Mt 11, 28-30

In quel tempo, rispondendo Gesù disse: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Andare al Signore, come un discepolo. Ai suoi piedi imparare, apprendere, ascoltare. L’umiltà e la mitezza si “ascoltano” e si accolgono, come Parole di Dio che hanno il potere di realizzarsi. “Imparate da me” dice il Signore. Il termine adottato rimanda ad un rapporto, ad una relazione profonda, ben al di là d’una superficiale conoscenza. Quella tra Didaskalo e Discepolo, tra il Maestro e l’allievo. Imparare è la coniugazione di un’intimità. Imparare è conoscersi, secondo la pregnante etimologia biblica del termine, è donare e ricevere, è amare. “Rimanete nel mio amore”, ecco le Parole di Gesù per noi oggi. Imparare è restare ai suoi piedi, come Maria, lasciandosi attirare dalla Parte Buona, l’unica eredità che dà la Vita. Imparare, riposare.

Siamo stanchi dei nostri sforzi, dei tentativi, delle sfide, oppressi da leggi e moralismi. Non ce la facciamo più. Schiavi di speranze infrante, di rincorse a perdifiato sui sentieri dei compromessi, per acciuffare un sorriso, uno sguardo di benevolenza, sperando di rifiatare nell’affetto di chi ci è accanto. E nulla, qualche aperitivo che ci è parso preludere al banchetto agognato, al riposo sperato, e d’un colpo, invece di una tavola imbandita, ci siamo ritrovati soli di nuovo, nel mezzo di una strada da percorrere ancora, senza forze, con una delusione in più sulle spalle. Un figlio, per quanto santo e giusto, è forse il ristoro? Una figlia che si sposa con l’uomo ideale, cristiano, di sani valori, con la testa sulle spalle, è forse il riposo? La moglie, il marito, al chiudersi della giornata, è forse il porto sospirato? Unirsi, quando è concesso, è forse il capolinea di tanta fatica? Non ci si ritrova poi, comunque, soli? Carne della propria carne, è vero, ma è pur sempre qualcosa di parziale, incompleto, che rimanda a un di più, a qualcosa che superi le barriere del tempo e dello spazio. E una buona semina del Vangelo, i miracoli nei cristiani affidati, le vite ricostruite, il potere di Cristo operante nei fratelli, è questo il riposo per il quale siamo venuti al mondo, per cui siamo preti, apostoli, missionari? Non si tratta ora di quando si fa di tutto ciò un assoluto, porta spalancata sulle più cocenti delusioni. Si tratta piuttosto di quel desiderio di pace e riposo che cerchiamo, semplicemente, proprio nel Signore e nelle sue cose. Laddove più subdolo si può annidare l’inganno del demonio. La parvenza di rettitudine nasconde la perversione di voler fare della terra il Cielo, della carne il Paradiso. Comunismo, rivoluzioni, lotta alle ingiustizie, non sono aspetti lontani da noi. Basta scrutare il nostro cuore e cercare l’atteggiamento che abbiamo di fronte alle crisi economiche, ai provvedimenti del Governo, ai fatti di cronaca. E comprendere come, al di là di ogni pretesa rettitudine, il nostro cuore è attaccato al denaro, alla carne, al mondo. E a tutto ciò chiediamo la vita, il riposo e il ristoro. Come a una vacanza, a una settimana bianca, a quello staccare per un po’ la spina per il quale ci illudiamo di rigenerarci… Mentre la storia scorre e i personaggi e gli eventi non riposano mai. Possiamo fare delle cose più sante un giocattolo di Lego da costruire per rifugiarci al riparo della precarietà, materiale e spirituale. Una croce d’oro esibita sul petto che scaccia perversamente la Croce autentica che ci inchioda alla volontà di Dio. La sicurezza religiosa che butta fuori la precarietà nella quale, sola, si può davvero sperimentare l’opera di Dio, la sua prossimità, il suo amore.

Ci viene in aiuto San Giovanni della Croce:

Per giungere a gustare il tutto
non cercare il gusto in niente;
per giungere alla conoscenza del tutto
non cercare di sapere qualche cosa in niente;
per giungere al possesso del tutto,
non voler possedere niente;
per giungere ad essere tutto,
non voler essere niente.
Per venire a ciò che non godi,
devi passare per dove non godi;
per giungere a ciò che non hai,
devi passare per dove non sai;
per giungere al possesso di ciò che non hai,
devi passare per dove ora niente hai;
per giungere a ciò che non sei,
devi passare per dove ora non sei.
Quando ti fermi in qualche cosa,
tralasci di slanciarti verso il tutto;
per giungere interamente al tutto,
devi totalmente rinnegarti in tutto;
e quando tu giunga ad avere il tutto,
devi possederlo senza voler niente.
In questa povertà lo spirito trova
il suo riposo poiché, non desiderando niente,
niente lo appesantisce verso l’alto
e niente lo spinge verso il basso,
poiché sta al centro della sua umiltà.


Al centro della propria umiltà, della verità, che è l’unica nella quale il Dio vero è presente e operante. La verità che è la nostra totale precarietà. La storia ci ha fatti piccoli, poveri, “tapini”, ultimi, secondo l’accezione del termine “umile” che compare nel Vangelo di oggi. Nella terra, nell‘humus dove ci troviamo possiamo raggiungere, o meglio, possiamo essere accolti nel riposo vero, perchè è esattamente il luogo dove Cristo è disceso. Il Signore s’è abbassato sino a noi, umiliato nella morte, mite come un agnellino condotto al macello. Lui s’è offerto volontariamente laddove noi dobbiamo andare senza nessuna voglia. Mite dove noi recalcitriamo. E Lui stesso, pur essendo Figlio, ha “imparato” l’obbedienza dalle cose che patì.

E anche oggi il Signore ci chiama. Ci ha scelto e ci chiama. Lui è esattamente dove siamo noi oggi. Affaticati e oppressi. E’ Lui la salvezza. E’ Lui la gioia. E’ Lui l’unica Vita, l’unica Via, l’unica Verità. Imparare sulle sue orme, laddove Lui ha imparato. In un’intimità che è essere con Lui crocifissi, oggi, nella storia concretissima che ci attende. Uniti al punto che sia Lui a vivere in noi. Il Suo giogo, abbassato al nostro collo. L’unico giogo che non pesa, l’unico carico leggero, l’unico adatto a noi. Gesù Cristo, l’unico per noi. Carne, mondo, desideri, progetti, leggi, tutto è per noi troppo pesante, inadeguato. Tutto troppo terreno. Siamo fatti per Dio, siamo suoi. Per questo non v’è altro giogo perfetto per noi se non il giogo di Cristo. La Croce, dove siamo figli nel Figlio, il giogo leggero e soave nel quale troviamo la nostra unica realizzazione. La volontà di Dio, l’unica pace, il vero riposo. Le nostre braccia distese con le sue, per la moglie, il marito, i figli. Per ogni uomo.

La mente cinta da una corona di spine, i criteri trafitti per essere consegnati alla mente di Dio. Rinunciare a noi stessi per fare la volontà del Padre. Il cuore trapassato, la vita donata e perduta per puro amore. Lo Shemà compiuto, l’amore che unisce mente, cuore e forze in un’unica oblazione offerta con Cristo al Padre. Oggi, nella semplicità delle ore che ci accolgono, negli incontri, nelle cose da fare e ripetere mille volte, si compie una liturgia d’amore. La nostra vita è il dono del Figlio al Padre. Siamo il tesoro di Dio, il frutto dell’intimità divina.

Il Vangelo di oggi ci aiuta a comprendere la nostra storia, laddove siamo crocifissi per imparare ad essere quello per cui siamo nati. Andare a Cristo per essere veramente noi stessi, laddove Lui è divenuto ciascuno di noi, per farci, in Lui, figli amatissimi. Istante dopo istante conformati alla sua immagine, portando in noi il Suo mistero Pasquale, salvezza nostra e del mondo. Imparare, ascoltare, obbedire, essere. In Cristo, di Cristo, veramente ed eternamente felici. Accolti nel riposo che solo un cuore docile e obbediente può gustare, anche se nulla nella nostra vita riposa, né il male, né il dolore, né le avversità. Un riposo crocifisso, un ristoro nel mezzo della battaglia. Con Cristo, ogni istante, reclinare il capo sulla Croce, spirare vita per riaverla piena e compiuta. Avvento di Cristo, avvento del riposo in un amore senza riserve.

Pietro di Celle (v.1115-1183), monaco poi vescovo
3° discorso per l’Avvento (Guéranger, L’Année liturgique, 2e merc Avent, trad. italiana)

L’Agnello di Dio, mite e umile di cuore

Signore, mandaci l’Agnello; è l’agnello che ci occorre, non il leone (cfr Ap 5,5-6). L’agnello che non si irrita e la cui mitezza non viene mai meno; l’agnello che ci darà la lana bianca come la neve per riscaldare in noi ciò che è freddo e per coprire in noi ciò che è nudo; l’agnello che ci darà da mangiare la sua carne per paura che sveniamo per la debolezza lungo la strada (cfr Gv 6,51; Mt 15,32).

Mandalo pieno di sapienza, poiché con la sua divina prudenza vincerà lo spirito orgoglioso; mandalo pieno di forza, poiché è scritto che «il Signore è forte e potente in battaglia» (Sal 24,8); mandalo pieno di dolcezza, poiché «scenderà come pioggia sull’erba» (Sal 71,6 Vulg); mandalo come vittima, poiché deve essere venduto e immolato per la nostra redenzione (cfr Mt 26,15; Gv 19,36; Es 12,46); mandalo, non per sterminare i peccatori, poiché deve «venire a chiamare loro e non i giusti» (Mt 9,13); mandalo infine «degno di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli» (Ap 4,11; 5,9), cioè il mistero ineffabile dell’Incarnazione.