Dal Vangelo secondo Marco 8,22-26.

Giunsero a Betsàida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo. Allora preso il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quegli, alzando gli occhi, disse: «Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano». Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa. E lo rimandò a casa dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca


 Betsaida, al confine tra la Galilea e la Decapoli. Betsaida, a un tiro di sasso dal paganesimo. Oggi, vi giungiamo anche noi. E Gesù ci viene incontro, in quel lembo di terra il cui confine tra fede e paganesimo non è mai chiaramente delimitato;Betsaida è l’immagine della contraddizione, della temperie che agita il nostro cuore, la nostra terra. A Betsaida, la Chiesa, che ha cura della nostra vita, ci conduce a Gesù, e prega, intercede per la nostra salvezza. La Chiesa desidera solo che Gesù ci prenda per mano, perchè al resto ci penserà Lui con il tocco della Grazia. Qui, in questa città, inizia per il cieco del Vangelo, e per tutti noi,un’avventura d’amore. Prende avvio il cammino di conversione, la teshuvà, il ritorno alla vera casa, quella dei figli. Il cammino che conduce lontano dal confine ambiguo che caratterizza la nostra vita, come una città piantata in una terra soggetta a traffici, compromessi, infedeltà, idolatrie.

Portando nel cuore la gratitudine per chi ci ha condotti a Cristo, per chi ci ha parlato di Lui, iniziamo anche noi l’esodo, il passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla paura all’amore. Ed inizia con la mano tesa di Gesù, nel gesto d’un Padre che prende con sé il proprio bambino, per condurlo fuori dalla stanza buia popolata di incubi. E’ il miracolo, l’opera del Figlio, dall’Incarnazione alla Pentecoste: prendere la nostra carne, la nostra “natura”, per farne dimora dello Spirito Santo. E’ il mistero che coinvolge Grazia e Natura, il miracolo apparso nel seno benedetto della Vergine Maria, profezia di quello che si compie nella nostra vita, come in quella del cieco del Vangelo di oggi. E’ un mistero che attraversa il cammino di iniziazione cristianapreparato per tutti i chiamati ad essere cristiani, la gestazione che conduce alle acque del battesimo e alla nuova vita in Cristo, la vita degli illuminati, ifotomenozoi, come venivano chiamati i neofiti nella Chiesa primitiva. E’ il prodigio di poter diventare figli nel Figlio, non per volere di carne o sangue, ma perchè rigenerati da Dio in Cristo per pura Grazia.

“Figlio di Dio, con questa parola egli (Gesù) fece di dignità e miseria una unità di tale dimensione, che si estende dalla sovranità di Dio fino all’abisso creato da ogni trasgressione” (J. Ratzinger, Dogma e predicazione). Un cieco vedrà, ciascuno di noi sarà figlio, vivrà come figlio, amerà come il Figlio. La cecità è il segno di un disordine, mostra la natura in tutti i suoi limiti. Siamo ciechi, ammalati, sbattiamo ogni giorno nelle barriere architettoniche erette dal nostro cuore indurito, dai pregiudizi, dalle concupiscenze, dai moralismi, dalla carne gravida di corruzione. Secondo la Teologia Scolastica, e, in modo particolare secondo san Bonaventura, la natura indica l’uomo quale luogo della Grazia. Ratzinger scriveva che Bonaventura “distingue più volte tra il ‘corso naturale’ delle cose del mondo ed un ‘mirabile sviluppo’ con il quale Dio interrompe il ‘corso della natura’….. Quando vuol essere preciso riconosce non due ma tre ‘corsi’: cursus naturalis – voluntarius – mirabilis…. La pura legge naturale è uno stadio storico dell’umanità, il più basso, che anche in seguito rimane attivo come base; viene superato grazie ad una graduale ascesa … che si completa tutto nella Grazia… Il peccato originale è definito come una culpa non personalis sed naturalis e parla, di conseguenza, di una natura corruptadell’uomo. E’ evidente che la natura dell’uomo è delineata dalla sua storia, anche se, contemporaneamente, viene alla luce un nucleo molto intimo di un ordine creaturale che non si può perdere; esso può far diventare questa natura lo spazio d’azione della Grazia, il luogo dell’incarnazione del Figlio di Dio… ” (Ratzinger, op. cit.). Un cieco è immmagine di questo uomo, chiamato a guardare in alto e che invece si rintana nelle proprie paure scambiate per certezze.

Eppure, la scomodità dell’essere cieco rilancia nel cuore dell’uomo, di ciascuno di noi, la chiamata di Dio. Ratzinger, nel testo citato, ha descritto esaustivamente la realtà più profonda del cieco protagonista del Vangelo. E quel che realmente è accaduto con l’incontrare Cristo, lo stesso che accade a ciascuno di noi. Il contatto prolungato con Gesù simboleggiato dall’essere ripetutamente toccato da Lui, a poco a poco svela l’uomo a se stesso, ne schiude gli occhi per una vista che si farà sempre più chiara. Nella misura che s’accresce l’intimità con Gesù la vista diviene più precisa. Più si sta con Cristo più gli occhi guardano lontano. E’ quanto dice Gesù stesso nel Vangelo di Giovanni circa lo Spirito che passerà dall’essere “presso” gli apostoli al “dimorare” in loro.

La vicinanza di Gesù accende il cursus voluntarius innalzandolo sul cursus naturalis, scompare la cecità, immagine della natura racchiusa in un grumo di debolezze, e le palpebre si schiudono su una nuova capacità, il libero arbitrio secondo Bonaventura, acquisito dalla Grazia, trasmessa attraverso le mani e la saliva del Signore. E’ un vedere ancora imperfetto, perchè manca l’esperienza del mirabilis, della vita celeste, della natura nuova, il che rende impossibile l’autentico esercizio del libero arbitrio, mancando alla vista la totalità delle possibilità. Infatti gli uomini sono percepiti come “alberi”.

Il Signore ci prende oggi per mano e ci conduce nel deserto per parlare al nostro cuore. In questi passi balbettati accanto a Gesù è tutta la nostra vita. Un cammino nel deserto condotti per mano da Gesù, dove a poco a poco ci toglierà dalla bocca i nomi degli idoli a cui abbiamo piegato le nostre vite e i nostri cuori. Ci condue nel deserto dove ci farà sua sposa per sempre, nella fedeltà e nell’amore, nella giustizia e nel diritto. Aprirà i nostri occhi su noi stessi e sul Suo amore, e, in esso, ci legherà a Lui per sempre. Il Signore nel deserto abitato dalla sola Sua Parola. Parola che illumina! Tutto il brano odierno ruota intorno alla parola “vedere”, nel senso del greco evangelico di ‘guardare in alto’, ‘vedere perfettamente attraverso’, ‘vedere dentro’. E’ il cammino verso la luce, la verità, la fede. Il cammino che conduce alla pienezza dello Spirito Santo, l’unico capace di aprire i nostri occhi per ‘vedere perfettamente, chiaro e a distanza’Lo Spirito capace di discernere, qualità propria del cristiano.

Vi è in questo un progresso ed è evidente nel brano evangelico. “L’uomo riceve la vera chiarificazione del suo essere non grazie alla ‘natura’, ma in virtù dell’incontro con Cristo nella fede…. La Grazia, cioè l’incontro dell’uomo col Dio che lo chiama, non distrugge la vera realtà dell’uomo, ma la salva e la completa. Questa vera realtà umana dell’uomo non è completamente estinta in nessun uomo. Essa sta alla base di ognuna delle persone umane e si esplica in forme svariate anche nella concreta esistenza dell’uomo, incoraggiandolo e guidandolo ininterrottamente. Però non è presente in nessun uomo in forma non deformata e adulterata. In ognuno invece essa è ricoperta da quello sporco rivestimento che Pascal ha acutamente definito la ‘seconde nature’ dell’uomo. L’uomo ha aggiunto a se stesso una seconda natura, che ha per centro la schiavitù nei confronti dell’io, la concupiscentia” (Ratzinger, op. cit.). Non è questa la situazione della maggior parte di noi? Abbiamo fatto l’esperienza della Grazia, eppure continuiamo a vedere gli uomini come alberi, il velo della nostra carne, della concupiscenza non ci fa riconoscere chi ci è accanto come un uomo, un Tu su cui posare lo sguardo e il cuoreSiamo rinchiusi sui nostri criteri e diamo alle persone, e alle cose e agli eventi della vita, la connotazione e la definizione che il nostro occhio malato può darne. Tutto è in noi ancora viziato dal nostro ‘ego’ pigliatutto. Marito, moglie, suocera, collega, tanto per fare qualche esempio, in chi di loro oggi scorgiamo il volto di Dio, e chi invece percepiamo ancora come un albero?

Occorre un cammino che vada ancor più in profondità. E’ necessaria la mano del Signore. Ancora. “E’ evidente che la Grazia giunge soltanto violando il duro involucro dell’autoesaltazione, che copre in lui la magnificenza di Dio” (Ratzinger, op. cit.).Sarà la mano del Signore, che imporrà sui nostri occhi, a portarne via l’involucro duro dell’orgoglio. Un dolore che ci percuote l’anima, le Sue mani crocifisse sui nostri occhi ancora incerti. La Sua Croce nella nostra carne, l’incontro imprevisto capace di dar luce ai nostri occhi. La Sua Croce nella nostra, conficcata sul tracciato di questa giornata. E di tutte. La Croce, il grimaldello che scardina le ultime sbarre che ci chiudono gli occhi. “E questo vuol dire che non esiste Grazia senza la croce. De Lubac lo ha espresso in termini eccellenti: ‘L’intero mistero di Cristo è un mistero della risurrezione. Ma è anche un mistero della croce. L’uno apre la via all’altro ed ambedue trovano la loro espressione nell’unica ed identica parola: pascha, cioè passaggio… Solo l’umanità del secondo Adamo è la vera umanità, solo l’umanità che è passata attraverso la croce mette in luce il vero uomo… Nessun amore naturale può esistere senza irruzione del soprannaturale. Ci si deve perdere per trovarsi. Legge dell’exodus, legge dell’extasis‘ ” (Ratzinger, op. cit.).

E’ l’estasi della visione di fede, nella concretissima storia che siamo chiamati a vivere. La mano di Gesù che apre definitivamente gli occhi al cieco è la sua mano crocifissa che ci cerca oggi per riportarci alla verità. Come il cieco, al termine di questo esodo dove l’ha condotto la misericordia del Signore, al termine di questa Pasqua, di oggi e di una vita, siamo “ristabiliti” nella volontà di Dio, che è il Suo amore per noi in ogni evento. Ristabiliti, ovvero si schiudono i nostri occhi per vedere “perfettamente” l’amore nel quale siamo stati pensati, creati; vedere l’amore nel quale siamo immersi oggi, profezia del futuro meraviglioso che ci attende. E“vedere dentro”, come dice il verbo greco, chiaro e a distanza ogni cosa, oltre ogni lontananza. Il miracolo della Grazia compiuto che ci dona lo sguardo del centurione, che, a distanza, guardava fisso il Signore crocifisso e ne riconobbe le sembianze del Figlio di Dio. Lo sguardo pieno di Spirito Santo, di discernimento, che trapassa il velo della carne e ne svela il vero, la cifra divina seminata in essa. Lo sguardo di Abramo che vide in Isacco il giorno di Cristo, il nostro sguardo posato su chi ci è accanto, sui fatti della vita, riconoscendone il giorno di Cristo, il luogo e il tempo della sua Pasqua. Lo sguardo di Abramo che non esitò, dinanzi alla evidenza di morte sua e di Sara, e credette, e sperò contro ogni speranza. Gli occhi di fede che ci vuol donare il Signore, capaci di non arrestarsi alle apparenze, alla natura e alle sue debolezze, lo sguardo che oltrepassa il limite del visibile e plana sull’invisibile di cui è caparra il Suo Spirito riversato nei nostri cuori. Che meraviglia guardare a tutto come ad un’occasione attraverso la quale il Signore ci prende per mano per sperimentare la Pasqua, la sua vittoria! Che meraviglia guardare oggi al matrimonio, al fidanzamento, alla storia concreta, alle persone, alla ribellione del figlio, all’umiliazione sul lavoro, a quello che sia, come una chance offerta dal Signore, un caos dove il suo dito può operare una nuova creazione, una tomba da cui Egli può trarre la vita! Guardare tutto con gli occhi della fede, la certezza intima e incrollabile che in tutto c’è speranza, che anche se gli eventi ci sono apparsi come ingiustizie, le persone come nemici, nel duro involucro della carne ferita, non senza un cammino duro nel deserto, il Signore può operare il prodigio dell’amore, della riconciliazione, ristabilendo l’ordine divino nell’ordine naturale, l’obbedienza della natura alla volontà celeste.

Lo Spirito guiderà la nuova vita del cieco su nuovi cammini. Il perdono, il battesimo, la misericordia che lo ha rigenerato è la stessa forza che ha fatto risuscitare Cristo dalla morte, e lo conduce a camminare in una vita nuova. Non tornerà più infatti nella vecchia città, non vi entrerà più perchè è ormai una creatura nuova, e le cose di prima sono passate. Anche per noi vi è un cammino in una vita nuova, quella che conduce ad offrire tutto di noi per puro amore. La via che conduce alla nostra vera casa, quella che Lui ci ha preparato fin dall’eternità, la comunione d’amore con Lui, per sempre. “La via pasquale della croce, questa demolizione di tutte le sicurezze terrene e delle loro false soddisfazioni è il vero ritorno a casa dell’uomo, la vera armonia cosmica… nella quale il mondo intero è un inno di lode a Dio e all’Agnello pasquale immolato” (Ratzinger, op. cit.).

San Gregorio Nisseno (circa 335-395), monaco e vescovo
Discorsi sulle Beatitudini, 6,1

« Vedranno Dio » (Mt 5, 8)

Quanto accade a coloro che dalla vetta di un’ alta montagna guardano in basso un mare profondo e insondabile, avviene anche alla mia mente quando dall’altezza della parola del Signore, guardo la profondità di certi concetti… L’impressione di chi volge giù lo sguardo sull’abisso impenetrabile da quell’altezza da vertigini, è quella stessa che io provo quando spingo in basso gli occhi dall’altezza del misterioso detto del Signore : « Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio » (Mt 5,8). Dio qui è proposto alla contemplazione di coloro che hanno purificato il loro cuore. Ma « Dio, nessuno l’ha mai visto » (Gv 1,18), come afferma il grande Giovanni. Paolo con la sua sublime intelligenza conferma e aggiunge : « Nessun uomo lo ha mai visto, né lo può vedere » (1 Tm 6,16). Questa è quella roccia levigata, corrosa e scoscesa che non offre in se stessa alcun appoggio o sostegno per i concetti della nostra intelligenza. Anche Mosè nelle sue affermazioni l’ha detta impraticabile… « Non vi è nessuno che possa vedere Dio e vivere » (Es 33,20). Ma vedere Dio costituisce la vita eterna. Se Dio è vita, chi non vede Dio non vede la vita…
Il Signore però solleva e sostiene i cuori che vacillano, come ha agito con Pietro, che stava per annegare. Egli lo rimise nuovamente in piedi sull’acqua (Mt 4,30), come su un pavimento solido e resistente. Se trovandoci penzolanti sull’abisso di queste speculazioni si accosterà anche a noi la mano del Verbo, si poserà sull’intelligenza e ci farà vedere il vero significato delle cose, saremo allora liberi dal timore e seguiremo la sua via.
« Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio ». Tale promessa supera le nostre più grandi gioie ; dopo questa felicità, quale altra potremmo desiderare ?… Chi vede Dio possiede, proprio in questa visione, tutti i beni immaginabili ; una vita senza fine, un’incorruttibilità perpetua, una gioia inesauribile, una potenza invincibile, delizie eterne, una luce vera, le dolci parole dello spirito, una gloria incomparabile, un’esultanza mai interrotta, in fine, tutti i beni. Tale beatitudine ci offra dunque grandi e belle speranze !

Card. Joseph RatzingerDalla natura alla Grazia.
Da Dogma e predicazione.
Bonaventura “distingue più volte tra il ‘corso naturale’ delle cose del mondo ed un ‘mirabile sviluppo’ con il quale Dio interrompe il ‘corso della natura’….. Quando vuol essere preciso riconosce non due ma tre ‘corsi’: cursus naturalis – voluntarius – mirabilis…. La pura legge naturale è uno stadio storico dell’umanità, il più basso, che anche in seguito rimane attivo come base; viene superato grazie ad una graduale ascesa … che si completa tutto nella Grazia… Il peccato originale è definito come una culpa non personalis sed naturalis e parla, di conseguenza, di unanatura corrupta dell’uomo. E’ evidente che la natura dell’uomo è delineata dalla sua storia, anche se, contemporaneamente, viene alla luce un nucleo molto intimo di un ordine creaturale che non si può perdere; esso può far diventare questa natura lo spazio d’azione della Grazia, il luogo dell’incarnazione del Figlio di Dio… Se si osserva la natura dal suo vero punto di riferimento, da Dio, si vede che ogni natura è, in fin dei conti, Grazia, ed anche il cursus naturalis in fondo è un cursus voluntarius. Tutta la natura, nel suo intimo più profondo, è emanazione di una volontà; la primordiale volontà creatrice, alla quale soltanto deve la sua esistenza, le ha conferito una struttura volontaristica. Rimane decisivo il fatto che la natura, nell’uomo, è circoscritta da una doppia libertà, quella di Dio e quella dell’uomo. Ed essa è contrassegnata dalla storia duplice e singola insieme risultante dalla compartecipazione dell’uomo con Dio; sia dalla chiamata di Dio, che invita l’uomo ad elevarsi al di sopra di se stesso, nella sua vera realtà, sia dal rifiuto dell’uomo, che vuol essere soltanto uomo, che teme di aprirsi al di là di se stesso e proprio così non realizza se stesso…
E questo vuol dire che non esiste Grazia senza la croce. De Lubac lo ha espresso in termini eccellenti: ‘L’intero mistero di Cristo è un mistero della risurrezione. Ma è anche un mistero della croce. L’uno apre la via all’altro ed ambedue trovano la loro espressione nell’unica ed identica parola: pascha, cioè passaggio. Alchimia di tutto l’essere, totale separazione dalla quale nessuno può sperare di sfuggire. Negazione di tutti i valori naturali nel loro essere naturale, rinuncia anche a ciò per cui il singolo individuo andò oltre se stesso’. Solo l’umanità del secondo Adamo è la vera umanità, solo l’umanità che è passata attraverso la croce mette in luce il vero uomo. L’umanesimo che sostiene la nobiltà del puro umano  – che guarda gli uomini e li identifica con gli alberi, con le sue idee, fantasie, ideologie… – termina, in conclusione, nell’autoaffermazione, nell’autodivinizzazione dell’uomo e nel rifiuto di fronte alla nuova realtà di Dio. Ascoltiamo ancora De Lubac: ‘L’umanesimo cristiano dev’essere un umanesimo convertito. Nessun amore naturale può esistere senza irruzione del soprannaturale. Ci si deve perdere per trovarsi. Legge dell’exodus, legge dell’extasis‘.
Se questo è vero, allora quell’esci con il quale inizia la rivelazione in Abramo, questa legge fondamentale e invariabile dell’esodo… è anche la vera legge costitutiva dello Spirito, il reale esaudimento del grido di desiderio che si alza dalla sua natura. La croce… è la sua vera salvezza, che lo strappa dal fallace autocompiacimento, nel quale può solo perdere se stesso, trascurare la promessa di infinità presente in lui, per amore della minestra di lenticchie della sua supposta naturalità. La via pasquale della croce, questa demolizione di tutte le sicurezze terrene e delle loro false soddisfazioni è il vero ritorno a casa dell’uomo, la vera armonia cosmica… nella quale il mondo intero è un inno di lode a Dio e all’Agnello pasquale immolato (Ap.5)”