dal Vangelo secondo Lc 7,18b-23 

In quel tempo, Giovanni chiamò due dei suoi discepoli e li mandò a dire al Signore: “Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?”. 
Venuti da lui, quegli uomini dissero: “Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?” 
In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. 
Poi diede loro questa risposta: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!”.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Che cosa abbiamo visto e udito nella nostra vita? Non è una questione di poco conto. Senza aver udito e visto non si può credere. Non si è certi di aver incontrato Colui che abbiamo sempre atteso senza l’esperienza concreta e raccontabile del suo amore. I discepoli di Giovanni racconteranno quello che hanno visto e udito. Come gli apostoli di Gesù sino ad oggi. Testimoni di un’esperienza. Giovanni Battista, cugino di Gesù, che ancora nel grembo di Elisabetta ha esultato alla voce di Maria, che ha visto scendere lo Spirito Santo come una colomba su Gesù, aveva ancora dubbi. Così nella nostra vita, percezioni, sentimenti, ma non basta. Anche Pietro ha confessato Gesù come l’Inviato, il Figlio di Dio, ed un istante dopo s’è perso nei pensieri della carne. Occorre qualcosa in più, vedere e udire, e il sigillo dello Spirito su quanto visto e udito.

Gesù è il Messia, Gesù è il Signore grida la Chiesa da duemila anni. Ma per noi oggi, è Gesù il Salvatore? O dobbiamo aspettare qualcun altro? Ecco la nostra vita, ecco le nostre infermità, le catene, i peccati. Eccoli in fila, sono più numerosi del nostro capo. Ecco la nostra triste miseria d’ogni giorno. Ed ecco il Messia, Lui nella nostra vita. L’agnello immolato che prende su di sé le nostre infermità e i nostri peccati. E ridona la vista, fa nuove tutte le cose, crea in noi un cuore nuovo. Non sono parole, fantasie, e neanche semplici intuizioni. No. Sono fatti. Davanti ai nostri occhi, come nelle nostre orecchie risuona anche oggi la Parola di Vita della Buona Notizia. La Parola che ha il potere di realizzare ciò che annuncia.

I pastori andarono senza indugio alla Grotta di Betlemme e videro esattamente come avevano udito dalla voce degli angeli. C’è anche per noi una grotta, una stalla e una mangiatoia. Gli angeli appaiono anche oggi sul nostro cammino, gli apostoli che instancabilmente riannunciano il Vangelo ad ogni creatura. Andiamo a Betlemme, andiamo al fondo della nostra vita, lì dove più povero, bistrattato è il nostro cuore. Andiamo senza indugio alla mangiatoia, lì dove hanno mangiato animali d’ogni tipo, lì dove la carne l’ha fatta da padrona. Lì dov’è la fonte dei nostri peccati e dove ogni giorno s’ingrassa il nostro uomo vecchio. Andiamo ad incontrare il Messia, laddove è abbondato il peccato, per sperimentare la sovrabbondanza della misericordia. Non temiamo di scoprirci incapaci di perdonare, di dimenticare. Andiamo a vedere, nella nostra debolezza, il suo potere. Sarà Lui a perdonare in noi, e non ce ne accorgeremo… Così come in ogni altra nostra assoluta impotenza, la stalla dove non siamo capaci di aprirci ad una nuova vita, a donare il nostro tempo, ad accettare la malattia, il licenziamento. Lui nascerà nella mangiatoia dove, sino ad ora, abbiamo mangiato povera paglia incapace di trasformarci.

I nostri occhi posati oggi sul nostro cuore per sperimentare la beatitudine di chi non si scandalizza della Croce, della totale debolezza nella quale è deposta la forza infinita dell’amore. Beato chi crede, come un bambino, al potere dell’annuncio del Vangelo. Che da esso si lascia sedurre e che in esso scopre il segno dell’avvento del Messia. Beato chi non si scandalizza della stoltezza della predicazione, che non ha bisogno di altri segni, di mezzi umani e astuzie mondane. Beato chi, all’ascolto della Buona Notizia smette di aspettare un altro e accoglie l’unico inviato alla propria vita. Non esiste e non esisterà mai un’altra moglie, un altro marito, un altro figlio, un altra storia, un altro se stesso: esiste, è autentico solo quanto oggi ci è dato da Dio: alla povertà, alla cecità, alla sordità, alla lebbra, alla morte che oggi costituisce la nostra vita è inviato il Signore, nella semplicità e nella stoltezza della predicazione della Chiesa. Anche oggi, sospinti dalla Grazia, siamo chiamati ad ascoltare, accogliere e credere, perchè la nostra vita, questa e nessun’altra, sia colmata del suo amore ed in esso trasfigurata. Beati noi se, dinanzi a Cristo e Cristo crocifisso, non ci scandalizziamo esigendo un salvatore a la carte, una sorta di Aladino capace di risolvere i nostri problemi. Beati noi se, così come siamo, ci lasciamo attirare dall’amore infinito annunciato dalle sue braccia distese per accoglierci senza condizioni.

E’ preparata per noi la beatitudine di chi è giunto al rifugio, di chi finalmente riposa dalle proprie opere e gusta il sabato della gratuità. La debolezza, l’Astheneia – la fiacchezza del corpo e dell’anima, la precarietà, l’incapacità di compiere il bene – non è un ostacolo, è il segno della forza di Dio! Nel suo libro “Gesù di Nazareth” Papa Ratzinger scrive: “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata nella giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, che è diversa dalla scala dei valori del mondo. Proprio coloro che secondo i criteri mondani vengono considerati poveri e perduti sono i veri fortunati, i benedetti e possono rallegrarsi e giubilare nonostante tutte le loro sofferenze….”. E’ la mangiatoia del Natale del Messia. E’ lì che ci aspetta, è lì che ci sazia. Al fondo più buio di noi stessi la Luce dell’amore di Dio, proprio ciò che il nostro cuore da sempre desidera: essere amato senza finizioni e ipocrisie. E’ l’unico amore dell’unico nostro Salvatore. E’ il Suo avvento di oggi per noi.

Beato Giovanni Paolo II (1920-2005), papa
Enciclica « Dives in Misericordia » § 3 (trad. © copyright Libreria Editrice Vaticana)

«Ai poveri è annunziata la buona novella»

Dinanzi ai suoi compaesani a Nazareth, Cristo fa riferimento alle parole del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). … Mediante quei fatti e quelle parole Cristo rende presente il Padre tra gli uomini. È quanto mai significativo che questi uomini siano soprattutto i poveri, privi dei mezzi di sussistenza, coloro che sono privi della libertà, i ciechi che non vedono la bellezza del creato, coloro che vivono nell’afflizione del cuore, oppure soffrono a causa dell’ingiustizia sociale, ed infine i peccatori. Soprattutto nei riguardi di questi ultimi il Messia diviene un segno particolarmente leggibile di Dio che è amore, diviene segno del Padre…

È significativo che, quando i messi inviati da Giovanni Battista giunsero da Gesù per domandargli: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?», egli, rifacendosi alla stessa testimonianza con cui aveva inaugurato l’insegnamento a Nazareth, abbia risposto: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona novella», ed abbia poi concluso: «E beato è chiunque non si sarà scandalizzato di me!».

Gesù, soprattutto con il suo stile di vita e con le sue azioni, ha rivelato come nel mondo in cui viviamo è presente l’amore, l’amore operante, l’amore che si rivolge all’uomo ed abbraccia tutto ciò che forma la sua umanità. Tale amore si fa particolarmente notare nel contatto con la sofferenza, l’ingiustizia, la povertà, a contatto con tutta la «condizione umana» storica, … la limitatezza e la fragilità dell’uomo, sia fisica che morale. Appunto il modo e l’ambito in cui si manifesta l’amore viene denominato nel linguaggio biblico «misericordia».