dal Vangelo secondo Mt 5,17-19 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno senza che tutto sia compiuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.

 
Il commento di don Antonello Iapicca
Nulla di noi è marginale. Tutto ci è donato per essere “compiuto”, colmato, “riempito trabocchevolmente” secondo il greco originale. Ogni istante è come uno yod (iota in ebraico), la più piccola lettera dell’alfabeto ebraico, eppure importantissima; decisivo per definire il significato di molte parole spesso simili, lo Yod è fondamentale per illuminare il senso delle frasi. “Ci sono due possibilità per esprimere il passato: o il verbo senza il prefisso Yod, al compiuto; o il verbo con lo Yod, all’incompiuto, preceduto da un altro prefisso che cambia l’incompiuto in compiuto. Perché allora non dire semplicemente il compiuto? Affinché il passato contenga anche la lettera dell’avvenire, per indicare che la storia non è definitivamente terminata, e che il passato contiene germi di speranza” (Marie Vidal, Un ebreo chiamato Gesù). La nostra vita è una raccolta di yod disseminati sul cammino di salvezza pensato e donato da Dio, una storia (il passato) che si fa presente come un grembo fecondo e gravido nell’attesa del compimento. “Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, disse per compiere la Scrittura: Ho sete”: il Signore ha sete di dare compimento alle nostre esistenze, “desidera ardentemente” accogliere ogni loro momento, ogni aspetto, anche i peccati, sì, soprattutto quelli; ha sete del nostro aceto, delle amarezze, sofferenze, angosce e dei fallimenti; ricevendolo sulla croce come l’ultimo yod necessario perché tutto sia colmato, ha reclinato il capo e spirando ci ha inondato del suo Spirito: liberandoci dal peso dei nostri peccati ci ha preparati perché potessimo essere riempiti trabocchevolmente della sua vita. Da quel momento, in essa non vi è più nulla da mettere tra parentesi, rifiutare e buttar via. L’amore infatti “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Esso impregna ormai la nostra vita facendone una nuova creazione: “alla fine di ogni giorno di creazione il testo biblico dice: Dio vide che era “cosa buona”. In ebraico dice: ki tob. Tob vuol dire “buono”, ma anche “bello”. Ed è questa l’idea: “E vide che (era) buono e bello, ciò che aveva fatto”. C’è proprio il godimento, il compiacersi di Dio per ciò che ha fatto” (Bruna Costacurta, Meditazioni su Genesi 1-4: creazione, peccato e redenzione). Lo Spirito Santo effuso dallo spirare di Cristo fa di ogni giorno della nostra vita come un giorno della nuova creazione, dove tutto della nostra storia è ki tobkalos in greco, buono e bello, perché “tutto è compiuto”La bellezza e la bontà della vita infatti sono il suo compimento nell’amore. Con la Croce Dio apre le porte alla resurrezione, all’ottavo giorno del riposo e del compimento definitivo di ogni promessa. “Alla fine di tutto il testo biblico cambia la formula e invece di dire solo che era buono e bello, dice che era molto buono e bello. E questo è il senso del sabato. L’esplosione della bellezza e della bontà della creazione di Dio, di cui Dio stesso gode, e di cui Dio fa dono all’uomo perché anche l’uomo ne goda entrando anche lui nel sabato. Allora l’uomo è l’ultima opera di creazione, fatto nel sesto giorno, ma per poter entrare nel settimo, per poter entrare in quella dimensione di godimento del creato che è molto buono. A questo serve l’osservanza del sabato, per poter celebrare questo Dio della creazione come Dio buono che fa le cose buone, delle quali si può godere senza paura perché Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (Bruna Costacurta, ibid). Nel compiere la Scrittura Cristo ha compiuto la nostra ri-creazione, rendendo bello e buono ogni giorno della “settimana” che è immagine della nostra storia; e ha fatto di ciascuno di noi, del nostro essere più intimo, del nostro carattere, dei nostri pensieri, del nostro cuore, l’opera più buona e bella tra quelle da Lui compiute, orientate alla pienezza alla quale ci spinge lo Spirito Santo che ci ha resi “esseri viventi”. Attraverso il compimento dell’ultimo yod della Scrittura sulla Croce, Gesù è sceso sino al fondo del non senso di tanta parte delle nostre esistenze senza amore, per risuscitare e trascinarci con Lui sul cammino di liberazione, e introdurci così nella nuova creazione dove si vive stendendo le braccia nell’offerta libera e gratuita di se stessi, l’opera che fa belli e buoni gli istanti. Lo yod che ha trapassato le sue mani e i suoi piedi ha conficcato per sempre i nostri peccati alla Croce perché non abbiano più il potere di fare brutta e malvagia la nostra vita e potessimo godere del suo riposo e della sua gioia. Gesù ci ha amati sino alla fine, sino al compimento secondo l’originale greco – sino all’ultimo yod – per farci felici accogliendo e amando Lui incarnato in noi stessi, e guardare e vivere la nostra vita come la soglia che ci introduce nel sabato eterno dell’intimità con Lui; per vivere tutto senza paura, come figli amati, in una storia buona e bella tutta da gustare. Pulire la casa, studiare quella materia insopportabile, cambiare l’ennesimo pannolino, l’odore acre dell’autobus pullulante di zombi mattutini, il capoufficio, il traffico alienante, la precarietà economica, il dolore di denti, la cellulite, l’altezza, i nostri occhi, i difetti, il carattere, tutto: ogni Yod della nostra vita può essere decisivo, e cambiare il corso dell’esistenza. La misericordia di Dio trasforma il momento più routinario in una sorgente di salvezza e di letizia. Vivere pienamente la vita è allora accogliere il senso profondo che Lui consegna ad ogni nostra ora, anche la più dolorosa, l’ultima che ci viene donata, senza trascurare nulla.
 
I Suoi comandamenti infatti sono il Suo stesso amore declinato nella vita dell’uomo. Esso è attento ad ogni dettaglio, non lascia nulla al caso; i suoi precetti, parole di vita e di libertà, abbracciano in uno sguardo amorevole ogni millimetro della nostra esistenza, ogni giorno della settimana perché siano vissuti come un fidanzamento fondato nell’attesa delle nozze pronte a compiersi nel sabato del riposo. I comandamenti sono le parole che accolgono la Parola creatrice perché ne dia il compimento nell’amore. Osservarli, nella pura Grazia di una vita abbandonata al soffio dello Spirito Santo, significa non disprezzare nulla della nostra vita, e lasciare che l’amore colmi ogni istante, fedeli nelle piccole cose per esserlo nelle grandi, quando sarà preparato l’altare dove sacrificare la vita. Chi, al contrario, non è fedele ai particolari sarà incapace di amare davvero, inciamperà quando urterà contro l’eccezionale di una crisi del coniuge, del figlio, dell’amico o del fidanzato. Chi trascura il “precetto minimo” si ritroverà con un “amore minimo” incapace di far fronte al bisogno dell’altro, quando questo esonderà dalla routine. Ciò che agli occhi del mondo sembra irrilevante, nel Cielo è considerato decisivo. Insegnare agli altri ad essere sciatti e superficiali mascherando il tutto con presunte libertà e maturità capaci di stabilire da sé ciò che nella vita è importante e ciò che non lo è per cogliere e saziarsi di ogni attimo fuggente, conduce ad una degradazione dell’esistenza e del destino alla quale essa è chiamata. Chi vive disattento e insegna ad esserlo in una celata superbia che rivela l’origine satanica di colui che pretende di farsi Dio, è condannato ad essere “considerato minimo nel Regno dei Cieli”, dove è grande l’insignificante, il povero, il peccatore, i ladri e le prostitute che hanno accolto l’amore e il perdono e in essi hanno vissuto. E’ paradossale, ma un peccatore che si converte è “più grande” – capace di una gioia e una pace e un amore “più grandi” – di chi, subdolamente, sovverte la volontà di bene del Signore smontandone gli ingranaggi più piccoli e nascosti, comunque decisivi. E’ molto difficile stanare l’inganno che si nasconde dietro un’esistenza apparentemente a posto e giusta ma che, nella penombra dei “precetti minimi” incompiuti, tiene ben saldo il timone decidendo autonomamente cosa sia di valore e cosa no. I “novantanove” ironicamente indicati giusti da Gesù nella parabola della pecora smarrita, devono essere proprio quelli che lasciano scivolare l’osservanza dei precetti minimi: questa giustizia è fragile, considerata “minima” nel Cielo, insufficiente quando si tratta di vivere da figli di Dio. Tralasciare il particolare conduce sempre a non accorgersi dell’insieme, che, alla fine, senza tutti i colori e tutte le sfumature, appare diverso da quello che è. Tralasciare i particolari nel rapporto con la moglie conduce a non accorgersi della complessità che questo suppone e, alla fine, il rapporto esplode perché la donna accanto si rivela diversa da quella immaginata e creata dalla disattenzione. La superficialità si risolve sempre in un deterioramento della Verità: così anche il Cielo, la vita divina, la gioia e la pienezza promesse all’uomo, si diluiscono risolvendosi in consolazioni “minime”, incapaci di saziare, perché la concupiscenza esige dalla carne la sua soddisfazione. Il demonio gioca negli spazi stretti e apparentemente irrilevanti per condurre, giorno dopo giorno, a perdere il “grande” amore nel quale e per il quale siamo stati creati. La nostra società vive in una sorta di analfabetismo esistenziale. Ogni aspetto della vita è un atollo dove ciascuno, come Robinson Crosué, deve imparare a sopravvivere, a darsi delle regole sempre mutevoli a seconda degli appetiti, cercando sempre qualcosa da mangiare, fruire nel miglior modo possibile quello che vi si trova per saziarsi. L’isola della sessualità, l’isola del lavoro, l’isola del denaro; e poi quella delle famiglia, degli amici, del proprio corpo e così via. Tutto è slegato e dissipato, i giorni si affastellano su vecchi galeoni in cerca di vita, navigando tra un’isola e un’altra, e in ciascuna una faccia diversa, un diverso modo di essere, di intendere. Sono troppe le lingue da apprendere, alla fine non si riesce più a parlare, e allora ci si nasconde nei profili dei social networks dove ci si può adattare ad una realtà che ormai si è trasformata in un’alienazione virtuale. La Babele dell’orgoglio ha confuso tutto sotto la feroce dittatura del relativismo. Per questo i precetti di Dio, l’attenzione al particolare perché sia preservata l’unità nel generale, sono l’unica salvezza, l’unica possibilità data all’uomo: “Nella prospettiva dei credenti dell’Antico Testamento, la Legge stessa è la forma concreta della grazia. Infatti la grazia è conoscere la volontà di Dio. Conoscere la volontà di Dio significa conoscere se stessi, significa comprendere il mondo, significa sapere dove si va. Significa anche che veniamo liberati dall’oscurità delle nostre domande senza fine, che è giunta la luce, senza la quale non possiamo vedere e procedere. “A nessun altro popolo hai manifestato la tua volontà” (J. Ratzinger, La Chiesa, Israele e le religioni del mondo). Il compimento di cui oggi ci parla Gesù è proprio la realizzazione di una perfetta unità all’interno della vita dell’uomo attraverso il compimento dello Shemà sulla Croce di ogni giorno: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze. E il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Dt 6,4 ss). Amerai Dio e il prossimo con tutti gli yod, con tutto te stesso. Ma ne siamo incapaci, lo sperimentiamo in ogni situazione. Per questo sulla Croce Gesù ha compiuto per noi la Torah: la corona di spine sulla mente, i chiodi a trapassarne le forze, la lancia a trafiggere il cuore. Così anche il più piccolo frammento della Legge ha trovato compimento nella più piccola goccia di sangue da Lui versata. La Croce, infatti, è la Torah compiuta che svela la realizzazione dell’uomo: la sua bellezza e bontà appaiono nella ritrovata integrità di una vita che dal frammentario susseguirsi di giorni e ore dissipate, trova in Cristo Crocifisso il suo axis. “Caratteristico del Messia, come nuovo e più grande Mosè, è il fatto che egli porta l’interpretazione definitiva della Torah, in cui la stessa Torah viene rinnovata, perché la sua vera essenza ora si svela completamente e il suo carattere di grazia appare indubitabilmente come realtà. “La Torà del Messia Gesù è una “interpretazione” mediante la croce del Messia Gesù”. La sua autorità “svela la legge nella sua parola essenziale, come appello originario, suscitatore di vita, di colui che l’ha adempiuta”… La Torah del Messia è il Messia stesso, è Gesù. In essa, ciò che delle tavole di pietra del Sinai è davvero essenziale e permanente appare ora iscritto nella carne vivente: il duplice comandamento dell’amore, che trova espressione nei “sentimenti” che furono in Gesù (Fil 2,5). ( J. Ratzinger, ibid.). Anche oggi il Signore distende le sue braccia sulla Croce che ci attende, per accoglierci e donarci, compiuta, tutta la Torah, l’amore tradotto in tutte le lingue e in tutti i gesti che la storia ci chiede. Amare Dio con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente, e il prossimo come se stessi significa dunque lasciarci attirare da Cristo che ci chiama da ogni evento, dal volto di ogni persona per compiere in noi tutta la Legge. In essa sono annotati i più piccoli segni, perché l’amore tutto copre, tutto crede, tutto spera. Nulla è dimenticato dall’amore. L’amore rivelato in Cristo non è distratto, conosce anche il numero dei capelli del nostro capo. L’amore compie il bene per se stesso, non cerca il proprio interesse, spinge a donarsi perché è la sua stessa natura. E così in questo amore la nostra vita è finalmente compiuta, la Parola essenziale ne irrora ogni yod, e la fa traboccare di letizia in ogni istante.