di Don Antonello Iapicca

Mt 5,17-19

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno senza che tutto sia compiuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.


IL COMMENTO

Un orologio smontato, e rimontato. Un ingranaggio, piccolo, microscopico, dimenticato. Finito chissà dove. Un orologio fermo. No, proprio non si muove. Non sente ragioni. Fisso su quell’ora che non ha nulla a che fare con quella esatta. Così è la nostra vita mutilata di qualcosa. Anche piccolo, apparentemente insignificante. Così sono le nostre esistenze dimentiche di qualche istante; quei periodi, quei fatti e quelle persone messe tra parentesi, gettati forse in qualche pattumiera. E, lentamente, la vita, i suoi ritmi, i suoi momenti, le sue facce, cominciano a perdere il senso. Scorre il tempo e noi non vi siamo sintonizzati. L’ora che segnano le nostre lancette non è quell “reale” della storia. Assomigliamo a navi sbattute tra i marosi, sperando un insperabile approdo. Eppure nulla di noi è secondario. Nulla della nostra vita è meno importante. Tutto è santo. Tutto ci è donato per essere compiuto. Colmato, secondo la traduzione letterale dal greco della parola di Gesù (“compiuto”: “riempito trabocchevolmente” ). La nostra vita è una legge di santità, un contenitore che attende il proprio compimento. Ogni istante è come uno IOTA, la più piccola lettera dell’alfabeto ebraico, eppure importantissima. Decisiva per definire il significato di molte parole spesso simili, fondamentale per illuminare il senso delle frasi. Lo YOD (iota in ebraico) è indispensabile per esprimere l’avvenire, ed è spesso necessario per dire il passato. Un passato però pregno di avvenire. Un passato che attende un compimento. “Ci sono due possibilità per esprimere il passato: o il verbo senza il prefisso Yod, al compiuto; o il verbo con lo Yod, all’incompiuto, preceduto da un altro prefisso che cambia l’incompiuto in compiuto. Perché allora non dire semplicemente il compiuto? Affinché il passato contenga anche la lettera dell’avvenire, per indicare che la storia non è definitivamente terminata, e che il passato contiene germi di speranza” ( Marie Vidal, Un ebreo chiamato Gesù, Napoli 1998, pag.86). Così è la nostra vita, una raccolta di frammenti che scorrono sul cammino di salvezza pensato e donato da Dio, tracce di Yod disseminati tra le ore che scorrono, gravidi del compimento che solo Gesù può portare. E Lui ha sete di dare compimento alle nostre esistenze, desidera ogni momento delle nostre vita, ogni aspetto, anche i peccati, sì, anche quelli, e le amarezze, e le sofferenze, e le disperazioni, e le angosce. I fallimenti. Gesù ha sete del nostro aceto, dell’asprezza delle nostre vita. Di tutte le nostre vite. Sulla Croce, bevuto l’aceto, ha reclinato il capo, ha compiuto ogni parola. L’ultimo yota, quello più aspro, quello assassino. Lo ha bevuto. Ed è spirato inondandoci del Suo Spirito, ricolmandoci del Suo amore. Esso è il compimento. Le nostre vite sono per il Suo amore. Non c’è nulla da buttare. Tutto è santo, ogni evento, persona, tutto è importante. Pulire la casa, studiare quella materia insopportabile, cambiare l’ennesimo pannolino, l’odore acre dell’autobus pullulante di zombi mattutini, il capoufficio, il traffico insopportabile, la precarietà economica, il dolore di denti, pranzi, cene, colazioni, la cellulite, l’altezza, i nostri occhi, i difetti, il carattere, TUTTO. Ogni Yod della nostra vita può essere decisivo, e cambiare il corso dell’esistenza. In ogni momento si nasconde la misericordia di Dio, il Suo volto amoroso si svela ad ogni istante e trasforma il momento più routinario in una sorgente di salvezza e di letizia. Lui compie tutto della nostra vita e ne fa una sinfonia d’amore. Vivere pienamente la vita è accogliere il senso profondo che Lui consegna ad ogni nostra ora. Anche la più dolorosa, l’ultima che ci viene donata. Ce lo ha insegnato il Papa Giovanni Paolo II, il Grande nel Regno dei cieli, perchè non ha trascurato nulla della propria vita, nessun momento, nessun dolore. In lui Dio ha mostrato come si vive, fino in fondo, la vita, semplicemente VIVENDO ogni istante pieno di Gesù, insegnando agli uomini, dalla cattedra della Croce, l’amore immenso di Dio. I Suoi comandamenti sono il Suo amore. Esso è attento ad ogni dettaglio, non lascia nulla al caso, è preoccupato dìogni istante, dìogni aspetto delle nostre esistenze. Lo sguardo di Dio sulla nostra vita è testimoniato dalla serietà del cammino che ci pone innanzi, i suoi comandamenti, parole di vita e di libertà che abbracciano ogni millimetro della nostra esistenza. I Suoi precetto sono proprio il Suo sguardo amorevole che ci raggiunge istante dopo istante, situazione dopo situazione. Osservarli, nella pura Grazia di una vita abbandonata al soffio dello Spirito Santo, lasciare che Gesù compia in noi ogni precetto, significa proprio non disprezzare nulla della nostra vita. Osservare il cammino della vita dei precetti è la nostra santificazione. Il mondo, questa società, vive in una sorta di analfabetismo esistenziale. Ogni aspetto della vita è un atollo dove ciascuno, come Robinson Crosué, deve imparare a vivere, a darsi delle regole, ma soprattutto deve cercare da mangiare, fruire nel miglior modo possibile quel che vi si trova e saziarsi. L’isola della sessualità. L’isola del lavoro. L’isola del denaro. E poi quella delle famiglia, degli amici, del proprio corpo e così via. Tutto è slegato, i giorni si affastellano su vecchi galeoni in cerca di vita, navigando tra un’isola e un’altra, e in ciascuna una faccia diversa, un diverso modo di essere, di intendere. Sono troppe le lingue da apprendere, alla fine non si riesce più a parlare. La Babele dell’orgoglio ha confuso tutto sotto la feroce dittatura del relativismo. Per questo i precetti di Dio, l’attenzione al particolare perchè sia preservata l’unità nel generale, sono l’unica salvezza, l’unica possibilità data all’uomo.”Nella prospettiva dei credenti dell’Antico Testamento la Legge stessa è la forma concreta della grazia. Infatti la grazia è conoscere la volontà di Dio. Conoscere la volontà di Dio significa conoscere se stessi, significa comprendere il mondo, significa sapere dove si va. Significa anche che veniamo liberati dall’oscurità delle nostre domande senza fine, che è giunta la luce, senza la quale non possiamo vedere e procedere. “A nessun altro popolo hai manifestato la tua volontà” (Cfr. J. Ratzinger, La nuova alleanza. Sulla teologia dell’alleanza nel Nuovo testamento in J.Ratzinger, La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2000, pagg.27-48). Il compimento di cui oggi ci parla Gesù è proprio la realizzazione di una perfetta unità all’interno della vita dell’uomo attraverso il compimento dello Shemà sulla Croce. Inchiodato e trafitto Gesù compirà la Torah, anche il più piccolo frammento della Legge troverà la sua perfetta realizzazione. Il più piccolo segno sarà compiuto nella più piccola goccia di sangue versata. La Croce è dunque la Torah compiuta. E’ la completezza e la realizzazione dell’uomo; la sua bellezza è nella ritrovata integrità di una vita che dal frammentario susseguirsi di giorni e ore dissociate e perse nelle nebbie d’un relativismo di idee e di opzioni, trova proprio in Cristo Crocifisso il suo axis, la luce ove tutto trova senso e pienezza. “Caratteristico del Messia, come nuovo e più grande Mosè, è il fatto che egli porta l’interpretazione definitiva della Torah, in cui la stessa Torah viene rinnovata, perché la sua vera essenza ora si svela completamente e il suo carattere di grazia appare indubitabilmente come realtà. Afferma in proposito H.Schlier nel suo commento alla lettera ai Galati: “La Torà del Messia Gesù è in effetti una “interpretazione” della legge mosaica […] una “interpretazione” mediante la croce del Messia Gesù”. La sua autorità “svela la legge nella sua parola essenziale, come appello originario, suscitatore di vita, di colui che l’ha adempiuta”… La Torah del Messia è il Messia stesso, è Gesù. A lui si riferisce dunque l