di Don Antonello Iapicca

Mt 20,17-28

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i Dodici e lungo la via disse loro: “Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà”.
Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: “Che cosa vuoi?”. Gli rispose: “Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno”. Rispose Gesù: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?”.
Gli dicono: “Lo possiamo”. Ed egli soggiunse: “Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio”.
Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli; ma Gesù, chiamatili a sé, disse: “I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”.

IL COMMENTO

“C’è però una ferita nel cuore, per cui nell’uomo qualcosa si distorce ed egli non riesce con le sue sole forze a permanere nel vero, ma fissa l’attenzione in cose particolari e limitate. Il disegno originario, ciò per cui l’uomo è creato, è stato alterato dall’uso arbitrario della libertà; gli uomini tendono così ad un particolare che, sganciato dal tutto, viene identificato con lo scopo della vita… Uscire da questa parzialità non è nelle nostre mani: nessuno di noi riesce da solo a riportarsi ad uno sguardo vero sul reale” (L. Giussani, Generare tracce, Milano 1998, p. 20). Si tratta di libertà. E sperimentiamo d’essere schiavi. Di noi, delle nostre idee, dei nostri giudizi, dei nostri pensieri, dei nostri progetti. Delle ore, dei minuti, delle parole, delle “nostre” cose. Afferrati dalle catene della carne soggiogata alla morte. Schiavi del peccato, la “ferita” che ci obbliga a fissare lo sguardo, e il cuore e la mente ad un fascio di cose, affetti, progetti, ideali, limitati nell’angusto orizzonte di due poveri occhi spenti. In noi è vergato un disegno originario, d’amore e di donazione, ma non possiamo realizzarlo. Sbattiamo contro un muro e alla fine ci facciamo consapevoli dell’impossibilità di amare davvero, sino a perdersi, sino a consegnarsi. I limiti che ci racchiudono si trasformano in giuste regole di giustizia, confini ben limitati del dovuto e del buono. Oltre? Impossibile. La carne rende impotente ogni tentativo di varcare il limite. Di là, dove “è” l’altro, c’è il baratro, la buia morte, ed essa è inaccettabile. Imprigionati in un desiderio strozzato che si fa sentire, pungente, nell’ansia di primeggiare, d’essere sempre in prima fila, e far breccia nei cuori altrui, e potere, e prestigio, e denaro. Anche la sessualità, tra adolescenti, tra fidanzati, tra chi è sposato, usata per soddisfare se stessi; nessun sacrificio, nessuna rinuncia. Eì imposibile, le membra e le menti sono come annegate nel fiume dell’autorealizzazione. Siamo tutti così. Mentre la vita ogni giorno ci porta a Gerusalemme, ogni giorno, come una risacca, riemerge in noi il medesimo desiderio, la solita concupiscenza: alla destra e alla sinistra del potere, finalmente strappati alla precarietà d’una vita grigia spesa a eternizzare la morte della routine. Nel Vangelo di oggi appare un calice, quello di Gesù, il segno della sua passione d’amore inchiodata ad un legno. Bere quel calice è la via alla realizzazione del destino segnato in ciascuna nostra cellula. Uscire dalla parzialità d’una vita inginocchiata davanti agli idoli del mondo non è nelle nostre mani. Per questo ci viene porto un calice, in ogni eucarestia, in ogni evento della nostra vita, il Suo sangue versato per noi. La Sua vita offerta per il nostro riscatto. Bere il Suo calice significa partecipare della Nuova Alleanza, attingere alla Coppa che chiude il seder della notte di pasqua. Il Suo calice è ripieno di Vino buono, il migliore, quello del Regno, della Vita Nuova, dell’eterno amore che vince la morte. Si, nel calice della croce è celata la vita, la nostra libertà, l’unguento capace di guarire le nostre ferite. Berne è la salvezza, che ci fa liberi dal peccato e dalla morte che segnano il limite di ogni nostra esistenza. Liberi in Lui siamo così riconsegnati al nostro vero destino, che è amare e dare la vita. Servi e schiavi, senza difendere nulla perché tutto ci è donato. Graziati, senza alcun merito, per il puro amore di Cristo riversato in noi. Eì il calice che ci fa creature nuove, crocifisse con Lui, per servire. Per amare. Lavoro, amici, fidanzati, genitori, figli, sport, diverimenti, riposo, sessualità, tutto è così trasfigurato in una luce d’amore, di dono, di pace. Assaporiamo allora la vera beatitudine, che sta nell’essere servi e schiavi. Riscattati, ormai Gli apparteniamo, per appartenere ad ogni uomo, amico o nemico. Niente dominio, niente potere, in Lui la nostra vita diviene una sinfonia d’amore, inesausto, sino al Cielo.