di Don Antonello Iapicca

Lc 11, 29-32

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c’è qui.
Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c’è qui».

IL COMMENTO

Giona, un predicatore. Poche parole, taglienti come una spada. Il tempo è breve, tre giorni e tutto sarà distrutto. La verità scaraventata in faccia ad un popolo immerso nel peccato. Ma oggi non ci si può neanche permettere di esprimere un convincimento, ritenere il peccato quel che veramente è: p-e-c-c-a-t-o. Immagino oggi Giona per le strade di New York o di Parigi. O per quelle del nostro quartiere, la sua voce giungere sino al padiglione auricolare di ciascuno di noi. Che ne sarebbe del povero Giona…. Probabilmente internato in qualche reparto di terapia intensiva e giù flebo per calmare i bollenti spiriti.

Un po’ quello che accade ai nostri cuori e alle nostre menti di fronte alla verità. Verità che riteniamo, in fondo, sinonimo di follia. Quasi sempre. La nostra verità è l’unica buona, unita alla nostra giustizia, ai nostri criteri, alle nostre idee. “La verità, la realtà stessa, si sottrae all’uomo, egli appare (per citare il titolo di un libro di Gunter Grass) sottoposto ad anestesia locale,capace di cogliere solo brandelli deformati del reale… le fosche visioni di Dostoevskij di un mondo senza Dio, che diventa un sogno allucinato, incominciano a verificarsi oggi in modo inatteso….” (J. Ratzinger, Fede e futuro, Brescia, 1971-2005, pag. 26-27). I Giona, pochi per la verità, che osano approssimarsi alle nostre esistenze sono attesi da grigi destini di indifferenza. Una generazione malvagia, perversa e adultera. Niente di più, niente di meno. Perversa nel cambiare il vero in falso e il bene in male, adultera nell’abbandono dell’unico Dio in favore di immmumerevoli micro-dei che, come sanguisughe, succhiano la vita lasciando carponi ai bordi dell’esistenza. A ben pensare non si tratta proprio della nostra esperienza quotidiana? Perversi, ad esempio, nelle relazioni che “allacciamo per allacciare” a noi persone e cose. Adulteri nel vagabondare da un feticcio all’altro – denaro, prestigio, sesso, piacere, gadget ancora caldi di fabbrica – mendicando un briciolo d’ossigeno per i nostri polmoni stremati. Perversioni e adultéri, come le porte dello sheol che ci si schiudono innanzi ad ogni tramonto. La morte e la tomba, destino d’ogni nostro spasimo verniciato di vita. “Una cosa è certa: si dà una notte nel cui buio non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in solitudine assoluta: la porta della morte. Tutta l’angoscia di questo mondo è in ultima analisi l’angoscia provocata da questa solitudine. Per questo motivo nel Vecchio Testamento il termine per indicare il regno dei morti era identico a quello con cui si indicava l’inferno:sheol. La morte infatti è solitudine assoluta. Ma quella solitudine che non può essere più illuminata dall’amore, che è talmente profonda che l’amore non può più accedere ad essa, è l’inferno” (Joseph RATZINGER, «Sabato santo», in Karl RAHNER – Joseph RATZINGER, Settimana santa, Brescia, Queriniana, 1999 (V edizione), 78-79.).

Ma proprio qui accade l’imprevisto. Un segno. L’UNICO. Come Giona con la sua predicazione è stato inviato a Ninive, una città che ha colmato la misura dei peccati, immagine d’ogni abominio, Gesù con la Sua Parola è inviato a questa generazione, a ciascuno di noi, sin dentro la tomba cui la nostra stessa esistenza ci ha condotto. Ninive, la nostra vita oggi. Gesù, il nostro Giona oggi. Egli scende esattamente dove ci troviamo per annunciarci una Parola, la stessa che il profeta ha indirizzato agli abitanti di Ninive: “Tre giorni e Ninive sarà distrutta”. Il terzo giorno era ben noto alla tradizione ebraica antica. Comparando i testi della Scrittura ove compare si vede come il terzo giorno è quello nel quale si risolve una situazione critica, disperata. Il terzo giorno appare sempre come quello del dono della vita. Genesi Rabbah ci riferisce in sintesi quanto detto: “Mai il Santo, benedetto egli sia, lascia i giusti nell’angoscia per più di tre giorni” ( Gen. R. 91,7 su Gen. 42,18). Tre giorni, ne aveva fatto esperienza lo stesso Giona salvato dalle fauci della balena proprio al terzo giorno. Ravvisiamo qui l’eco di quanto scriveva Paolo nel Kerygma, la Buona notizia nella sua versione più primitiva : “E’ risuscitato il terzo giorno secondo le scritture”, la Parola “nocciolo della professione di fede della Chiesa delle origini”, come recita la nota della Tob a 1 Cor. 15,4. Non a caso il Vangelo di oggi termina con la conversione degli abitanti di Ninive alla predicazione di Giona, dove predicazione traduce proprio l’originale greco Kerygma. Per Rabbì Levi, autorevole rappresentante della Tradizione Ebraica, il terzo giorno ha una virtù particolare, è benedetto a causa del dono della Torah (cfr. Es. 19,16), che è essa stessa fonte della Vita. La Torah, il cuore della Scrittura, compiuta nel Verbo incarnato. E’ Lui, Gesù, La Buona Notizia che giunge così al fondo della morte, e l’annuncio squarcia i cieli per discendere nelle profondità dello Sheol che tutti ci imprigiona. Tre giorni, il riposo del Signore nel sepolcro dell’umanità, il tempo favorevole per lasciarci raggiungere dal Suo amore e farci trascinare con Lui nel passaggio dalla morte alla vita, attraverso l’annuncio della Sua Parola, il Kerygma della nostra salvezza.

“Disceso all’inferno” – questa confessione del Sabato santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile ed insuperabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L’inferno è stato vinto dal momento in cui l’amore è anche entrato nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da Lui: nella sua profondità l’uomo non vive di pane, ma nell’autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e gli è permesso di amare” (Joseph RATZINGER, «Sabato santo», cit.). Una luce illumina allora oggi la nostra tenebra, la Buona Notizia ci raggiunge gratuitamente e ci apre le porte della conversione. Il brano di Giona è parte integrante delle letture che gli Ebrei ascoltano nel giorno di Yom Kippur, il grande giorno dell’Espiazione. La sua parabola traccia infatti il cammino della conversione, della Teshuwà, il ritorno a Dio.

La penitenza, la conversione, appaiono nel testo di Giona come un evento di Grazia sorprendente, tanto che il profeta ne resterà scandalizzato, protestando con Dio a chiare note. A Ninive fu inviato, senza alcun merito preventivo dei suoi abitanti, per rivelarle il destino che la attendeva e ad offrirle l’opportunità della conversione. La città fu poi risparmiata, e ciò rappresentò come il frutto della conversione suscitata dalla Grazia dell’annuncio ricevuto. Gli avvenimenti di Ninive descrivono esattamente quanto accade per tutti noi. Gesù giunge oggi inaspettatamente alla nostra vita attraverso la predicazione dei Suoi apostoli. Giunge povero, indifeso, ma con una Parola capace di ridare la vita. Essa è affidata alla Chiesa, salvata anch’essa dalle fauci della morte, il corpo del Signore risorto dal ventre della terra, vivo nella storia. Un Segno per la salvezza. La Chiesa, i catechisti, i pastori, la testimonianza dei suoi figli, recano l’annuncio della verità nel sordo nichilismo che tutti ci incatena. La verità, che significa anche la rivelazione della morte e dell’inferno come reali possibilità, conseguenze d’una vita diluita tra carne e peccati. La predicazione della Chiesa inesausta nell’annunciare la verità, la cruda realtà dei nostri peccati e la buona notizia della conversione, il dono del ritorno offerto dall’amore infinito di Dio. L’annuncio che oggi ci interpella, incarnato forse dalla moglie, dal marito, da qualche evento che ci disancora dalle false certezze nelle quali ci troviamo installati. Indossiamo allora il sacco e ricopriamoci di cenere, i segni della debolezza e della caducità bisognosa che tutti ci accomuna; disponiamoci al digiuno e alla preghiera, i segni della Grazia che prende vita nelle nostre esistenze, che si fa fiduciosa risposta all’amore di Dio. Inginocchiati in questa quaresima, in attesa della mano del Signore tesa a salvarci. Un Segno per convertirci. E la Grazia per approfittarne. Oggi. Ora, in questo istante.


Dio si impietosì. Il Card. Ratzinger sulla predicazione del profeta Giona nella città di Ninive

Commento al Vangelo di :

Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]
Ritiro predicato al Vaticano 1983

« Non gli sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona »

“Questa generazione cerca un segno”. Anche noi aspettiamo la dimostrazione, il segno del successo, tanto nella storia universale quanto nella nostra vita personale. Pertanto ci chiediamo se il cristianesimo abbia trasformato il mondo, se abbia dato quel segno del pane e della sicurezza di cui parlava il diavolo nel deserto (Mt 4,3s). Secondo l’argomentazione di Karl Marx, il cristianesimo ha disposto di un tempo sufficiente per dimostrare i suoi principi, per provare il suo successo, per dimostrare che ha creato il paradiso terrestre; seondo Marx, dopo tanto tempo, sarebbe ormai necessario appoggiarsi su altri principi.

Questa argomentazione non manca di impressionare numerosi cristiani, e molti ritengono che sia per lo meno necessario inventare un cristianesimo molto differente, un cristianesimo che rinunci al lusso dell’interiorità, della vita spirituale. Ma proprio in questo modo, impediscono la vera trasformazione del mondo, che si origina in un cuore nuovo, un cuore vigilante, un cuore aperto alla verità e all’amore, un cuore liberato e libero.

Alla radice di tale richiesta sviata di un segno, c’è l’egoismo, la mancanza di purezzza di un cuore che non aspetta nulla di Dio se non il successo personale e un aiuto per affermare l’assoluto dell’io. Tale forma di religiosità è rifiuto fondamentale di conversione. Eppure, quante volte anche noi dipendiamo dal segno del successo! Quante volte chiediamo il segno e rifiutiamo la conversione!