Dal Vangelo secondo Marco 12,18-27. 

Vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non c’è risurrezione, e lo interrogarono dicendo:
«Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello.
C’erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza;
allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente,
e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna.
Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l’hanno avuta come moglie».
Rispose loro Gesù: «Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio?
Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli.
A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore».

Il commento di don Antonello Iapicca

Il roveto che arde e non si consuma è da sempre il segno della perpetua verginità di Maria. Quel roveto su cui si posarono gli occhi di Mosè, quel roveto ardente dal quale Dio ha rivelato il suo Nome è il segno dell’eternità. Esso ci rimanda alla fornace dove furono gettati i tre giovani da Nabucodonosor. Le fiamme alte e possenti tentavano di aggredire le loro carni, ma con loro, vi era un altro, un angelo, un vento, Qualcuno che li difendeva e impediva al fuoco di recar loro danno. Ecco, l’immagine  della risurrezione e della vita eterna è racchiusa in queste immagini, fondamentali anche per noi. Non si tratta di dotte disquisizioni sull’immortalità, e neanche di dogmi freddi da credere e basta. Si tratta di un’esperienza. O la si ha o non la si ha. Non si scappa. La domanda dei sadducei la portiamo tutti nel cuore. Ma Gesù risponde senza trattati, senza speculazioni. Gesù ci mostra il Padre, e ci mostra uomini concreti con i quali ha intrapreso una storia di salvezza. Uomini chiamati, scelti, eletti per essere un segno del destino di ogni uomo. Gesù ci mostra l’opera di Dio, realizzata pienamente e definitivamente in Lui. La vita nella morte, il suo Mistero Pasquale, adombrato anche nella verginità di Maria. Questo Mistero raggiunge ciascuno di noi, trasforma le nostre vite e le strappa dalla corruzione. La vittoria sulla morte di Gesù è per noi oggi un evento capace di risuscitarci proprio nella concretissima storia che stiamo vivendo. E’ l’esperienza del perdono dei peccati, della liberazione dalla schiavitù che ci costringe a peccare, che ci impedisce di amare. E’, infatti, l’amore la prova più credibile e sperimentabile della risurrezione: “Quando Gesù parla della vita eterna, Egli intende la vita autentica, vera, che merita di essere vissuta. Non intende semplicemente la vita che viene dopo la morte. Egli intende il modo autentico della vita – una vita che è pienamente vita e per questo è sottratta alla morte, ma che può di fatto iniziare già in questo mondo, anzi, deve iniziare in esso: solo se impariamo già ora a vivere in modo autentico, se impariamo quella vita che la morte non può togliere, la promessa dell’eternità ha senso…. vita è relazione. Nessuno ha la vita da se stesso e solamente per se stesso. Noi l’abbiamo dall’altro, nella relazione con l’altro. Se è una relazione nella verità e nell’amore, un dare e ricevere, essa dà pienezza alla vita, la rende bella. Ma proprio per questo, la distruzione della relazione ad opera della morte può essere particolarmente dolorosa, può mettere in questione la vita stessa. Solo la relazione con Colui, che è Egli stesso la Vita, può sostenere anche la mia vita al di là delle acque della morte, può condurmi vivo attraverso di esse” (Benedetto XVI).

La vita eterna comincia qui, ed è sperimentabile mentre siamo nella fornace ardente quale spesso diventano il matrimonio con le liti e le incomprensioni, il posto di lavoro con le invidie e le ingiustizie, il fidanzamento con le vampe di passione che lo accerchiano e lo insidiano, le malattie, le preoccupazioni, le angosce di ogni giorno. La risurrezione si fa realtà quando possiamo vivere nella fornace ardente che è la nostra storia, uguale a quella che fu di “Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, e ivi sperimentare la presenza concretissima di Dio, l’intima prossimità di Gesù, la sua vita più forte delle barriere della morte. La risurrezione è sperimentare la possibilità, con questa carne mortale che così spesso ci annichilisce, una vita nuova, che oltrepassa il muro del “finito”, il limite angusto delle passioni, dei ricatti, dei rancori, delle invidie, dell’ira, dei giudizi, delle mormorazioni. La risurrezione che ci attende oggi e ogni giorno è amare attraverso la nostra carne che, senza la vita celeste che il Padre ci dona, sarebbe un ostacolo insormantabile al dono di se stessi a chi si fa nemico. La risurrezione è sopportare le difficoltà, entrare nella Croce senza scappare, perché proprio essa, che all’apparire spaventa annunciandoci una morte certa, è invece il “letto d’amore” dove il Signore ci attende per consegnarci la sua vita che ha vinto la morte: “Sopportare è portare una difficoltà. Ma è portare addosso una difficoltà? No. Sopportare è prendere la difficoltà e portarla su, con forza, perché la difficoltà non ci abbassi… Sopportare perciò significa non lasciarci vincere dalle difficoltà. Il cristiano ha la forza di non abbassare le braccia, ma di portare su, di sopportare” (Papa Francesco, Omelia in Santa Marta, 24 maggio 2013). Questa forza è il potere della risurrezione, una vitalità che nessun uomo può dare a se stesso, il dono celeste che attira nel Regno di Dio, nella dimensione e nello spazio nuovi dilatati all’infinito dall’amore che non conosce confini. L’amore che vince il male è il territorio speciale, la porzione di paradiso dove i cristiani vivono ogni giorno: nel mondo ma non del mondo, nelle vicende comuni a quelle di ogni uomo ma con un amore e una forza che supera infinitamente quelle mondane. Così, ad esempio, essere sposati come non lo si fosse, direbbe San Paolo; vivere cioè, già qui come angeli nel cielo, non chiedendo al matrimonio, alla moglie, al marito, ai figli quello che non possono dare, la felicità piena ed eterna. E, al contrario, offrire agli altri le primizie della vita eterna ricevute in dono, l’amore, il perdono, la pazienza, la carità che non cerca il proprio interesse, che crede tutto e tutto spera, che non si adira e sopporta tutto. Perché chi ha vita eterna dentro non offre più nulla a se stesso ma offre se stesso a tutti. I figli del Dio dei Padri vivono ogni evento, ogni relazione impregnati dello Spirito Santo, lo Spirito di Dio, che fa contemporanei dell’eternità, partecipi della stessa vita celeste: “Padre nostro che sei nei Cieli…. sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”, è la nostra preghiera, che mostra con chiara evidenza la nostra intercessione perchè il mondo intero possa compiere la volontà di Dio come essa si compie in noi. Attraversare la morte che ci insidia ogni giorno, pur essendo non ancora in pienezza passati nel Regno promesso. Con le debolezze, le cadute, le lotte possiamo sperimentare, in Cristo, ogni giorno la resurrezione che ci attende. La nostra vita diviene, con Cristo, come quel roveto che ardeva e non si consumava, dal quale la voce di Dio ha pronunciato l’unico Nome capace di dare vita e di salvare: Io Sono Colui che Sono: “La rivelazione del nome divino significa dunque che Dio, che è infinito e sussiste in se stesso, entra nell’intreccio di relazioni degli uomini; che Egli, per così dire, esce da se stesso e diventa uno di noi, uno che è presente in mezzo a noi e per noi. Per questo in Israele sotto il nome di Dio non si è visto solo un termine avvolto di mistero, ma il fatto dell’essere-con-noi di Dio” (Benedetto XVI). Siamo chiamati ad essere crocifissi con Cristo, perché in noi  risuoni la stessa voce sgorgata dal roveto, parole e vita che annunciano e testimoniano l’immortalità per questa generazione: dalle stesse ferite della nostra carne, i problemi e le sofferenze di ogni giorno, filtrerà la luce della Pasqua, il potere di Dio sulla morte, il fuoco che arde e non consuma. Ogni nostro istante trasmetterà allora la voce di Dio, l’annuncio della Buona Notizia, e l’evangelizzazione giungerà ovunque saremo: il suo Nome, il suo Essere oltre ogni limite, il suo amore più forte della morte si farà presente sulla scena del mondo che conosce solo la corruzione. Testimoni di questo amore annunceremo a tutti l’unico e vero Dio, il Dio dei Padri, di ciascun uomo, amato infinitamente, oltre il peccato e la morte.

APPROFONDIMENTI

Benedetto XVI. Questa è la vita eterna

San Giustino. Credo la risurrezione della carne