobbiamo vederla compiersi in qualcuno, per non morire sotto le macerie del fallimento. Per questo,proporzionalmente ai nostri fallimenti e alle nostre frustrazioni, all’irrilevanza e all’oblio che sperimentiamo, carichiamo sugli altri i “pesi che non abbiamo saputo portare”. Assolutamente fuori misura, figli di un’illusione e di un delirio di onnipotenza tale e quale a quello del demonio, sono pesi che uccidono. E così neanche l’aver oppresso chiunque ci stia accanto ci sazia, perché tra i lacci dei moralismi esigiti e caricati su coniugi, figli e nipoti, le relazioni esplodono e radono al suolo ogni sentimento. La verità è che non amiamo altri che noi stessi; corriamo per raggiungere i primi posti, lasciando indietro le persone che Dio ci ha messo accanto, andando al di là del loro passo, che è l’unica misura dell’amore autentico. Chi ama sa decelerare, sa anche fermarsi, sa addirittura lasciarsi passare avanti da chi ha accanto. Sa aspettare, sa restare in silenzio e dire la parola giusta al momento giusto. Chi ama il figlio non lo sorpassa mai, ma lo guida con l’esempio di chi si fa tutto a tutti per amore; e lo aiuta facendosi ultimo per poterlo sospingere con la misericordia. Così ci ha amati il Signore, servo che ha lasciato passare tutti avanti, rinunciando a se stesso, per farci entrare nel Cielo. Senza la cura attenta del Tu restiamo imprigionati nella solitudine superba dell’Io, sepolcro che ci chiude nella stessa trascuratezza e irrilevanza che abbiamo riservato agli altri. Il Signore ci chiama oggi a conversione, a ritornare sui passi della nostra storia e ricordare i memoriali del suo amore; a tornare indietro laddove abbiamo trascurato il fratello per prendere insieme il giogo soave e leggero di Cristo.
Le parole di Gesù del Vangelo di oggi sono lampi di un cuore che arde d’amore. Sgorgano dalle viscere commosse di chi vede i fratelli del suo Popolo affaticati e oppressi sotto un giogo insopportabile. Dietro di esse si scorge l’episodio delle nozze di Cana, nozze senza vino, senza gioia. Secondo il Talmud, iI kiddush – il matrimonio vero e proprio che consente la coabitazione – avviene solo quando si studia la Torah. Le due persone che ogni anno concludono ed inaugurano il ciclo dello studio della Torà ricevono il titolo di “hatan“, sposo. La Torah è la sposa che Dio ha consegnato a Israele sul Sinai. Per questo il Decalogo è chiamato il Cammino della Vita: come in un matrimonio i due non saranno più due ma una sola carne, così ogni figlio di Israele è chiamato ad essere, istante dopo istante, legato alla Torah; nel compimento di ogni precetto egli vive l’intimità e l’amore con Dio nella realtà concreta della propria vita. “L’adempimento di un precetto non è il piegarsi sotto la frusta del legislatore, ma, strettamente inteso, è la felice possibilità di dare un valore eterno a ciò che è transitorio” (N. Oswald).

“Innalzate una siepe per la Torah” (Av. 1,1) era un principio che muoveva dalla storia e dalla realtà: “Si trattava di adattare a tempi nuovi, a nuovi problemi e a mutati stili di vita le molte direttive, imposizioni, comandamenti ed esortazioni dell’Antico Testamento” (C. Thomas,Teologia cristiana dell’ebraismo). L’occupazione romana, la prossimità con i popoli pagani e le relazioni necessarie che ne derivavano, la cultura ellenistica incipiente, tutto ciò, insieme ad altri elementi, costituiva l’acqua nella quale l’Israele contemporaneo di Gesù si trovava a nuotare. Era il problema di sempre: come mantenersi puri, ossia fedelmente uniti a Dio nell’Alleanza, in mezzo al paganesimo. Di qui il bisogno di assicurare il compimento della Torah attraverso una serie di precetti che raggiungessero ogni aspetto della vita, perché nulla fosse esposto al pericolo della contaminazione. Per i farisei e i dottori della Legge, “una singola prescrizione, una Halachah, era un’illustrazione particolare della volontà divina, applicata ad un singolo caso, e in quanto tale essa era vincolante per tutti coloro che riconoscevano la Torah come somma autorità e si impegnavano a camminare lungo la via da essa prescritta” (C. Thomas, ibid.). L’autorità di tali insegnamenti scaturiva dall’idea teologica secondo la quale accanto alla Torah scritta, Dio avrebbe rivelato a Mosè sul Sinai anche la Torah orale, la siepe innalzata a protezione. E Gesù sembra accettarlo quando afferma “… senza trascurare le altre“: è bene pagare la decima su tutti gli ortaggi, come è importante benedire Dio per ogni attività intrapresa: tutto è suo dono e di nulla possiamo appropriarci. Le decime erano una siepe che proteggeva dall’oblio di questa verità fondamentale; dimenticando di essere creatura si finisce con il credersi Dio. Ma una siepe circonda il giardino, non cresce al centro di esso: è da stolti curare una siepe e dimenticare la casa che essa protegge. Il Signore ha fatto l’interno e l’esterno, la siepe e la casa, la Torah e la Tradizione orale! La sapienza consiste nel curare la Torah senza dimenticare la “siepe”: i precetti sono per difendere la purezza del cuore, la sua intimità con Dio. Solo così l’attenzione meticolosa che non dimentica nessuno dei 613 precetti includendo anche i minimi – che Gesù loda – è segno della cura per la giustizia e l’amore di Dio, l’amicizia con Lui, la primogenitura che definisce il senso della nostra vita. Diversamente, esagerando e mettendo la siepe al posto che non le spetta, essa si converte in un moralismo senza anima: “La lettera uccide, lo Spirito dà la vita” (2 Cor 3, 6).

Per questo i “guai” non si riferiscono nè alla “siepe” nè all’osservanza dei suoi precetti. I “guai” sono fendenti che mirano al cuore. “Guai a voi! Guai al vostro cuore che dimentica e trascura!”: “Guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto : non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Guardatevi dal dimenticare l’Alleanza che il Signore vostro Dio ha stabilita con voi…” (Deut. 4,9.23). Quante volte ci lasciamo assillare dai problemi contingenti dimenticando quanto i nostri occhi hanno visto. Erigiamo una siepe per proteggerci dal paganesimo che ci assedia: la scuola che troppo spesso insidia i nostri figli, le loro amicizie, la televisione, internet e i social networks; ma dimentichiamo il potere di Colui che ci ha posti in mezzo a Babilonia come un candelabro. Come già Israele al tempo di Gesù anche noi viviamo in un’acqua torbida capace di inquinare senza rendercene conto. Cerchiamo di seguire la volontà di Dio, ma la paura e l’ansia che ci assediano ci impediscono di alzare lo sguardo per avere una visione di fede autentica sugli eventi e nevrotizziamo le situazioni per sganciarle dalla precarietà. Dimentichiamo lo Spirito per fermarci alla lettera: quando parliamo e cerchiamo di aiutare i figli, o i fratelli nella fede, spesso fissiamo regole e ci adiriamo, imponiamo pesi che noi non portiamo neanche con un dito. Diciamo e non facciamo, non tanto perché trasgrediamo i precetti anzi, come i dottori della Legge, le regole le rispettiamo meticolosamente; quanto piuttosto perché non carichiamo insieme con gli altri lo stesso giogo, non facciamo nostra la loro debolezza e stanchezza, non abbiamo compassione. Così ogni precetto, valido e importante per non farsi del male, diviene un peso insopportabile, un moralismo asfissiante, che allontana dal cuore il desiderio stesso del bene da difendere. Quanti moralismi in giro, in televisione come nelle nostre famiglie… E’ in fondo questo il senso dell’amore ai primi posti: la recondita superbia che nasce dall’oblio della propria realtà.Chi cerca affetto, saluti e primi posti, è sempre o un moralista o un lassista, vanità che scaturiscono dall’inganno. L’equilibrio e l’autenticità dell’esistenza – la giustizia e l’amore di Dio – sgorgano sempre dall’umiltà di chi si conosce e per questo parla sempre cuore a cuore, indicando all’altro l’Unico che davvero può riscattare e proteggere e dare gioia alla vita. “Quando il Signore tuo Dio avrà scacciato i popoli dinanzi a te, non pensare: A causa della mia giustizia, il Signore mi ha fatto entrare in possesso di questo paese; mentre per la malvagità di queste nazioni il Signore le scaccia dinanzi a te. No, tu non entri in possesso del loro paese a causa della tua giustizia, né a causa della rettitudine del tuo cuore; ma il Signore tuo Dio scaccia quelle nazioni dinanzi a te per la loro malvagità e per mantenere la parola che il Signore ha giurato ai tuoi padri, ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe. Sappi dunque che non a causa della tua giustizia il Signore tuo Dio ti dà il possesso di questo fertile paese; anzi tu sei un popolo di dura cervice” (Deut. 9,3ss). Si entra nella Terra promessa, nella vita santa e giusta per la pura misericordia di Dio, per la sua fedeltà alla promessa, all’elezione con la quale ci ha raggiunti. L’infrazione della Legge è sempre frutto dell’oblio della primogenitura, della superbia che dimentica la debolezza, si fa forte della propria presunta giustizia, e impedisce di abbandonarsi alla fedeltà di Dio.

Invece, proprio per paura della precarietà spirituale, ci convinciamo paradossalmente di potercela fare e ci stringiamo in una corazza di regole che impediscano l’errore, e ci rendiamo schiavi di un pericoloso pelagianesimo; Sant’Agostino osservava come l’eretico Pelagio accoglieva solo il dono minore, cioè l’insegnamento, l’esempio da seguire, negando però quello maggiore, il dono dell’”inspiratio dilectionis”, l’attrattiva della carità. Secondo l’allora Card. Ratzinger, i pelagiani “vogliono essere in ordine, non perdono ma giusta ricompensa. Non speranza ma sicurezza. Con un duro rigorismo… vogliono procurarsi un diritto alla beatitudine. Manca loro l’umiltà essenziale per ogni amore, l’umiltà di ricevere doni al di là del nostro agire e meritare… questo pelagianesimo è un’apostasia dall’amore e della speranza, ma in profondità anche dalla fede. Il cuore dell’uomo diventa allora duro verso se stesso, verso gli altri e infine verso Dio. Il nucleo di questo pelagianesimo è una religione senza amore” (J. Ratzinger, Guardare Cristo). Una religione senza gioia, senza l’attrattiva della carità, le nozze di Cana senza vino. Come educare, trasmettere la fede, annunciare il Vangelo in simili condizioni? Non è l’amore ma la paura a erigere una siepe di no che spesso umiliano il si che solo muove la vita verso il suo compimento nell’amore. Circondiamo la vita di sterili no figli della paura che trasforma la speranza in angoscia “e questa a sua volta partorisce quella ricerca di sicurezza in cui non può esserci alcuna incertezza” (J. Ratzinger, ibid.). Tentiamo allora di sottrarre i nostri figli alla precarietà che, sola, genera il santo timore di Dio – “la paura di offendere l’amato, di distruggere le basi dell’amore” – sul quale stende le sue radici la siepe eretta a difesa dell’amore. Ci comportiamo come quei farisei e dottori della Legge che, per sfuggire alla debolezza, avevano reso superfluo l’amore paziente di Dio pronto ad aiutare, a perdonare, a ricreare. E non ci rendiamo conto che, rifiutando la debolezza e la precarietà che ci costituiscono, lasciamo fuori dalla nostra vita Colui che, solo, può riscattarci dai fallimenti inevitabili che feriscono le nostre storie. Il compito dell’educazione cristiana “deve essere quello di purificare la paura, di collocarla nel suo giusto punto e di integrarla nella speranza e nell’amore, così da diventare una protezione e un aiuto per essi…  Chi ama Dio sa che esiste solo una reale minaccia per l’uomo, il pericolo di perdere Dio” (J. Ratzinger, Ibid.). Il cristianesimo è la religione del , dell’accoglienza di una volontà d’amore manifestata innanzi tutto come misericordia: il  di Dio all’uomo, il  di Maria a Dio, il  di Cristo alla consegna di se stesso. E in questo grande fiume di sì affluiscono i torrenti dei nostri  quotidiani, di quelli dei nostri figli, come il consenso nuziale che vincola nell’amore gli sposi. Sì colmi di gioia nell’accoglienza stupita e grata della Torah, della Legge che incarna, istante dopo istante, l’amore.  che sgorgano dall’esperienza che Dio è autore della storia, che vi è Lui dietro ogni evento, che la sua fedeltà ci conduce al mare della felicità autentica e ci difenderà sempre.

La radice del problema è nel cuore, al centro del giardino, nelle fondamenta della casa. Le siepi che erigiamo, in se stesse buone, non servono a nulla sino a che la casa da proteggere è un sepolcro chiuso sulla morte; un sepolcro con le sembianze di una casa e così chiunque si avvicina non si avvede di contaminarsi! Pensiamo di aiutare e invece scandalizziamo e ci giochiamo autorità e confidenza. Perché abbiamo dimenticato l’Alleanza, la storia di salvezza che Dio ha fatto con noi: il giudizio di misericordia con il quale ci ha amati e ci ha tratti dal sepolcro. E’ questo il cuore della Torah che irrora la vita di giustizia e amore, i frutti dello Spirito. Il Signore ci chiama oggi a conversione, a ritornare sui passi della nostra storia e ricordare i memoriali del suo amore; fare memoria di come Lui ci ha salvati e protetti, rincorrendoci mille volte sui sentieri del paganesimo. E così riconoscere nella “siepe” l’amore di Dio, geloso e pieno di compassione. Esso ci libera dal carcere grigio e frustrante di leggi incompiute, di desideri inappagati, di ideali spezzati. Il suo amore compie ogni legge, perché ogni Legge trova compimento nel suo amore. Accettare ogni giorno la precarietà, nell’attesa, colma di speranza e timore, del suo aiuto, della sua misericordia, del suo amore capace di fare del fallimento più cocente un successo strepitoso.

 
 
 

Un altro commento

E’ vero, ammettiamolo: siamo sempre alla ricerca di chi possa darci ragione, di chi, al nostro passare, si sbracci nei saluti. Desideriamo essere riconosciuti, stimati, apprezzati. Il sindacato del nostro Io lavora ventiquattro ore su ventiquattro. E quanti scioperi e manifestazioni se restiamo senza il “meritato” e “giusto” salario affettivo. Quante mogli la sera guardano in cagnesco i propri mariti appena rientrati in grave ritardo. E quanti mariti si chiudono in un abbraccio con il TG pur di non spiccicare una parola. Quanti pesi caricati sulle spalle di chi ci è vicino, moralismi e leggi che vorremmo poter compiere ma che, sperimentandone l’impossibilità, intristiti nella frustrazione, esigiamo veder compiuti dagli altri. “Guai a voi!” grida oggi il Signore a ciascuno di noi; guai, perchè cerchiamo male il bene che ci spetta, cerchiamo nella carne e nel mondo, cisterne screpolate, quello che proprio non possono darci. Cerchiamo sicurezze che diano sostanza alla nostra esistenza, leggi e regole che garantiscano stabilità agli affetti, alla famiglia, all’amicizia, all’amore. Stendiamo una rete di ideali e di sogni, scriviamo e riscriviamo la Costituzione della nostra vita, elemosinando a quattro regolette il segreto della felicità e di una vita senza problemi. Cerchiamo di dare il paradiso alla nostra vita e lo riduciamo a qualcosa di grigio ed insapore intrappolato tra codici e regolamenti che la carne e la sua debolezza smentiscono in ogni istante. Fuggiamo la precarietà terrorizzati, e facciamo della nostra vita una caricatura, ed un sepolcro imbiancato. Come i farisei e i dottori della Legge che hanno fatto della Scrittura e della Tradizione una corazza opprimente e umiliante, che, invece di difendere dal peccato, ha finito per sbarrare la strada all’amore e alla misericordia. Per sfuggire alla debolezza, la Legge ha reso superfluo l’amore paziente di Dio pronto ad aiutare, a perdonare, a ricreare.

Così per le nostre vite. Per sfuggire la precarietà spirituale ancor prima di quella economica o fisica, stabiliamo una ragnatela di regole e di principi ideali con i quali crediamo di assicurarci giornate tranquille, famiglie più o meno normali. E non ci rendiamo conto che, rifiutando la debolezza e la precarietà che ci costituiscono, lasciamo fuori dalla nostra vita Colui che, solo, può riscattarci dai fallimenti che, inevitabili, feriscono le nostre storie. “Perchè spendete per ciò che non è pane”? Venite a me dice il Signore, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Perchè il Suo giogo d’amore, la sua croce che schiude le porte al Paradiso, è per noi sempre, anche e soprattutto quando di nulla siamo meritevoli. Il suo amore colora e dà sapore alle nostre vite, liberandole dal carcere grigio e frustrante di leggi incompiute, di desideri inappagati, di ideali spezzati. Il suo amore compie ogni legge, perchè ogni Legge trova compimento nel suo amore. Accettare ogni giorno la precarietà nell’attesa, colma di speranza, del suo aiuto, della sua misericordia, del suo amore capace di fare del fallimento più cocente un successo strepitoso.