Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 17,11b-19.

Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. 
Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 
Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. 
Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 
Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 
Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; 
per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità.
Il commento di don Antonello Iapicca

Caro Cardo Salutis (Tertulliano, De resurrectione mortuorum VIII, 6-7): La carne è cardine della salvezza. Le parole pregate da Gesù che compaiono nel frammento odierno della grande preghiera sacerdotale ci svelano un segreto decisivo: la vetta della contemplazione mistica coincide con la più semplice quotidianità. “Essi sono ancora nel mondo”: il mistero di Dio si svela nella nostra storia. Il mondo nel quale siamo posti è il luogo dove sperimentare la pienezza della gioia di Cristo. “Noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Volerla fare da angeli, mentre siamo sulla terra, è  una vera pazzia…» (Santa Teresa d’Avila, Vita 22,10): non apparteniamo al mondo, ma siamo nel mondo. E non si tratta di una sventura, anche se spesso crediamo che lo sia. In noi, come nella Chiesa, si fanno guerra due concezioni del cristianesimo, entrambe eretiche: o terra o Cielo, o mondo o Dio, o carne o Spirito. E’ l’astuzia più subdola e perversa del demonio, dove cela il peccato che ne genera ogni altro, la superbia. Per questo Gesù non prega il Padre di togliere dal mondo i suoi discepoli, ma di custodirli dal maligno. Gesù prega perché i suoi discepoli trovino il loro posto nel mondo. E non è questo il problema principale nel quale ci imbattiamo e al quale non sappiamo dare risposta? Qual’è la volontà di Dio per la mia vita? Qual’è la mia vocazione? E ora, in questa situazione concreta, cosa debbo fare? Il diavolo vuole gettare di traverso la nostra vita, dividerla, secondo l’etimologia del suo nome (dal latino diabŏlus, traduzione del termine greco, diábolos, “calunniatore”, “accusatore”; derivato dal greco diabàllo, dia “a traverso” e bàllo “getto, metto”, getto di traverso). Il maligno vuole mettere sottosopra la nostra esistenza, confondere le acque, dividerci interiormente dividendoci da Dio e dagli altri. Per questo la preghiera di Gesù implora al Padre l’unità per i suoi discepoli, che è la pienezza della sua stessa gioia: “perché siano una cosa sola, come noi”. Siamo stati creati a immagine di Dio, che è comunione d’amore, unità perfetta. Il compimento della nostra vita, l’identità che ci costituisce, è la stessa unità che vi è in Dio. Il male è il contrario dell’unità, è divisione, frammentazione, dissipazione. Stiamo male quando la nostra vita ha perduto l’unità, il senso fondamentale che la costituisce. Non comprendiamo più nostra moglie, gli eventi ci appaiono pezzi di un puzzle che non riusciamo a riordinare. E vorremmo scappare, e prendiamo in odio la carne, la storia, il mondo; oppure, al contrario, ci gettiamo a capofitto in esso tentando di cambiarlo, di piegarlo ai nostri desideri e ai nostri criteri, illudendoci di avere il potere di rimettere ordine, il nostro ordine. Ma il problema non è nel mondo, nella carne, negli eventi della storia, negli altri. Certo, tutto ciò che ci circonda può condizionarci, ma non in maniera decisiva. Il problema è dentro di noi, dove si è insinuata la divisione primordiale, quella che ci ha separato da Dio: ci siamo nascosti, sfuggendo la verità, e la nostra vita è andata in frantumi. Sulla Croce Gesù ha attirato tutti a sé, ha come catalizzato ogni scheggia impazzita dell’esistenza di ciascun uomo e, attraverso il suo passaggio nella morte, ha distrutto l’opera del mentitore e del divisore; la sera di Pasqua apparendo ai discepoli consegna loro la Pace, il segno dell’ordine e dell’unità ristabilita. La Pace che scaturisce dalla Verità rivelata in quell’istante: Gesù di Nazaret è Dio, è il Signore. In Lui l’uomo è stato riconciliato con Dio, la carne è stata redenta definitivamente. Egli ha oltrepassato la barriera della morte, il muro di divisione che sino ad allora aveva impedito l’autentica comunione tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e se stesso, e tra l’uomo e l’altro uomo. Gesù si è incuneato attraverso la morte, l’ha vinta, è entrato nel Cielo con la nostra stessa carne, ci ha introdotti nell’intimità con il Padre, ha posto ciascuno di noi nella comunione e nell’unità divina: “Tremunt videntes Angeli Versam vicem mortalium: Peccat caro, mundat caro, Regnat Deus Dei caro. Gli Angeli tremano, mentre vedono la rovesciata sorte dei mortali: pecca la carne, la Carne apporta la purificazione, la “carne di Dio” regna come Dio” (Inno Aeterne Rex altissime del Breviarium Romanum proprio dell’Ascensione). Gesù ha assunto la carne che pecca, ne ha fatto uno strumento per purificare il genere umano e la ha associata al suo trionfo, al punto di fare di essa, di questa nostra carne, la carne di Dio! E quando è apparso vivo come primizia di ogni carne, ha consegnato ai suoi discepoli le chiavi di quell’intimità. In Lui, nel suo Spirito vivificante, ogni suo discepolo può ritrovare il Paradiso, l’innocenza perduta, l’unità profonda nella quale è stato creato: “In ognuno c’è qualcosa di prezioso che non c’è in nessun altro. Ma ciò che è prezioso dentro di sé, l’uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, ciò che muove l’aspetto più intimo del proprio essere” (M. Buber, Il cammino dell’uomo). Ogni cosa della nostra vita è come assorbita dal nucleo d’amore di Dio, attirata e legata dalla forza di gravità che scaturisce dal cuore di Dio che ci svela il nostro sentimento più profondo. Matrimonio, famiglia, lavoro, studio, amicizie, svaghi, sino alle cose più piccole e routinarie, tutto è innestato come i raggi della ruota di una bicicletta sul suo mozzo centrale. Quando, a causa del terreno accidentato, il cerchio della ruota si deforma, occorre provvedere alla centratura. Quando questa è ben fatta i benefici si sentono nella frenata, si evitano certe cadute sul bagnato, e si hanno effetti positivi sulla comodità della bicicletta, risolvendo i problemi dei continui sbalzi provocati da una ruota difettosa. Cristo ha provveduto alla centratura della nostra vita, raddrizzando e ricentrando i raggi della nostra storia. Centrando in Lui ogni aspetto della nostra vita possiamo frenare di fronte alle tentazioni, evitare di cadere sul terreno viscido degli inganni, viaggiare comodi, in letizia e pace, sulle strade che ci attendono.

“La manifestazione di Dio nella carne è l’avvenimento che ha rivelato la Verità nella storia… Solo perché veramente il Figlio, e in Lui Dio stesso, “è disceso” e “si è fatto carne”, morte e risurrezione di Gesù sono eventi che risultano a noi contemporanei e ci riguardano, ci strappano dalla morte e ci aprono ad un futuro in cui questa “carne”, l’esistenza terrena e transitoria, entrerà nell’eternità di Dio.Lasciamoci trasformare totalmente da Colui che è entrato nella nostra carne… Tale mistero è il compimento della vocazione dell’uomo.” (Benedetto XVI, Omelia di Natale del 2009), La preghiera di Gesù ci annuncia questa notizia sconvolgente: qui ed ora possiamo essere felici cominciando a pregustare le delizie del Cielo. Qui, in questo mondo, in questa storia concreta, in quest’ora che ci accoglie, possiamo sperimentare la gioia di Cristo, la letizia infinita della sua comunione con il Padre. Non si tratta di brevi spazi riservati alla preghiera. Anche nell’esperienza dei santi più grandi le consolazioni di questo tipo sono state rarissime e brevissime. La mistica più autentica, la contemplazione dei misteri (dal greco mystikòs = misterioso) si realizza nella storia, negli eventi apparentemente più banali. E’ nella carne che incontriamo Cristo; è nella vita di ogni giorno che egli ci custodisce nella sua intimità, perché ogni istante della nostra esistenza è un tesoro prezioso che Egli difende nello scrigno del suo amore: “La nostra autentica missione in questo mondo in cui siamo stati posti non può essere in alcun caso quella di voltare le spalle alle cose e agli esseri che incontriamo e che attirano il nostro cuore; al contrario, è proprio quella di entrare in contatto, attraverso la santificazione del legame che ci unisce a loro, con ciò che in essi si manifesta come bellezza, sensazione di benessere, godimento. Il chassidismo insegna che la gioia che si prova a contatto con il mondo conduce, se la santifichiamo con tutto il nostro essere, alla gioia in Dio… L’uomo deve allontanarsi dalla natura solo per ritornarvi rinnovato e per trovare, nel contatto santificato con essa, il cammino verso Dio.” (M. Buber, Il cammino dell’uomo). Per questo non possiamo disprezzare nulla di noi, della storia che viviamo. Alla fine della sua vita, il curato di campagna del celebre romanzo di Bernanos, scrive sul suo diario: “Non importa! E’ finita. Quella specie di diffidenza che avevo di me, della mia persona si è dissipata, credo, per sempre. Questa lotta è giunta al suo termine. Non la capisco più. Sono riconciliato con me stesso, con questa povera spoglia. Odiarsi è più facile di quanto si creda. La grazia consiste nel dimenticarsi. Ma se in noi fosse morto ogni orgoglio, la grazia delle grazie sarebbe di amare umilmente noi stessi, allo stesso modo di qualunque altro membro sofferente di Gesù Cristo” (G, Bernanos, Diario di un curato di campagna). Morendo, questo giovane prete che ha vissuto dentro di sé le tensioni e le contraddizioni della propria natura, ha sussurrato: “Che importa? Tutto è grazia“. Gesù prega il Padre perché in ciascuno di noi si dissipi la diffidenza di noi stessi, del mondo, della carne. Gesù prega per i suoi che rimangono nel mondo, e non li vuole strappare dalla realtà, dalle contraddizioni: essi sono inviati nel mondo come è stato inviato Lui, povero, debole, inerme. “Lasciate che la carne faccia il suo ufficio. Rammentatevi quello che disse Gesù nella preghiera dell’orto: La mia carne è inferma e ricordatevi quel suo sorprendente e doloroso sudore. Se, come lui stesso dice, era pure inferma la sua carne divina che non aveva peccati, come vorremmo che la nostra sia tanto forte da non sentir paura per le persecuzioni e i travagli che la minacciano? Non preoccupiamoci delle nostre paure né perdiamoci di animo per la nostra debolezza” (Santa Teresa D’Avila, Pensieri sull’amore di Dio, 3, 9 ss). Gesù prega perché, nella storia che ci è data, impariamo ad amare umilmente noi stessi, dimora della sua presenza, sperimentando giorno dopo giorno il potere del suo amore; Gesù è ormai in Cielo, ma è anche qui, nella carne reale dei suoi discepoli, per compiere la sua missione. L’amore che rompe ogni barriera, l’amore tra di loro che si traduce in un’unità a prova di bomba atomica, l’amore agli altri come a se stessi, questo amore è la Verità che può liberare il mondo, salvarlo dall’inganno e dalla dissipazione: “Tutto ciò che il Santo, Benedetto Egli sia, ha creato nel mondo, creò nell’uomo” (Abot de Rabbi Natan, 31). Quando nell’uomo si compie l’unità originaria, anche il mondo ritrova la stessa unità. E’ in fondo questa la missione della Chiesa, degli apostoli, di ciascuno di noi: provvedere, in Cristo, alla centratura del mondo. Attraverso le nostre vite riconciliate, consacrate nella verità, sospingere il mondo nella stessa unità, accompagnarlo in Cielo. Infatti “l’altro è lo scopo stesso della creazione dell’adam, dell’uomo:

“Il Creatore ha creato il primo essere umano
  Adam
a Sua immagine, quindi capace di esprimersi
Amar
perché aiuti sé e gli altri a scoprire la Verità
  Emet
che trasforma ogni distruttiva inimicizia
  Eiva
in creativo amore
  Ahavah

Cinque in fila, e al numero 5 corrisponde e sempre corrisponderà la gematrijah di chajim, vita”  (G. Limentani, Il Midrash. Come i Maestri ebrei leggevano e vivevano la Bibbia). Ristabiliti nel centro possiamo amare: il posto che Dio ci ha donato nel mondo è l’amore, l’unica Verità, Cristo stesso. Per questo siamo nel mondo ma non gli apparteniamo, perché siamo di Cristo, consacrati nella sua Verità per testimoniarla al mondo: “Consacrali nella verità. Io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati in verità. I discepoli devono essere coinvolti nella consacrazione di Gesù; anche in loro deve compiersi questo passaggio di proprietà, questo trasferimento nella sfera di Dio e con ciò realizzarsi il loro invio nel mondo… il loro passaggio nella proprietà di Dio, la loro consacrazione  è legata alla consacrazione di Gesù Cristo, è partecipazione al suo essere consacrato… Secondo il Libro dell’Esodo la consacrazione sacerdotale dei figli di Aronne si compie mediante la vestizione con gli indumenti sacri e mediante l’unzione; nel rituale del giorno dell’Espiazione si parla anche di un bagno completo primo di indossare le vesti sacre. I discepoli di Gesù vengono santificati, consacrati «nella verità». La verità è il lavacro che li purifica, la verità è la veste e l’unzione di cui hanno bisogno. Questa «verità» purificatrice e santificatrice, in ultima analisi, è Cristo stesso. In Lui devono essere immersi, di Lui devono essere come «rivestiti», e così sono resi partecipi della sua consacrazione, del suo incarico sacerdotale, del suo sacrificio” (J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Volume II).