di Don Antonello Iapicca

Mc 7, 14-23

In quel tempo, Gesù, chiamata  di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo».
Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?». Dichiarava così mondi tutti gli alimenti.
Quindi soggiunse: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo».

IL COMMENTO

E’ una questione di cuore. Il Signore ci riporta al centro d’ogni cosa, e noi ci ritroviamo, come i discepoli, privi d’intelletto. Prigionieri della sapienza secondo la carne ci attestiamo su posizioni legalistiche che ci possano proteggere e difendere. La libertà di Gesù ci spiazza. Pensiamo di desiderare la libertà mentre ne siamo terrorizzati. Perchè il nostro cuore è malato, avvelenato. Gesù ci annuncia una vita libera perchè liberata, e ci incontra schiavi, azzannati dal timore. La libertà di Gesù implica una vita indifesa dinnanzi a tutto e a tutti, quella che è apparsa nel Suo corpo crocifisso, offerto a tutti, senza limite. La libertà del Figlio che non attende che qualcuno gli tolga la vita, ma che la offre in riscatto proprio per i Suoi assassini. Non v’è alimento, per quanto impuro, avariato, avvelenato che può contaminare l’uomo. Il Figlio, e i Suoi fratelli, sono nel mondo una creazione nuova, immagine e sacramento della vita celeste. I cristiani costituiscono la speranza del Cielo. Nulla li potrà danneggiare, quand’anche dovessero bere veleni non recheranno loro danno perchè in loro dimora una Vita nuova, eterna, la stessa del Signore che ha vinto e distrutto la morte. Pieni di speranza attraversano gli eventi, non chiudono a nessuno, sono ogni giorno come agnelli condotti al sacrificio. La loro vita è intrisa d’amore verso tutti, anche i nemici, perchè l’amore di Dio è stato riversato nei loro cuori. E’ dunque una questione di cuore. E dobbiamo ammettere che il più delle volte viviamo lontani dal nostro stesso cuore, pur illudendoci che sia il protagonista assoluto delle nostre esistenze. E’ vero quel che dice Isaia e che Gesù ci ripete, io nostro culto è un intrecciarsi di forme, ma il cuore è lontano da Dio. Allo stesso modo, le nostre relazioni, gli atteggiamenti e le azioni sono un moltiplicarsi di riflessi condizionati dalla paura. Filosofie, ideologie politiche e riflessioni nostre ci inducono a credere che le strutture, le famiglie, le persone e i fatti che ci circondano condizionino le nostre vite. Ma è falso. E’ il nostro cuore ad esser malato, è in noi la radice dell’infelicità e dell’incapacità di amare. Ci affanniamo a pulire l’esterno del bicchiere e dimentichiamo l-interno. L’esterno che ci si approssima, le parole, i rifiuti, gli eventi di morte che quotidianamente ingeriamo ci fanno soffrire, ma non sono essi ad innescare in noi reazioni che “sembrano” naturali. La paura e l’incapacità d’esser felici davvero sgorgano dal nostro cuore. Avvelenato da una menzogna. Dal padre della menzogna, colui che è omicida fin da principio. Ed è infatti al cuore che punta Gesù. Anche noi, prostituiti alla menzogna, adescati dall’idolatria come Israele nel libro di Osea, Dio conduce nel deserto per parlare al nostro cuore. L’angoscia, l’aridità, l’incertezza che oggi ci attanagliano sono il deserto nel quale Dio stesso ci porta per un solo a solo, l’unico, che può salvarci. Le Sue parole dirette al nostro cuore. La predicazione, la stolta predicazione che dona la fede sciogliendo il cuore dalle catene della paura. L’annuncio quotidiano del Suo amore e della Sua misericordia è il farmaco capace di guarire il nostro cuore, l’antidoto al veleno della menzogna iniettataci dal demonio. Il Suo amore riversato nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo. A Dio, che così gli parlava in sogno:“Chiedimi ciò che io devo concederti” ,Salomone ancor giovane rispondeva in un modo che a prima vista ci sorprende: egli chiede semplicemente lébh shoméá. Un cuore in ascolto. Lébh, cuore, è la sede della saggezza, del discernimento, così come della forza e della tenerezza. E shoméá è il participio di shamá, ascoltare. Chiedendo lébh shoméá, Salomone ha semplicemente chiesto un cuore che ascolta. (un cuore pieno di giudizio (de Vaux, nella Bible de Jérusalem; una nota della prima edizione, che non è stata accolta nel testo, mostra che una redazione anteriore proponeva; pieno di intendimento, ciò che aveva il vantaggio di avvicinarsi, partendo dall’origine della parola, al senso dell’ebraico: “Tendere i sensi verso, ascoltare”) E Dio,quasi volendo spiegare il contenuto della domanda di Salomone, risponde: “Perché hai domandato questa cosa … faccio come tu hai detto. Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente…”(1 Re 3, 11-12). All’ascolto corrisonde la saggezza e l’intelligenza. A noi, privi d’intelletto, impauriti dinnanzi alla libertà dell’amore, piegati sui compromessi seminati per difendere fragili equilibri, vien data oggi una preghiera. Semplice. Con Salomone implorare un cuore in ascolto, ecco la chiave per ogni problema, di fronte ad ogni evento della nostra vita. Non perdersi in sterili ipotesi, in lunghi talk show improvvisati con amici e colleghi e parenti, parole a fiumi che non approdano a nulla. In ginocchio, piccoli e indifesi, impauriti, e l’audacia d’una preghiera: “Donami o Signore un cuore in ascolto”. Lo “Shemá Israël, Ascolta Israele (Shemá, dove si può riconoscere il nostro Shoméá), il solenne invito ad ascoltare il proclama della fede al Dio unico (Dt 6,4 ss.), bussare alla porta del cuore stesso di Dio perchè parli al nostro cuore. Come Maria che “sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola” (Lc 10, 39), ricevendo, gratuitamente, la parte migliore di cui il Signore ha detto che non ci sarà mai tolta (Lc 10, 42)? Con Santa Faustina Kowalska, così come oggi siamo, contemplare il cuore di Cristo, dal quale sgorgano i raggi benefici della Sua Misericordia, il perdono che cancella le “cose cattive” che escono dal nostro cuore, e ricrea in noi un cuore nuovo, di carne, capace di amare, un cuore come il Suo. Nel Suo cuore ferito d’amore.

O sangue ed acqua che scaturisci dal cuore di Gesù
come sorgente di Misericordia, confido in Te! (Santa Faustina)



Nota sul Cuore nella Bibbia.

Nella Bibbia “il cuore è l’epicentro dell’affettività psichica dell’uomo, ma non di un sentimentalismo che soggioga l’uomo anche contro la sua volontà e la sua ragione. Nella Bibbia, infatti, il cuore non è inteso come fonte esclusiva e autonoma dei sentimenti e tantomeno come un organo delle emozioni distinto dall’organo dei ragionamenti e irriducibile ad esso. Al contrario: il significato focale del concetto biblico di cuore è quello di sede del pensiero, dell’anima, della coscienza, dell’intelligenza (cfr. 1R e 3,9; 5,9; Prv 6,32; 7,7) e della memoria (cfr. Is 65,17; Ger 3,16). Ed esso, anziché un semplice ricettacolo passivo di pensieri e ricordi, designa piuttosto l’organo di tutte le operazioni intellettuali dell’uomo: la facoltà del pensiero. Non a caso, per dire «pensare» nella Bibbia si usa il sintagma «parlare con il cuore» ( Qo 1,16; 2,15). Dio, l’unico vero e autentico saggio, è definito «saggio di cuore» ( Gb 9,4). Non solo si ragiona e si pensa nel cuore (cfr. Mc 2,6; 2,8), ma con esso si prendono anche decisioni volontarie e responsabili. Nel NT il termine greco kardía compare in ben 148 passi, conservando sempre l’accezione veterotestamentaria di centro dell’attività spirituale cosciente e volitiva dell’intera persona, ma accentuando quella di centro focale della vita religiosa. Cuore e mente non solo restano termini semanticamente vicini (cfr. 2Co r 3,14ss), ma talvolta ricorrono anche come sinonimi (cfr. Fil 4,7)”.(Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, voce Cuore, http://www.disf.org/Voci/47.asp).

Ratzinger – Benedetto XVI. Angelus sul Sacro Cuore

Ratzinger – Benedetto XVI. Nel 50 anniversario dell’Enciclica HAURIETIS AQUAS




Sant’Isacco Siriano (7o secolo), monaco nella regione di Ninive (nell’Iraq attuale)
Discorsi ascetici, 1a parte, n° 21

« Crea in me, o Dio, un cuore puro » (Sal 50,12)È stato detto che solo l’aiuto di Dio salva. Chi sa di non avere più nessun soccorso, prega molto. E quanto più prega, tanto più il suo cuore diventa umile. Infatti uno non può pregare e chiedere, se non è umile. « Un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi » (Sal 50,19). Infatti, finché il cuore non si sarà fatto umile, gli sarà impossibile sfuggire dalla dispersione ; l’umiltà raccoglie il cuore.

Quando l’uomo si è fatto umile, subito viene circondato dalla compassione e il suo cuore allora sente il soccorso divino. Scopre una forza che sale dentro di lui, la forza cioè della fiducia. Quando l’uomo sente così il soccorso di Dio, quando sente che egli è presente e viene in suo aiuto, subito il suo cuore è colmo di fede, e capisce allora che la preghiera è il rifugio del soccorso, la fonte della salvezza, il tesoro della fiducia, il porto libero dalla tempesta, la luce di coloro che sono nelle tenebre, il sostegno dei deboli, il sollievo nel tempo delle prove, l’aiuto in mezzo alla malattia, lo scudo che libera nelle lotte, la freccia lanciata contro il nemico. In una parola, la moltitudine dei beni entra in lui mediante la preghiera. Trova dunque le sue delizie ormai nella preghiera della fede. Il suo cuore risplende di fiducia.