di Massimo Introvigne da www.lanuovabq.it

Papa Francesco

Duecentomila persone – un record – hanno accolto il Papa in Piazza San Pietro e dintorni sabato 18 maggio 2013 per la veglia di Pentecoste con i movimenti ecclesiali.
Parlando a braccio, Papa Francesco ha risposto a quattro domande preparate dai movimenti rispettivamente sulla «fragilità della fede», sulla sua comunicazione nell’evangelizzazione, sui poveri e l’etica della politica, e sulle persecuzioni che i cristiani oggi si trovano ad affrontare.

Al centro del suo discorso il Papa ha messo quello che sta emergendo come il tema centrale del suo Magistero: la Chiesa non si chiuda in se stessa, non parli solo ai suoi fedeli in un gergo autoreferenziale, «esca» ad evangelizzare chi dalla Chiesa si sente lontano, spieghi che soltanto Cristo ha le risposte a una crisi che non è solo economica e che «distrugge l’uomo», levi la voce in difesa di chi è considerato «prodotto di scarto» da poteri forti dell’economia che ignorano l’etica, chieda libertà religiosa per i cristiani perseguitati.

E tutto questo Papa Francesco lo chiede anzitutto ai movimenti, interlocutori privilegiati cui si è rivolto con comprensione e simpatia.
Perché la fede oggi è fragile? Il Pontefice ha risposto partendo dal dato essenziale: «La fede ce la dà Gesù. È importante studiare, ma la fede ce la dà l’incontro con Lui». E ha voluto condividere un ricordo personale, quello della sua vocazione sacerdotale: «La nonna ci portava, noi bambini, alla processione delle candele, e poi arrivava Cristo deposto. E la nonna ci diceva: “È morto, ma domani resuscita”. Era il 21 settembre 1953 giorno dello studente, giorno della primavera, per voi dell’autunno [le stagioni in Argentina sono invertite rispetto alle nostre]. Prima di andare alla festa sono passato dalla parrocchia e ho trovato un prete che non conoscevo. Ho sentito la necessità di confessarmi. Per me è stata una esperienza di incontro. Ho trovato qualcuno che mi aspettava. Non so cosa è successo. So che qualcuno mi aspettava da tempo e dopo la confessione ho sentito che qualcosa era cambiato. Non ero lo stesso e ho sentito una voce, una chiamata ed ero convinto che dovevo diventare sacerdote».

Non si tratta solo di un aneddoto. Ci ricorda che quando noi pensiamo di «cercare» Dio in realtà Dio ci ha già trovato, e ci aspetta perché diventiamo capaci di sperimentare la sua accoglienza e il suo perdono. «Noi diciamo che dobbiamo cercare Dio, andare da lui a chiedere perdono, ma quando noi andiamo lui ci aspetta, è il primo. In spagnolo abbiamo una parola, “primerea”, lui ci aspetta per primo».

La fede è fragile se la concepiamo come uno sforzo umano, mentre è l’accoglienza di un dono di Dio. C’è però un segreto, un modo per rafforzarla: la preghiera. E in questo mese mariano di maggio il Papa è tornato sul tema del Rosario: «mi sento forte quando vado da lei con il Rosario», ha detto parlando della Madonna, «della mamma che ci sostiene nelle fragilità». Una volta rafforzata la fede fragile, si può affrontare la seconda domanda: come comunicarla? Come evangelizzare in un mondo che sembra spesso freddo e ostile? La risposta del Papa è semplice: «la trasmissione della fede si può fare solo con la testimonianza». Ultimamente, evangelizziamo «non con le nostre idee, ma con il Vangelo che si vive nella nostra vita. La Chiesa la portano avanti i santi che danno questa testimonianza». E la forza di testimoniare, come la fede, non è il risultato del nostro sforzo, è un dono del Signore che dobbiamo accogliere.

«Davanti al Signore – ha confessato Papa Francesco – a volte mi addormento, ma lui mi capisce. Sento conforto quando lui mi guarda. Dobbiamo lasciarci guidare da Dio perché lui ci dà la forza e ci aiuta a testimoniare». Anche Pietro, il primo Papa, si è addormentato, ma alla fine «si è lasciato guidare da Gesù. Così è tutta la storia». Questo affidarsi con fiducia alla guida del Signore è il segreto dell’evangelizzazione, e viene prima di qualunque programmazione o strategia.
«Dobbiamo farci guidare da Lui. Poi possiamo pure fare le strategie, ma prima ci deve guidare lui».

Papa Francesco è tornato su un tema che ha già trattato molte volte in questi suoi primi mesi di pontificato: la Chiesa non dev’essere autoreferenziale, non deve parlare a se stessa in un gergo comprensibile solo a chi già la frequenta, deve «uscire» verso le «periferie esistenziali» di chi in chiesa non ci va. «La Chiesa deve uscire da se stessa verso le periferie esistenziali. Quando la Chiesa diventa chiusa si ammala». Una Chiesa che cerca di essere «efficientista» – il Papa lo ha già detto altre volte – si riduce a una ONG, un’organizzazione non governativa caritatevole tra le tante. Ma noi «non siamo una ONG». «La Chiesa non è un movimento politico, né una struttura ben organizzata, saremmo una vuota organizzazione», Ogni volta che cadiamo vittime dell’autoreferenzialità, anticamera di quella mondanità spirituale che il Pontefice denuncia come l’illusione con cui «il diavolo ci inganna» e ci porta a non annunciare più Cristo ma i nostri progetti umani, per quanto nobili, ci chiudiamo «in strutture caduche che servono per farci schiavi e non liberi figli di Dio. Dobbiamo far uscire Cristo. C’è il rischio di incidenti, ma preferisco mille volte una Chiesa incidentata, piuttosto che chiusa e malata».

La terza domanda a Papa Francesco chiedeva un chiarimento su un’espressione che ha usato: «Chiesa povera per i poveri». Che cosa significa in concreto? Quali sono le implicazioni politiche di questa idea? Anche qui il Papa è partito dalla sua esperienza personale: «Quando io andavo a confessare, chiedevo: “ma lei dà l’elemosina? E quando dà l’elemosina guarda negli occhi la persona povera? E gli tocca anche la mano o gli butta solo la monetina?”. È proprio qui il problema. Perché non basta fare l’elemosina, bisogna prendere su di noi il dolore».
Dopo avere denunciato ancora una volta la «cultura dello scarto» per cui «quello che non mi serve lo butto», anche se si tratta di persone, il Papa ha criticato i «cristiani inamidati, che parlano di cose teologiche mentre prendono il tè» e per cui «non fa notizia che un barbone muore di freddo che bambini muoiono di fame. È grave».

Francesco cita il racconto di un rabbino medievale che parla della costruzione della torre di Babele, quando «se cadeva un mattone era una tragedia nazionale, veniva punito l’operaio, perché i mattoni erano preziosi. Ma se cadeva l’operaio non succedeva niente». Qualche volta oggi sembra di essere anche noi all’interno del racconto del rabbino. «Siamo così: se le borse salgono, scendono è un dramma», «se calano gli investimenti delle banche se ne fa una tragedia», ma «non ci importa se le persone non hanno cibo, non hanno lavoro, se non hanno salute, se muoiono. Questa è la nostra crisi di oggi». Una crisi – il Papa ha ripreso qui il suo discorso agli ambasciatori dello scorso 16 maggio – che non è anzitutto economica, ma etica. «Questa è una crisi dell’uomo, che distrugge l’uomo. Nella vita pubblica, politica se non c’è l’etica tutto è possibile, tutto si può fare. Allora vediamo, leggiamo i giornali come la mancanza di etica nella vita pubblica fa tanto male all’umanità intera».

Alla quarta domanda, sui cristiani perseguitati, il Pontefice ha risposto che «per annunciare la fede sono necessarie due virtù: il coraggio e la pazienza. Loro [i perseguitati di oggi] sono nel tempo della pazienza». «Ci sono più martiri oggi che nei primi secoli della Chiesa», ha detto il Papa ricordando un dato statistico su cui diverse volte già Benedetto XVI aveva richiamato l’attenzione. Il martirio, ha aggiunto Papa Francesco, «non è mai una sconfitta. Il martirio è il grado più alto della testimonianza che dobbiamo dare».
Questi testimoni, però, attendono la nostra solidarietà, ci chiedono di parlare di loro e di «promuovere la libertà religiosa». I perseguitati «fanno esperienza del limite tra la vita e la morte». Non dobbiamo, non possiamo abbandonarli. «Facciamo capire ai cristiani che soffrono che siamo loro vicini. Dobbiamo farlo sapere a loro e al Signore».