di Don Antonello Iapicca

Dal Vangelo secondo Marco 6,1-6.

Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.

IL COMMENTO

I discepoli seguono Gesù di ritorno nella sua Patria. Qui impareranno quanto seria sia la chiamata che li aveva raggiunti. Lo sguardo di Gesù li aveva colti nelle loro ore, al lavoro, in famiglia, persino sui luoghi del peccato. Quello sguardo sì era fatto parole, irresistibili, vive, efficaci, energiche. Quelle parole di Gesù, sulle rive del Lago, o al banco delle imposte, erano state come una spada a doppio taglio, sono giunte sino al punto di divisione della loro anima, del loro spirito, delle giunture e delle midolla. E ne hanno scrutato i recessi, e quegli uomini, improvvisamente, si sono sentiti conosciuti, ed amati, come mai; s’erano ritrovati nudi dinnanzi a quel Profeta di Nazaret, e, come Adamo ed Eva nel Giardino, non ne provavano vergogna. Sentimenti e pensieri, tutti, senza distinzione, erano limpidi come il cielo in un mattino d’inverno; impossibile restare nascosti, e non lo volevano. C’era amore in quelle parole, misericordia, coraggio, e una travolgente speranza. Impossibile non seguirlo, non lasciarsi attrarre da quell’Uomo che gli era entrato dentro e non si era scandalizzato di loro. Peccatori, impostori, erano quello che erano, rozzi ed ignoranti, ma Lui li aveva guardati e aveva sfiorato ilo fondo del loro cuore, e lo aveva amato. E non aveva posto condizioni, era tutto gratuito, era un cammino di libertà che si schiudeva, e non si poteva resistere. Li aveva strappati alla casa, alla famiglia, alla Patria. Li aveva catapultati in qualcosa di completamente diverso, e non se ne rendevano conto. Erano con Lui, e questo bastava a lasciar tutto, in un istante, reti, barche, padri, lavoro, denaro. E a seguirlo. Han visto miracoli, li aveva compiuti anche a casa loro. Segni d’un Cielo che era diventao Terra, e di una Terra che s’era innalzata sino a diventare Cielo. Erano stati testimoni delle vittorie di Gesù, sui demoni, i peggiori, i più pericolosi; avevano visto la libertà sui volti stupiti di chi aveva passato una vita oppresso dalla schivitù. Avevano contemplato, senza capire, storditi e con il cuore indurito, le opere e le parole di Gesù interrogandosi su chi fosse in realtà. Si erano impauriti nella tempesta, avevano dubitato e mormorato. Ma erano ancora lì, con Lui, dietro di Lui, seguendone le orme, e ora era Nazaret, era la sua casa, la sua famiglia, i suoi amici, la sua Patria. Saranno stati contenti i discepoli, avrebbero visto i suoi luoghi, i volti dei suoi fratelli, di sua madre. Lo avrebbero conosciuto meglio, sulle tracce della sua storia, tra le pieghe della sua vita nella carne. Ed erano giunti, di sabato, nella Sinagoga; la sua scuola, i suoi maestri, le sue preghiere. Ma succede qualcosa d’imprevisto, e ancora una volta, come tante altre, le parole di Gesù scendono al fondo delle loro esistenze, a scuoterle, a tranciarne certezze, a svelarne i pensieri, ad illuminare, ammaestrare, formare. Amare. Nazaret è l’esperienza dello scandalo. La Patria di Gesù, la carne della carne di Lui, imbattendosi nelle sue parole, si ribella, si agita, ed è stupore, e son domande, ed è scandalo. Questa parola – skandalon – significa letteralmente “pietra che fa inciampare”. Gesù, per la sua Patria, per amici e parenti, era come un sasso capitato tra i piedi, e tutti, tranne Maria, v’erano inciampati. E’ lo scherzo che gioca la carne. Essa è come fiore del campo, al mattino fiorisce, al tramonto dissecca. La governano gli umori, i sentimenti, e sono vapori, vanità di vanità, che il vento porta via in un baleno. Affetti, amori, passioni, la melma che muove la carne. A Nazaret come nelle nostre case, nelle nostre famiglie. Gelosie, invidie, competizioni, speranze, progetti, regole e leggi, tutto quanto agita le relazioni familari, i legami di sangue. Anche quando gli affetti sembrano più puri, il veleno della corruzione ne mina la limpidezza e la gratuità. Ne siamo tutti testimoni, anche i bimbi più piccoli ne fanno esperienza quotidiana. Il Salmo 50 fotografa la realtà di ogni uomo: “Nel peccato mi ha concepito mia madre”. Il peccato originale si trasmette come una malattia ereditaria, è necessario un intervento alla radice per estirparlo. Non si tratta di selezione eugenetica, Dio non pensa come l’uomo; se così fosse saremmo tutti embrioni strappati al seno di nostra madre. Lo scandalo della carne, l’incapacità di amare così come è, di lasciarlo libero, senza far mancare aiuto e misericordia. Quanti genitori legano i figli sino a soffocarli, spesso subdolamente; quanti genitori sono incapaci di correggere per paura dìessere rifiutati; quanti coniugi vivono in un continuo compromesse che accumula fascine al fuoco del risentimento; e quante esplosioni e incendi, e devastazioni, e matrimoni distrutti, e figli sbandati. La carne non può superare il suo limite, e questo è il peccato. Per questo Gesù dirà che chi non odia suo padre, sua madre, il marito, la moglie, i fratelli, i figli, la Patria, persino la propria vita, non può essere suo discepolo. Non può seguirlo. Chi ama la sua vita, questa vita di carne fatta di schemi, di relazioni, di criteri, di affettività, la perderà, gli sfuggirà di mano come sfugge qualcosa quando si inciampa. Chi fonda la sua vita sulla carne vivrà la maledizione della corruzione, non vedrà alcun bene, sarà cieco e senza discernimento, e inciamperà, si scandalizzerà. La carne è un daframma che si frappone tra lo spirito e Dio, ne impedisce il contatto libero e gioioso. La carne spinge all’adulazione, all’autogratificazione, alla difesa; la carne usa di tutto e di tutti per se stessa, non conosce gratuità. E, all’apparire della sofferenza, del fallimento, della solitudine si scandalizza. La carne, nello svelarsi per ciò che è, si disintegra ed è il terremoto dellìesistenza, tutto crolla, e lo scandalo ci uccide. E’ l’esperienza di Pietro, profonda, simile a quella di ciascuno di noi. Il Padre dal Cielo gli rivela il cuore della fede, l’identità di Gesù, e gli schiude le labbra per proclamare che quell’uomo che viene da Nazaret è il Figlio di Dio, il Kyrios, il Signore. Pietro assapora la beatitudine di chi ha superato i vincoli e l’impotenza della carne, l’intimità con Dio, e, per questo, s’è visto chiamato e costituito come pietra di fondamento della Chiesa. La fede donata dal Padre, il tesoro nel vaso di creta della sua natura così fragile. Ma l’annuncio della passione, dell’opera del Padre che il Figlio deve compiere a Gerusalemme risveglia la sua carne ancora viva, l’uomo vecchio erompe in un grido di difesa e cristallizza in parole di sdegno lo scandalo provocato dala Croce. Pietro è inciampato perchè voleva correre davanti a Cristo, guidarlo sui sentieri del mondo e della carne, secondo la sua logica, quella che non conosce il Cielo. E Pietro dovrà sentirsi apostrofare da Gesù come satana, colui che della carne ha il dominio guidandone il pensiero, così diverso da quello di Dio. Pietro diviene scandalo per Gesù, la pietra che invece di fondare la Chiesa, si frappone come ostacolo al cammino di Gesù verso il compimento della volontà del Padre. E’ lo scandalo della Patria di Gesù, incapace di uscire dalla conoscenza effimera della carne. Pensano d’aver capito, di sapere, e non si rendono conto che non possono credere perchè cercano la gloria, la sostanza, il peso della vita, secondo il significato della parola greca, gli uni dagli altri, dalla carne. Chiedono vita ai legami di sangue, alle tradizioni dei padri, alle conoscenze epidermiche, e cadono e si spengono i loro occhi, e aboriscono ogni miracolo. Eè la maledizione di chi confida nella carne, non riconosce il bene quando viene a visitarlo, non vede oltre il fatto biologico, ed il bene, l’amore misericordioso di Dio, scivola via. Come succede a noi, ogni giorno. Per questo Gesù dirà a Nicodemo che occorre rinascere dall’alto, entrare in un nuovo seno, che è quello della Chiesa, il fonte battesimale. In esso si lascia morire l’uomo vecchio, si rinuncia a satana, alle sue seduzioni, alle sue pompe, alla carne. Immergendosi nell’acqua del battesimo si odia tutto quello che si frappone come un ostacolo a Cristo, alla sua vita, allo Spirito Santo. E l’uomo nuovo è libero
, come il vento, e vive ogni relazione liberamente, seguendo le orme di Cristo, anche quando conducono per sentieri impervi e che non vorremmo percorrere. Come sarà per Pietro, che, da vecchio, sarà condotto dove la sua carne non vorrà andare. Per questo non si può cercare di raccattate i cocci delle nostre relazioni, e andare a seppellire i morti lasciati lungo la via, tutti i rapporti familiari che non possono essere sanati per la forza della carne, della buona volontà, delle terapie di coppia; non si tratta neanche di andare a salutare quelli di casa, di cercare di spiegarsi, di lasciarsi in pace dentro promesse e proprisiti che non compiremo mai. Chi guarda indietro con rimpianto, chi pensa a quel che avrebbe potuto fare, chi ancora cerca nella carne l’impulso ad essere di Cristo, non può seguirlo. Ma il Signore passa e chiama, e la sua Parola scende fino all’intimo, e recide le radici velenose, e fa male certo, ma è un dolore che libera, e fa nuove tute le cose. Non possiamo essere se non seguendo il Signore. Non possiamo amare se non odiando la schiavitù della carne. Essa è redenta e sanata, liberata e santificata da Cristo. Lìincarnazione fa nuova la carne, la conduce alla Croce e la innalza sino al Cielo. E’ il cuore della fede della Chiesa, la risurrezione di Cristo e la risurrezione della carne. Ma essa non avviene senza la Croce, scandalo e stoltezza per chi non vuol ascoltare, salvezza per chi accoglie l’annuncio del Signore. A Nazaret i discepoli hanno cominciato ad imparare tutto questo, come noi nella Chiesa. E, a poco a poco, attraverso un lungo cammino, impareranno che l’unica Patria, l’unica famiglia di Gesù sono quelle composte da chi ascolta e custodisce e compie la Parola di Dio. Quella stessa Parola che li aveva intercettati tra le reti della carne, li libererà, ne farà uomini nuovi, e si compirà in loro per la grazia dello Spirito Santo; saranno così, come ognuno di noi, per tutte le generazioni, i veri parenti di Gesù, i suoi fratelli, le sorelle, la sua madre; ed ogni luogo che calcheranno sarà la sua Patria, sino a giungere a quella celeste, il Regno promesso che ci attende in Cristo Gesù.

Meditazione del giorno:

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi

« Non è costui il carpentiere ? »

Poiché la superbia ci ha fatto allontanare, l’umiltà ci farà ritornare… Come il medico, stabilita la diagnosi, cura la malattia nella sua causa, anche tu guarisci l’origine del male, guarisci la superbia ; allora non ci sarà più in te alcun male. Per guarire la tua superbia, il Figlio di Dio e sceso ; si è fatto umile. Perché inorgoglirti ? Per te Dio si è fatto umile. Forse ti vergogneresti a imitare l’umiltà di un uomo ; imita almeno l’umiltà di Dio. Il Figlio di Dio si è fatto umile ; è venuto nell’uomo. A te, viene ordinato di essere umile ; non ti viene domandato di diventare una bestia. Lui, Dio, si è fatto uomo. Tu, uomo, riconosci che sei uomo ; tutta la tua umiltà consiste nel conoscerti.

Ascolta Dio come ti insegna l’umiltà : « Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato » (Gv 6, 38). Sono venuto, umile, ad insegnare l’umiltà, come maestro di umiltà. Colui che viene a me, viene incorporato in me ; diviene umile. Chi aderisce a me sarà umile ; non fa la mia volontà, ma quella di Dio. Perciò non sarà respinto (Gv 6, 37), come quando era superbo.