Pubblichiamo una lettera del cardinale Stepinac datata Krasic, 26 marzo 1958, destinata a monsignor Smiljan Cekada, vescovo di Skopje.


Eccellenza cara,
ho ricevuto la tua cara lettera. Ti meravigli che non ho risposto alla lettera che mi hai inviato prima di questa, mentre eri qui. Ma non ti meravigliare. Allora l’Udba aveva dato la caccia alle mie lettere, tendendo un agguato. Il parroco di qui e il segretario dell’arcivescovo, per esempio, sono stati completamente denudati e perquisiti, controllando persino nelle calze e su ogni banconota del segretario, per vedere se c’era qualcosa di scritto da parte mia: ma non hanno trovato nessuna lettera. Non è difficile indovinare a che cosa possa servire tutto questo rigore. Io dovrei pensare che tutto il mondo mi ha dimenticato e, quindi, dovrei piegarmi in ginocchio e chiedere la grazia a questi crudeli padroni. Invece, durante i cinque anni di detenzione a Lepoglava, non ho scritto nemmeno una lettera dell’alfabeto a nessuno; per cui posso trovarmi, anche qui, così fino alla morte; però, con l’aiuto di Dio frangar, sed non flectar dinanzi ai bestemmiatori rappresentati dal Kpj.
Mi chiedi se l’episcopato potrebbe prendere qualche iniziativa per la mia liberazione in occasione del mio sessantesimo compleanno. Ti rispondo brevemente.
Secondo il mio modesto parere, ora è troppo tardi. È vero, Dio può fare il miracolo con la mia salute; però non c’è molto da sperare nella mia situazione attuale. Prima di tutto si tratta di una malattia grave, di una malattia mortale: policitemia oppure leucemia. Per quest’ultima non c’è rimedio: le medicine, con cui pensano di tenere in vita più a lungo il paziente, sono le iniezioni P32. In realtà, io continuo a vivere a causa del prelievo del sangue. Finora, durante sessanta mesi, ossia durante cinque anni, mi hanno prelevato 30 litri di sangue; quindi, facendo un conto, mezzo litro al mese. Questo non può durare a lungo. Inoltre, a causa della trombosi, il professor Riesner ha dovuto legarmi chirurgicamente la vena principale della gamba, per cui il sangue, da allora in poi, non può circolare regolarmente e durante il giorno ho sempre il piede gonfio. Anche se durante la notte si normalizza, praticamente non posso più stare in ginocchio, né camminare per lungo tempo senza dolori. Più volte sono stato costretto a rimanere a letto senza celebrare la santa messa, il che per me era molto doloroso. Infatti, che cosa è il sacerdote senza la santa messa? Tuttavia, il buon Dio non ha permesso che questo durasse a lungo tempo; così finora ho potuto celebrare tutte le sante messe pro populo, sebbene qualche volta in ritardo. Ora mi ha colpito un’altra grave tribolazione. Da sedici mesi soffro di prostata. I medici hanno fatto di tutto per aiutarmi; però il male si ripete ogni momento: allora mi sento debole e non posso nemmeno celebrare la messa. Lascio ai medici decidere se dovranno operarmi.
Inoltre i miei bronchi sono tutt’altro che sani. Quando i medici hanno chiesto alle autorità dello Stato di lasciarmi andare al mare, hanno risposto di presentare la domanda. Ho detto: “Mai!” Preferisco morire qui piuttosto che dare l’impressione che la Chiesa ceda e, proprio, per la misera salute di un vescovo. E sii certo che ben presto avrebbero divulgato questa notizia per sedurre il popolo, indurlo nell’errore. A chi hanno fatto una grande ingiustizia, ora vorrebbero che chiedesse la grazia per poter dire che hanno ragione loro e non la Chiesa, quando alza la sua voce contro la loro ingiustizia.
Non parlerò nemmeno delle mie altre tribolazioni fisiche; però, come dico, tutto mi fa sentire, come dice san Gregorio: Dominus pulsat, cum per aegritudinis molestias mortem esse vicinam designar. Questo non dovrebbe accadere a me, in questo momento, e Dio può cambiare tutto; però, mi pare che alzare la voce, adesso, sarebbe per me in ritardo almeno da questo punto di vista, perché la mia salute è completamente rovinata.
Tu ti ricordi delle ripetute dichiarazioni del maresciallo Tito, che finché lui sarà in vita, io non potrò ritornare a Zagabria. Il signor maresciallo sbaglia se pensa che io sarei attirato dal desiderio di Zagabria, o per assumere qualche posizione. L’unica mia ambizione in questo mondo è questa: resistere fino alla fine e morire nella grazia di Dio, come scrissi a qualcuno che voleva dedicarmi un certo libro.
Hai veramente la garanzia di ottenere qualcosa, se prendessi un’iniziativa per la mia liberazione, sia pure suaviter in modo, ma fortiter in re? Noi non chiediamo qualche grazia ai potenti, come se fossimo dei pezzenti, bensì vogliamo che siano rispettati i diritti più elementari della santa Chiesa cattolica, la quale non è e non può essere ancilla, ma libera.
Ecco le motivazioni per cui ritengo assolutamente inopportuno intraprendere, ora, qualsiasi cosa riguardo alla mia liberazione. Infine, sarei veramente libero nel palazzo arcivescovile? Per me sarebbe cento volte peggio che qui. Infatti, quale libertà ho sperimentato proprio là nell’anno 1945 e nel 1946? La libertà nel comunismo è una menzogna, è sabbia negli occhi per il pubblico mondiale; come, per esempio, è menzogna che le votazioni siano libere. Avevo l’occasione di vedere dalla finestra della mia prigione coloro che con le percosse e le minacce visitavano le case invitando ad andare a votare. Tutto sommato è meglio non intraprendere nulla per il mio caso, dopo tredici anni: lasciamo tutto nelle mani di Dio.
Sarebbe meglio consigliarsi, come sradicare la peste della Cmd: si tratta della Chiesa nazionale in fieri, se non in esse come in Cina. Non si chiede infatti che cosa ne pensa questo o quel sacerdote venduto, bensì che cosa ne pensa l’Udba, che ha fondato e che guida tutto ciò. Non molto tempo fa, alcuni esponenti dell’Udba, ubriachi, lo hanno detto chiaramente a un sacerdote di campagna, quando sono venuti a trovarlo: in vino veritas. Ogni uomo saggio può capire questo, senza ulteriori spiegazioni. Se persiste il duro programma del Kpj (Partito comunista jugoslavo) di sradicare il falso misticismo (cioè la nostra fede e la Chiesa), allora vuoi dire che non istituiscono la Cmd per rafforzare la Chiesa nella nostra patria, bensì, secondo il detto divide et impera, lo fanno per poter raggiungere più facilmente la sua distruzione.
Intanto, eccellenza cara, ti raccomando caldamente di essere del tutto fiducioso per quanto riguarda il futuro della nostra Chiesa. Anche se io morirò qui, offro volentieri la mia vita per Dio e per la Chiesa cattolica. Prego Dio, ogni giorno, di darmi la grazia di farmi morire cento volte, piuttosto che far vacillare il popolo nella fede per un mio piccolo segno di debolezza. Dio non perde mai la battaglia: l’ho detto più volte e lo ripeto ancora. Non la perderà nemmeno nella lotta con il Kpj.
Dopo che avrai letto questa lettera, bruciala, perché coloro che vanno a caccia delle mie lettere possono giungere anche fino a te, anche se non ti scrivo alcun segreto e non mi immischio nella politica di professione.
Ti saluta fraternamente in Cristo

Alojzije cardinale Stepinac
Arcivescovo di Zagabria

(©L’Osservatore Romano – 25 marzo 2010)

Il coraggio della fedeltà


Pubblichiamo la prefazione scritta dal cardinale arcivescovo di Zagabria al libro Lettere dal martirio quotidiano (Pordenone, Proget Edizioni, 2009, pagine 443, euro 19). Il volume curato da Alberto Di Chio e Luciana Mirri, raccoglie le lettere del cardinale Alojzije Stepinac.

di Josip Bozanic
Nate dalla viva fede e scritte di proprio pugno, questi documenti sono l’autentica testimonianza del beato; le sue epistole ci avvicinano alla sua opera e alla sua sofferta ed eroica testimonianza per la gloria e per la giustizia divina e per la dignità e i diritti dell’uomo fondati da Dio.
Il contenuto di questo libro mostra al lettore come l’arcivescovo Alojzije Stepinac abbia continuato a esercitare il proprio servizio, benché allontanato forzatamente dal proprio gregge. Prega e soffre pazientemente, non si abbandona mai allo scoraggiamento, anzi invitava in particolare i sacerdoti, a essere fedeli a Cristo e alla Chiesa nonché a una indomabile fede nella vittoria di Dio. Con tutta la sua autorità cercava di convincere e incoraggiarli a opporsi decisamente a tutte le pressioni del Governo di formare le cosiddette “società dei sacerdoti”. In esse egli individuava un grande sotterfugio nemico che poneva in questione il cattolicesimo e l’unità della Chiesa, che per lui erano le cose più sacre.
In queste pagine la nostra Chiesa riscopre il periodo difficile in cui ha offerto la testimonianza del proprio amore verso Dio e l’opzione per la fondamentale unità con il vescovo di Roma e con la Santa Sede di fronte a empie pressioni e opposizioni. Grazie ai sacrifici dei vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose e di tanti fedeli laici, e specialmente al sacrificio del cardinale Stepinac, essa è rimasta unanimemente unita e fedele. Poiché questa testimonianza scritta del nostro beato ha un fondamento biblico ed è redatta su questo nostro suolo, merita di essere letta, meglio conosciuta e meditata. Inoltre, essa merita di essere “indicatore della strada di salvezza, il faro della Chiesa del popolo croato”.
In qualità di terzo successore del beato Alojzije Stepinac sulla cattedra dell’arcidiocesi di Zagabria, sono lieto che la nostra Chiesa e un pubblico più vasto possano conoscere la santità e il martirio del beato dal contenuto delle sue lettere scritte al tempo della persecuzione dei cristiani.

(©L’Osservatore Romano – 25 marzo 2010)

“Ubi Aloisius ibi Ecclesia”


Martedì 23 marzo a Roma, nell’ambasciata della Repubblica di Croazia presso la Santa Sede, si è tenuta una conferenza dedicata al cardinale Stepinac, “Un modello per il nostro tempo”. Pubblichiamo parte di uno degli interventi.

di Roberto de Mattei
Alojzije Stepinac nacque l’8 maggio 1898 nel villaggio di Brezanic, parrocchia di Krasic, a una trentina di chilometri da Zagabria. Durante la prima guerra mondiale combatté sul fronte italiano, fu ferito e fatto prigioniero. Con il crollo dell’impero austro-ungarico la Croazia divenne parte del nuovo regno dei serbi, dei croati e degli sloveni. Il giovane Stepinac fu ordinato sacerdote il 26 ottobre 1930; tre anni dopo fu nominato arcivescovo coadiutore di Zagabria, con diritto di successione.
Il 7 dicembre 1937, con la morte dell’arcivescovo Anton Bauer, Stepinac assunse il pieno governo della grande diocesi, che contava circa due milioni di abitanti. Sull’orizzonte si addensavano però fosche nubi. La guerra, scoppiata nel settembre 1939, nei primi mesi del 1941 dilagò anche in Jugoslavia. Nella terra di Croazia si scontrarono le due ideologie totalitarie del xx secolo, nazionalsocialismo e comunismo.
Nel 1945 la Jugoslavia entrò nell’orbita sovietica; i comunisti, giunti al potere con l’aiuto di Mosca, cercarono di estirpare le radici cristiane del popolo croato. Monsignor Stepinac venne arrestato il 18 settembre 1946; il reale movente era la lettera pastorale del 23 settembre di un anno prima, con cui l’episcopato rivendicava i diritti della Chiesa e denunciava le persecuzioni in Jugoslavia. Sottoposto a un processo farsa, l’11 ottobre seguente fu condannato a sedici anni di lavori forzati e il 19 ottobre trasferito al carcere di Lepoglava. Si aprì così il “caso Stepinac” di cui parlarono i giornali di tutto il mondo.
L’arcivescovo di Zagabria fu imprigionato dal 19 ottobre 1946 fino al 5 dicembre 1951, quando fu trasferito al domicilio coatto, nella canonica del paese nativo. Nel confino di Krasic – che i fedeli chiamavano “piccolo Vaticano”, ubi Aloisius, ibi Ecclesia si diceva in Croazia – Stepinac non poteva allontanarsi fuori dai confini della parrocchia ed era strettamente sorvegliato.
Il 10 dicembre 1952 la Santa Sede annunciò che Pio xii lo avrebbe creato cardinale nel concistoro del 13 gennaio seguente. Il Governo di Tito considerò questa decisione una provocazione e ruppe ogni relazione diplomatica con la Santa Sede, chiedendo che il Vaticano richiamasse immediatamente la sua missione a Belgrado. Subito dopo, l’8 gennaio 1953, il maresciallo Tito convocò presso di sé sette vescovi jugoslavi per studiare le possibilità di un accordo diretto tra il regime comunista e l’episcopato locale, tentando di separare la Chiesa jugoslava dal centro della cattolicità. “Quando l’erba avrà coperto le tombe dei persecutori della nostra Chiesa di oggi – scrive Stepinac al padre Stanko Banic, nel giugno del 1959 – rimarrà ancora salda e incrollabile fino alla fine del mondo”.

(©L’Osservatore Romano – 25 marzo 2010)

VIAGGIO APOSTOLICO
DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II
IN CROAZIA (2-4 OTTOBRE 1998)

SANTA MESSA E BEATIFICAZIONE DEL SERVO DI DIO
ALOJZIJE STEPINAC
NELLA SPIANATA DEL SANTUARIO DI MARIJA BISTRICA

Sabato, 3 ottobre 1998

1. «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). Le parole di Cristo, che abbiamo appena ascoltato, ci portano al cuore stesso del Mistero che stiamo celebrando. In certo qual modo esse racchiudono in sé l’intero Evento pasquale: ci orientano verso la morte del Redentore sulla Croce, nel Venerdì Santo e, nello stesso tempo, ci indirizzano verso il mattino di Pasqua.

Noi facciamo riferimento a questo Mistero ogni giorno durante la Santa Messa quando, dopo la consacrazione del pane e del vino. diciamo: «Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Il “chicco di grano caduto in terra” è innanzitutto Cristo, che sul Calvario morì e fu sepolto nella terra per dare a tutti la vita. Ma questo mistero di morte e di vita trova attuazione anche nella vicenda terrena dei seguaci di Cristo: anche per loro l’essere buttati nella terra per morirvi resta la condizione di ogni autentica fecondità spirituale.

Non fu forse questo il segreto anche del vostro indimenticabile e indimenticato Arcivescovo, il Card. Alojzije Stepinac, che oggi contempliamo nella gloria dei Beati? Egli partecipò in modo singolare al Mistero pasquale: come chicco di grano “cadde nella terra”, in questa terra di Croazia, e morendo portò frutto, molto frutto. «Chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (cfr Gv 12, 25).

Le parole della seconda lettera ai Corinzi, poc’anzi proclamate, si collegano molto bene all’Evento che stiamo celebrando. Scrive san Paolo: «Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2 Cor 1, 5). Non costituisce, forse questa affermazione un significativo commento alle parole di Cristo sul chicco che muore? Coloro che abbondano nella partecipazione alle sofferenze di Cristo, grazie a Lui sperimentano anche l’intensa consolazione che scaturisce dalla fioritura di bene a cui la Croce dà origine.

2. «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). Siamo oggi colmi di gioia nel rendere insieme grazie a Dio per il nuovo frutto di santità che la terra croata offre alla Chiesa nella persona del martire Alojzije Stepinac, Arcivescovo di Zagabria e Cardinale di Santa Romana Chiesa.

Numerosi sono stati, nel corso dei secoli, i martiri sbocciati in queste regioni, cominciando dai tempi dell’Impero romano con figure quali Venanzio, Domnio, Anastasia, Quirino, Eusebio, Pollione, Mauro e tanti altri. Ad essi si affiancano nei secoli successivi Nicola Tavelic e Marco di Krizevci, come pure i molti confessori della fede durante la dominazione ottomana, fino a quelli dell’epoca nostra, tra i quali si staglia la luminosa personalità del Card. Stepinac.

Con il loro sacrificio unito alle sofferenze di Cristo, essi hanno offerto una straordinaria testimonianza, che col passare del tempo nulla perde della sua eloquenza, ma continua ad irradiare luce e ad infondere speranza. Accanto ad essi molti altri pastori e semplici fedeli, uomini e donne, hanno pure confermato col sangue la loro adesione a Cristo. Essi fanno parte della moltitudine di coloro che, avvolti in vesti candide e con palme nelle mani, stanno ora davanti al trono dell’Agnello (cfr Ap 7,9).

Il Beato Alojzije Stepinac non ha versato il sangue nel senso stretto della parola. La sua morte è stata causata dalle lunghe sofferenze subite: gli ultimi 15 anni della sua vita furono un continuo susseguirsi di vessazioni, in mezzo alle quali egli espose con coraggio la propria vita per testimoniare il Vangelo e l’unità della Chiesa. Per usare le parole del Salmo, egli pose nelle mani di Dio la sua stessa vita (cfr Sal 16 [15], 5).

3. Non molto tempo ci divide dalla vita e dalla morte del Cardinale Stepinac: appena 38 anni. Tutti conosciamo il contesto di questa morte. Molti tra i presenti possono testimoniare per esperienza diretta quanto abbiano abbondato in quegli anni le sofferenze di Cristo tra le popolazioni della Croazia e di tante altre Nazioni del Continente. Oggi, pensando alle parole dell’Apostolo, di tutto cuore vogliamo augurare a quanti abitano in queste terre che, dopo la tribolazione, abbondi in loro la consolazione di Cristo crocifisso e risorto.

Un particolare motivo di consolazione per tutti noi è certo l’odierna beatificazione. Questo atto solenne avviene nel santuario nazionale croato di Marija Bistrica nel primo sabato del mese di ottobre. Sotto gli occhi della Vergine Santissima un figlio illustre di questa Terra benedetta sale alla gloria degli altari, nel centesimo anniversario della sua nascita. È un momento storico nella vita della Chiesa e della vostra Nazione. Il Cardinale Arcivescovo di Zagabria, una delle figure di spicco della Chiesa Cattolica, dopo aver subito nel proprio corpo e nel proprio spirito le atrocità del sistema comunista, è ora consegnato alla memoria dei suoi connazionali con le fulgide insegne del martirio.

L’Episcopato del vostro Paese ha chiesto che la beatificazione di Stepinac potesse aver luogo proprio qui, nel Santuario di Marija Bistrica. Conosco per esperienza personale che cosa significò per i Polacchi, nel periodo in cui i comunisti erano al potere, il Santuario di Jasna Gora, con il quale ebbe un rapporto tutto speciale il ministero pastorale del Servo di Dio Cardinale Stefan Wyszynski. Non mi stupisce che un valore simile abbia avuto per voi il Santuario in cui ora ci troviamo, o quello di Solona, ove mi recherò domani. Da tempo desideravo venire a visitare il Santuario di Marija Bistrica. Per questo ho accolto volentieri la proposta dell’Episcopato croato e compio oggi in questo luogo significativo il solenne atto della beatificazione.

Saluto cordialmente i Vescovi croati qui convenuti, con un particolare pensiero per il caro Card. Franjo Kuharic e per l’Arcivescovo di Zagabria e Presidente della Conferenza Episcopale Croata, Mons. Josip Bozanic. Il mio saluto s’estende poi ai Signori Cardinali Sodano, Meisner, Puljic, Schönborn, Ambrozic, Korec, agli Arcivescovi e Vescovi qui giunti per la circostanza da diversi Paesi. Saluto pure con affetto i sacerdoti, i consacrati, le consacrate e tutti i fedeli laici, come pure i rappresentanti delle altre Confessioni religiose che sono presenti a questa celebrazione. Un pensiero di speciale deferenza rivolgo infine al Presidente della Repubblica, al Capo del Governo ed alle autorità civili e militari del Paese, che hanno voluto onorarci della loro presenza.

4. “Se uno mi vuol servire mi segua” (Gv 12,24.26). Il Buon Pastore fu per il Beato Stepinac l’unico Maestro: al suo esempio egli ispirò sino alla fine la propria condotta, offrendo la vita per il gregge che gli era stato affidato in un periodo particolarmente difficile della storia.

Nella persona del nuovo Beato si sintetizza, per così dire, l’intera tragedia che ha colpito le popolazioni croate e l’Europa nel corso di questo secolo segnato dai tre grandi mali del fascismo, del nazismo e del comunismo. Egli è ora nella gioia del cielo, attorniato da tutti quelli che, come lui, hanno combattuto la buona battaglia, temprando la loro fede nel crogiolo della sofferenza. A lui noi oggi guardiamo con fiducia invocandone l’intercessione.

Sono significative, a questo riguardo, le parole che il nuovo Beato pronunciava nel 1943, durante il secondo conflitto mondiale, quando l’Europa si trovava stretta nella morsa di un’inaudita violenza: «Quale sistema appoggia la Chiesa Cattolica oggi mentre tutto il mondo sta combattendo per un nuovo ordine mondiale? Noi, nel condannare tutte le ingiustizie, tutte le uccisioni degli innocenti, tutti gli incendi dei villaggi tranquilli, ogni distruzione delle fatiche dei poveri, …, rispondiamo così: la Chiesa appoggia quel sistema che ha tanti anni quanti i Dieci Comandamenti di Dio. Noi siamo per il sistema che non è stato scritto su tavole corruttibili, ma che è stato iscritto con il dito del Dio vivente nelle coscienze degli uomini» (Omelie, Discorsi, Messaggi, Zagabria 1996, 179-180).

5. “Padre, glorifica il tuo nome!” (Gv 12,24.28). Con il suo itinerario umano e spirituale, il Beato Alojzije Stepinac ha offerto al suo popolo una sorta di bussola con la quale orientarsi. Eccone i punti cardinali: la fede in Dio, il rispetto dell’uomo, l’amore verso tutti spinto fino al perdono, l’unità con la Chiesa guidata dal Successore di Pietro. Egli sapeva bene che non si possono fare sconti sulla verità, perché la verità non è merce di scambio. Per questo affrontò la sofferenza piuttosto che tradire la propria coscienza e venir meno alla parola data a Cristo ed alla Chiesa.

In questa coraggiosa testimonianza non fu solo. Ebbe accanto a sé altri coraggiosi che, per conservare l’unità della Chiesa e per difenderne la libertà, accettarono di pagare con lui un pesante tributo di carcere, di maltrattamenti e persino di sangue. A questa schiera di anime generose – Vescovi, sacerdoti, consacrati, consacrate, fedeli laici – va oggi la nostra ammirazione e la nostra riconoscenza. Ascoltiamone il forte invito al perdono e alla riconciliazione. Perdonare e riconciliarsi vuol dire purificare la memoria dall’odio, dai rancori, dalla voglia di vendetta; vuol dire riconoscere come fratello anche colui che ci ha fatto del male; vuol dire non farsi vincere dal male, ma vincere col bene il male(cfr Rm 12, 21).

6. Sii benedetto «Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione» (2 Cor 1,3), per questo nuovo dono della tua grazia.

Sii benedetto Unigenito Figlio di Dio e Salvatore del mondo per la tua Croce gloriosa, che nell’Arcivescovo di Zagabria, il Cardinale Alojzije Stepinac, ha registrato una splendida vittoria.

Sii benedetto Spirito del Padre e del Figlio, Spirito Paraclito, che continui a manifestare la tua santità negli uomini e che non cessi di far progredire l’opera della salvezza.

Dio Uno e Trino, oggi Ti voglio rendere grazie per la salda fede di questo tuo Popolo, nonostante le non poche avversità incontrate nel corso dei secoli. Ti voglio ringraziare per gli innumerevoli martiri e confessori, uomini e donne di tutte le età, fioriti in questa terra benedetta!

«Padre, glorifica il tuo nome!» (Gv 12, 28).

Siano lodati Gesù e Maria!

Il Card. A. Stepinac, un sostenitore dei «Diritti di Dio» e dell’uomo di Giovanni Sale s.i.

[Da “La Civiltà Cattolica”, quad. 3563, 5 dicembre 1998]

Un vescovo nella vicenda del suo popolo

La recente beatificazione del card. Alojzije Stepinac, celebrata dal Papa il 3 ottobre 1998 durante la sua seconda visita in Croazia, ha riportato, dopo decenni di silenzio, all’attenzione dei cattolici e non cattolici di tutto a mondo, l’”eroica” e indimenticabile figura dell’arcivescovo di Zagabria (Come fonti abbiamo utilizzato: E. CAVALLI, Il processo dell’Arcivescovo di Zagabria, Roma, La Civiltà Cattolica, 1947; R. PATTEE, The case of cardinal Aloysius Stepinac, Milwaukee, The Bruce Publishing Company, 1953; N. ISTRANIN, Stepinac. Un innocente condannato, Vicenza, LIEF, 1982; H. BARBOUR – J. BATELJA, Luce lungo il sentiero della vita. Una biografia spirituale del Beato Luigi cardinale Stepinac, Zagabria, 1998: molte delle fonti che abbiamo utilizzato sono tratte da questo lavoro edito dalla “Postulazione del Beato Alojzije Stepinac”; J. BOZANIC, Il cardinale Stepinac Beato e martire della Chiesa del silenzio. Lettera pastorale in occasione del centenario della nascita del Servo di Dio, Bologna, EDB, 1998. Tra le fonti documentali ricordiamo: Archivio della Postulazione per la canonizzazione del cardinale Luigi Stepinac, arcivescovo di Zagabria, Zagabria, che noi indicheremo con la sigla AP; Positio (Beatificationis et canonizationis Servi Dei Aloysii Stepinac), e anche la relativa Informatio. Actes et documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, Città del Vaticano, Lib. Ed. Vaticana, 1965-80). In verità, sebbene siano passati 38 anni dalla sua morte, la sua opera e il suo messaggio non sono stati mai dimenticati, specialmente da quanti hanno vissuto quegli anni tristi e quelle vicende dolorosissime.

La beatificazione, oltre ad accertare e dichiarare davanti al mondo il grado eroico delle virtù cristiane di questo “servo di Dio”, vuol essere anche un invito rivolto a tutti, in modo particolare agli studiosi, perché, lasciati da parte i pregiudizi ideologici, rivisitino con spirito critico – non per un superficiale intento revisionistico, ma per amore della verità – fatti, testimonianze e documenti (ora per la maggior parte accessibili, ma precedentemente stravolti nel loro significato e persino occultati), in modo da accertare una verità “storica” non ancora esplicitamente detta, quella cioè intorno al “caso Stepinac”. Con tale espressione intendiamo indicare il “tristissimo processo”, come ebbe a dire Pio XII, inscenato contro l’Arcivescovo di Zagabria dai comunisti di Tito una volta arrivati al potere, nel quale egli fu accusato di collaborazionismo con il precedente regime filonazista del croato Ante Pavelic e condannato a 16 anni di reclusione e di lavori forzati con la perdita dei diritti civili. Tale processo come anche la sua sentenza ebbero una grande risonanza sull’opinione pubblica europea alla fine degli anni Quaranta; cioè, proprio negli anni in cui, appena cessato il conflitto mondiale – un immane disastro di Paesi e una vera carneficina di uomini -, i vincitori erano intenti a ridisegnare i confini della vecchia Europa per crearne una nuova, più rispondente ai loro interessi. Ne uscì un’Europa non solo divisa, ma addirittura separata in blocchi rigidamente contrapposti da cortine di ferro che segnarono dolorosamente la successiva storia europea.

La vicenda che ebbe come protagonista il card. Stepinac fu, in quegli anni e anche successivamente, fortemente strumentalizzata dai due blocchi in lotta tra loro: dagli “occidentali” in funzione di propaganda anticomunista, dagli “orientali” come dimostrazione di forza contro presunte pressioni esterne e, allo stesso tempo, allo scopo di reprimere o scoraggiare ogni forma di dissenso interno. Sono passati molti anni ormai da quella vicenda e molte cose nell’Europa sono cambiate, eppure la figura del Cardinale di Zagabria rappresenta ancora per alcuni non un segno di unità, pur nel rispetto delle diversità, ma di contraddizione.

Così l’annuncio della beatificazione del card. Stepinac, insieme a un ampio coro di consensi, ha registrato anche qualche voce di dissenso e di resistenza contro la decisione pontificia. Questa è giunta in seguito a un lungo e accurato processo di beatificazione, iniziato negli anni Ottanta in forma riservata, a causa delle difficoltà poste dal regime comunista iugoslavo, e proseguito secondo l’iter ordinario dal 1991 in poi. Il materiale abbondantissimo raccolto durante questo procedimento può essere utilizzato, al di fuori del processo che lo ha prodotto, anche in sede storica al fine di integrare le nostre conoscenze, in verità molto scarse e non sempre precise, sulla recente storia dei Balcani, e anche per spezzare clichés consolidati e non sempre utili per un’indagine storica obiettiva e critica.

L’annuncio della beatificazione dell’Arcivescovo di Zagabria ha sollevato, come era prevedibile, proteste in alcuni ambienti non cattolici: cioè da parte di alcune personalità (sia civili sia religiose) del trionfo serbo ortodosso, che hanno interpretato tale decisione come una “provocazione” contro di loro, e anche da parte dell’Ufficio europeo del Centro ebraico Simon Wiesenthal, con sede a Parigi, che ha pubblicamente chiesto al Papa di sospendere per il momento l’annunciata beatificazione e di ordinare sul “caso Stepinac” una nuova e più approfondita inchiesta, da condurre anche su archivi non ancora completamente esplorati.

Qual è l’accusa che coloro i quali contestano la beatificazione del card. Stepinac rivolgono contro di lui? Essi sostanzialmente lo accusano di complicità passiva con il “genocidio di centinaia di migliaia di serbi, giudei e zingari” perpetrato dagli ustascia (Movimento armato creato da Ante Pavelic allo scopo di istituire in Croazia un Governo autonomo e indipendente dalla Serbia. Esso ebbe l’appoggio di Mussolini, il quale concesse al Movimento una base in Italia) di Ante Pavelic appena giunti al potere; inoltre lo accusano di non avere “pubblicamente” denunciato questi crimini, e quindi, in ultima istanza, di essere stato un “collaborazionista” e un “connivente” con il Governo nazionalista instaurato dal “duce” croato con la protezione delle armi fasciste e naziste. Questa è poi in sostanza anche l’accusa che i comunisti di Tito mossero contro Stepinac e che stava a fondamento della sentenza di condanna che essi pronunciarono contro di lui nel 1946.

Ora, sia le recenti ricerche storiche sulle complicate vicende balcaniche di quegli anni (particolarmente interessanti quelle condotte dagli storici di lingua inglese), sia anche le preziose testimonianze di alcuni ambasciatori europei allora accreditati presso quegli Stati e, non ultimo, l’abbondantissimo materiale documentario, tutto di prima mano, prodotto e utilizzato nel lungo processo di beatificazione del Cardinale croato, mettono in grado di esprimere un giudizio attendibile e storicamente fondato sull’”affare” Stepinac. La verità dei fatti mostra che l’azione intrapresa dall’Arcivescovo di Zagabria a favore dei perseguitati da parte del nuovo regime nazionalista fu tutt’altro che passiva: egli infatti si oppose energicamente sia con gli scritti sia intervenendo di persona presso lo stesso presidente Pavelic e i suoi ministri, e infine anche attraverso “pubbliche” omelie, contro la legislazione antiserba e antiebraica emanata dai nuovi governanti, spesso per compiacere i loro potenti protettori stranieri. Ma di questo tratteremo in modo più documentato dopo aver dato qualche breve indicazione biografica sul card. Stepinac.

Alojzije Viktor Stepinac nasce l’8 maggio 1898 a Brezaric, nella parrocchia di Krašic presso una famiglia di contadini benestanti. Appena conseguita la maturità classica, si arruola nell’esercito austro-ungarico. Nel 1916 combatte sul fronte italiano dove è fatto prigioniero. Poco tempo dopo il suo ritorno a casa (1919) entra in seminario, e dal suo vescovo è mandato a Roma per gli studi teologici. Qui nel 1930 è ordinato sacerdote. Subito dopo ritorna in patria e diventa collaboratore dell’arcivescovo di Zagabria. Nel 1934 è consacrato suo vescovo coadiutore con diritto di successione. Pochi anni dopo, nel 1937, egli succede a mons. Bauer come arcivescovo metropolita di Zagabria.

Negli anni in cui Stepinac regge l’arcidiocesi di Zagabria, la Croazia faceva parte, insieme alla Serbia, al Montenegro, alla Macedonia e alla Slovenia, di un regno creato quasi artificialmente nel 1919, dopo la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico da parte delle potenze europee allora dominanti, e affidato alla casa reale serba dei Karadjordjevic. Il re Alessandro prima e ancor più il suo successore, il principe Paolo, furono in pratica semplici esecutori dell’indirizzo politico loro imposto dalla classe dominante serba e dalla Gerarchia della Chiesa ortodossa. Ciò fece sì che la Corona, strettamente legata agli interessi serbo-ortodossi di cui di fatto era espressione, assumesse un atteggiamento apertamente contrario alla Chiesa cattolica. La situazione politica interna divenne ancora più grave dopo l’assassinio a Marsiglia del re Alessandro I nel 1934. Culmine della tendenza anticattolica fu la questione del Concordato tra il Regno di Iugoslavia (dal 1929) e la Santa Sede. Esso, dopo lunghi anni di trattative, fu firmato dalle due parti nel 1935 e successivamente votato dal Parlamento nazionale nel 1937; non fu però presentato per la ratifica in Senato, dopo che il Sinodo della Chiesa ortodossa aveva persino scomunicato coloro che lo avevano votato in Parlamento. Subito dopo il principe Paolo, per assicurarsi l’appoggio della Gerarchia ortodossa, ritirò il Concordato con la Santa Sede. La mancanza di un Concordato fece dei cattolici iugoslavi cittadini di seconda categoria, anche se la Chiesa cattolica in quegli anni moltiplicò i suoi sforzi in campo sia caritativo sia associativo e culturale. L’Arcivescovo di Zagabria infatti fece di tutto perché le organizzazioni e le opere cattoliche si consolidassero e si diffondessero il più possibile.

Nel 1939 scoppiava la seconda guerra mondiale, e la Iugoslavia prontamente si alleò con le potenze dell’Asse. Nel 1941 i nazisti e i fascisti insieme, in seguito a un fallito colpo di Stato (pare organizzato da servizi segreti stranieri) invasero il Regno di Iugoslavia, smembrandolo in due e dividendosene le zone di influenza: la Serbia rimase zona di influenza nazista e fu governata da un fantoccio di Hitler, il generale N. Nedic, mentre la Croazia fu lasciata a Mussolini (in cambio del suo assenso all’invasione tedesca dell’Europa orientale), il quale concesse al capo degli ustascia Ante Pavelic, allora in esilio in Italia, di istituirvi un Governo indipendente croato, sotto il diretto protettorato dell’Italia e anche dei nazisti. La creazione di uno Stato croato indipendente dava compimento alla secolare aspirazione di quel popolo, per lunghi secoli assoggettato a dominazioni straniere, ad avere un proprio Stato indipendente e sovrano. Così in realtà purtroppo non fu, perché insieme a Pavelic e ai suoi ustascia, arrivarono pure le camicie nere fasciste e i carri armati tedeschi, e tutto questo non faceva certo presagire il meglio. Pavelic intanto, appena nominato duce (Poglavnik) dei croati, cercò in tutti i modi di ottenere il riconoscimento internazionale del nuovo Stato. Innanzitutto egli cercò l’appoggio della Santa Sede, poiché dichiarava di costituire uno Stato cattolico, e chiese esplicitamente che essa inviasse un Nunzio apostolico a Zagabria. La Santa Sede non accondiscese alle compromettenti richieste del dittatore croato. Pio XII accettò di ricevere Pavelic in Vaticano, ma non in visita ufficiale, bensì in udienza privata; allo stesso modo anziché un Nunzio inviò a Zagabria un semplice “visitatore” per sbrigare gli affari ecclesiastici più urgenti.

Stepinac e il regime ustascia

Quale posizione assunse l’arcivescovo di Zagabria nei confronti del nuovo Governo indipendente della Croazia? All’inizio fu favorevole e del resto non poteva essere diversamente, considerando il fatto che Stepinac era un fervente sostenitore della causa autonomista del popolo croato (Stepinac non fu però mai un fanatico nazionalista, anzi egli condannò fortemente questo atteggiamento, ad esempio, in una sua omelia agli universitari di Zagabria il 27 marzo del 1938: “Se pertanto l’amore verso la nazionalità – egli disse – supera il confine del buonsenso, allora non è amore ma passione, non è utile e neppure di lunga durata […]. L’amore per la propria nazione non deve fare l’uomo una bestia feroce, ma nobilitarlo […]”; La guardia croata, 29 marzo 1938, 2) e che con frequenza Pavelic pubblicamente dichiarava fedeltr alla Chiesa di Roma. Mons. Stepinac inoltre non era un uomo politico, ma soltanto un pastore zelante e attento al bene del suo popolo; inoltre non poteva neppure conoscere i retroscena di quella vicenda, in particolare gli accordi segreti conclusi tra Mussolini e il nuovo duce croato (Mussolini aveva chiesto, in cambio dell’appoggio italiano al Governo ustascia, la cessione al Regno d’Italia di alcuni territori della Dalmazia). Inoltre quest’ultimo aveva interesse a tenere dalla sua parte l’Arcivescovo in modo da sfruttarne al massimo l’ascendente sul popolo, anche se pare che egli non lo apprezzasse troppo come persona, considerandolo “un dilettante nella politica”. Dopo la proclamazione di indipendenza dello Stato croato (10 aprile 1941), mons. Stepinac scrisse ai suoi sacerdoti: “Poiché conosco gli uomini che oggi hanno in mano i destini del popolo croato, sono profondamente convinto che il nostro lavoro troverà in essi comprensione e sostegno. Credo e confido che la Chiesa potrà annunciare con piena libertà gli immutabili principi dell’eterna giustizia e della verità” (N. ISTRANIN, Stepinac. Un innocente condannato, cit., 169). Ma non era un ingenuo e si rendeva ben conto che la libertà e l’indipendenza appena proclamata erano in verità soltanto apparenti, poiché i veri padroni della Croazia, cioè i nazisti e i fascisti, già spadroneggiavano in tutto il Paese. Uscendo dalla cattedrale e avendo sentito che i giovani esultavano per la proclamata indipendenza dello Stato croato, nonostante ci fossero già in piazza i carri armati tedeschi, disse a mons. Hren: “Proprio questa ragazzaglia conosce cosa sia lo zoccolo prussiano! Chi più desideroso di me che ci sia una Croazia libera? Ma non me la posso aspettare dalla paganeggiante Germania. Non credo che Hitler voglia aiutarci a conquistare l’indipendenza” (Ivi, 170).

Poco tempo dopo la proclamazione di indipendenza, Ante Pavelic iniziò a dare esecuzione al suo famigerato programma di “pulizia etnica” (imitando in questo Hitler) per realizzare il suo antico sogno di uno Stato croato forte e compatto dal punto di vista sia etnico sia religioso. Così squadre di feroci ustascia, sicuri dell’impunità, attaccarono molti villaggi di serbi ortodossi massacrandone gli abitanti. Molti di essi furono deportati oppure tenuti come ostaggi per scoraggiare possibili rappresaglie contro i sostenitori del nuovo regime. Fu inoltre disposta dalle autorità civili, con una circolare del Governo emanata nel novembre 1941, la cosiddetta “conversione forzata” degli ortodossi al cattolicesimo: in questo modo si cercava di preservare l’indipendenza anche religiosa del nuovo Stato (che si voleva interamente cattolico) da possibili influenze serbe. Provvedimenti altrettanto feroci furono immediatamente presi anche contro gli ebrei e gli zingari (aprile 1941): in questo il duce croato eseguì, forse senza eccessiva convinzione, gli ordini che gli venivano dalla Germania.

L’atteggiamento che l’arcivescovo di Zagabria assunse di fronte a questi orrori fu di condanna e di ferma denuncia, come risulta chiaramente dalla documentazione prodotta nel processo di beatificazione, ma in parte già nota anche precedentemente. Da essa risulta che l’Arcivescovo intervenne subito e insistentemente presso il dittatore, inizialmente con appelli e lettere private in favore dei perseguitati, e più tardi con pubbliche denunce. Già nel maggio del 1941, all’indomani del massacro di 260 serbi ortodossi a Glina da parte degli ustascia, inviò una lettera di protesta a Pavelic: “Credo – egli insisteva – che sia mio dovere di vescovo alzare la mia voce e dichiarare che questo non è lecito secondo la morale cattolica, quindi vi prego di prendere le misure più urgenti in tutto il territorio dello Stato croato indipendente, affinché non venga ucciso nemmeno un serbo, salvo sia comprovato il delitto per il quale merita la morte. Altrimenti non possiamo attendere la benedizione del Cielo, senza la quale siamo destinati a soccombere” (Positio, vol. III, 556). Tali denunce dell’Arcivescovo furono tanto frequenti (In una lettera inviata da mons. Stepinac a un destinatario sconosciuto, leggiamo tra l’altro: “Impossibile presentare tutto perché se riassumiamo tutti gli interventi personali presso il Poglavnik, presso i singoli ministri o altri funzionari dello Stato, che abbiamo fatto per le singole persone o per intere comunità, non basterebbe un libro, ma ci vorrebbero parecchi libri. Possiamo tranquillamente dire che non c’era giorno in cui non abbiamo fatto un intervento sia per i serbi, sia per gli ebrei, sia per le persone che ci stanno vicino o del nostro popolo”: Archivio del Pontificio Collegio Croato di San Girolamo a Roma) che Pavelic nel giugno del 1941, irritato per le sue continue pressioni a favore dei perseguitati, nel decreto col quale ordinava ai non croati di lasciare il Paese entro otto giorni pena l’espulsione forzata, concludeva proibendo ogni intervento, “di tutti e di ciascuno”, a favore dei deportati e degli ostaggi politici. Il decreto inoltre concludeva: “Ogni intervento sarà considerato sabotaggio e punito severamente”. Ma mons. Stepinac non si lasciò intimorire da questo provvedimento e continuò a protestare. Poco dopo intervenne presso il dittatore per denunciare l’uccisione (ordinata come rappresaglia) di ostaggi innocenti: “L’Arcivescovo – egli scrisse a Pavelic – è venuto a sapere che questa notte si è deciso di fucilare i serbi che sono in ostaggio, imprigionati a Zagabria […]. Secondo la morale cattolica non è lecito uccidere l’ostaggio per un delitto commesso da altri. Questo sarebbe paganesimo e non potrebbe portare la benedizione di Dio” (Positio, vol. I, 238).

L’Arcivescovo alzò la sua voce anche contro le “conversioni forzate”, imposte dal regime (nel novembre del 1941) attraverso una circolare governativa. La Conferenza dei vescovi croati, proprio in quei giorni riunita a Zagabria (dal 16 al 20 novembre 1941) e di cui mons. Stepinac era il presidente, comunicò immediatamente al Poglavnik, una risoluzione nella quale si criticava fortemente la decisione appena presa dal Governo in materia di “conversioni religiose”. Essa chiedeva che ai serbi “venissero garantiti ed effettivamente concessi tutti i diritti civili e particolarmente la libertà personale, il diritto di proprietà e si pronunciassero condanne soltanto dopo un processo regolare, uguale a quello degli altri cittadini. In primo luogo fosse punita con estremo rigore ogni iniziativa privata intesa a distruggere le loro chiese o cappelle o ad asportarne i loro beni” (AP, vol. LXV, 864). Inoltre, contro le pressioni delle autorità governative sulle popolazioni serbe ortodosse perché si convertissero al cattolicesimo, Stepinac inviò una sorta di istruzione riservata ai suoi sacerdoti, nella quale li invitava ad accogliere nella Chiesa cattolica tutti quelli che ne avessero fatto richiesta, lasciando ad altro tempo il discernimento della serietà della conversione: “Quando vengono da voi – egli scriveva – persone di religione ebraica od ortodossa, che si trovano in pericolo di vita e desiderano convertirsi, accoglieteli per salvare loro la vita. Non esigete da loro una formazione religiosa particolare, in quanto gli ortodossi sono cristiani come noi e la religione ebraica è quella da cui il cattolicesimo trae le origini. Il compito e il ruolo dei cristiani è in verità quello di salvare gli uomini. Quando questi tempi di pazzia e di barbarie saranno passati, rimarranno nella nostra Chiesa coloro che si saranno convertiti per convinzione, mentre gli altri, passato il pericolo, torneranno alla propria religione” (Positio, vol. I, 239). Questa decisione del vescovo di Zagabria, nel suo tenore sorprendentemente attuale e profetico, era animata da profonda e vera carità cristiana. Essa ci sembra la risposta più esauriente alle accuse di “collaborazionismo” con un regime che Stepinac considerava “barbaro” e “pazzo”.

Quanto abbiamo detto risulta confermato anche da altre fonti, come per esempio da una “informazione”, contemporanea ai fatti che ci interessano, di agenti segreti inglesi, presenti allora in Croazia, del dipartimento informativo della Marina Militare Britannica, nella quale leggiamo: “In Croazia il regime di Pavelic cercava in ogni modo di ottenere l’appoggio della Chiesa cattolica, ma il clero romano cattolico, seguendo le direttive dell’arcivescovo di Zagabria, protestava fortemente per le persecuzioni contro gli ebrei e i serbi, come anche per il tentativo del Governo di costringere tali popoli ad abbracciare la fede cattolica” (R. PATTEE, The case of cardinal Aloysius Stepinac, cit., 43).

Allo stesso modo (e sono moltissime le testimonianze in tal senso) furono frequenti gli interventi dell’arcivescovo di Zagabria in difesa e in aiuto degli ebrei ormai perseguitati in mezza Europa, e ciò anche prima che Pavelic giungesse al potere. Infatti ancor prima della guerra molti profughi ebrei, per sfuggire alle deportazioni ordinate da Hitler, fuggendo dalla Germania si rifugiarono a Zagabria. La maggior parte di loro furono aiutati dalle opere assistenziali della diocesi; a questo scopo infatti l’Arcivescovo aveva creato un apposito “Comitato per i profughi”, di cui si occupò personalmente. Quando poi arrivarono i tedeschi in Croazia, mons. Stepinac prese sotto la sua personale protezione, mettendo a rischio la propria vita, gli ebrei perseguitati, nascondendo i vecchi e gli ammalati nella tenuta arcivescovile di Brezovica e organizzando il trasporto in treno di decine di bambini in Israele attraverso la Turchia. Ad altri invece procurò cibo, vestiario e passaporti per emigrare in luoghi sicuri (La comunità ebraica croata a proposito della beatificazione del card. Stepinac così si è espressa: “Siamo grati al cardinale Stepinac per aver contribuito durante lo Stato indipendente ustascia a salvare molti ebrei. Non abbiamo niente da obiettare alla sua beatificazione”). Quando poi fu demolita la sinagoga di Zagabria, egli protestò pubblicamente in cattedrale contro tale fatto e si adoperò in tutti i modi per salvare la vita del rabbino capo di quella comunità. Questa sua attività in favore degli ebrei era nota agli agenti della Gestapo di stanza a Zagabria, i quali pare fossero pronti a uccidere l’Arcivescovo, cosa che poi, per “ordini provenienti dall’alto”, dovettero differire; i capi infatti sapevano che era molto amato dal popolo e che il suo assassinio sarebbe stato controproducente. In un “dispaccio” del Ministero degli Interni al capo della polizia tedesca in Zagabria si legge: “L’arcivescovo Stepinac è conosciuto come un grande amico degli ebrei e proteggerà gli ebrei con tutto il suo potere” (Informatio, vol. I, 236).

Egli inoltre protestò energicamente contro le leggi razziali promulgate dal regime ustascia contro gli ebrei, le quali in realtà ricalcavano quelle emanate in Germania e in Italia. L’Arcivescovo fece sentire la sua voce soprattutto contro l’obbligo imposto agli ebrei, anche cattolici, di portare una fascia gialla al braccio, come segno di riconoscimento e di appartenenza razziale. Egli protestò, perché sapeva che molti ebrei negli anni passati si erano convertiti al cattolicesimo anche a costo di duri sacrifici, e questo fatto li avrebbe duramente discriminati all’interno della comunità cattolica. A questo riguardo egli il 22 maggio 1941 scrisse al ministro Artukovic (AP, XCIII, 4639): “Come faranno essi adesso a adempiere ai loro doveri religiosi? Andranno forse a messa con la fascia gialla e con essa si accosteranno ai sacramenti? In questo caso sarò costretto a dire agli ebrei di fede cattolica di non portare tali segni perché non sia causa di disturbo e agitazione in chiesa” (Ivi). L’Arcivescovo ripeté questa stessa protesta personalmente anche davanti al Poglavnik, minacciandolo di denunciare pubblicamente “dal pulpito” queste norme, perché, come egli scrisse, “sono antiumane”. Alla fine Pavelic cedette e abrogn la disposizione.

La sua protesta contro le leggi razziali antiebraiche aveva inoltre anche un’altra finalità: quella cioè di incitare il Governo ustascia e il suo duce a opporsi alle continue e indebite ingerenze straniere e a portare avanti un indirizzo politico più autonomo e indipendente, e soprattutto più rispettoso della dignità umana. A questo riguardo egli scrisse a Pavelic: “Se c’è di mezzo l’ingerenza di qualche potenza straniera nella nostra vita nazionale e politica, allora non temo che questa mia voce e protesta [a difesa delle unioni matrimoniali interrazziali] venga a conoscenza degli organi della potenza in questione. La Chiesa cattolica non teme nessuna potenza terrena, quando si tratta della difesa dei più fondamentali diritti dell’uomo” (Positio, Vol. III, 616); e in un’altra occasione egli, incitando il duce croato ad essere più determinato e coraggioso nei confronti degli stranieri, scrisse: “Poglavnik! Battete il pugno sul tavolo e dite apertamente a tedeschi e italiani che così non si può andare avanti” (Informatio, vol. III, 552). Da queste parole sembra di capire che l’Arcivescovo sottovalutasse il fatto che il nuovo regime ustascia doveva la sua esistenza unicamente alla protezione della Germania e dell’Italia.

Stepinac: un difensore dei diritti dell’uomo

Il suo servizio a difesa dell’uomo continuò ininterrottamente dall’inizio del suo ministero episcopale fino alla sua morte (In una lettera a Pavelic del 24 febbraio 1942, egli protestn energicamente contro i misfatti del Lager di Jasenovac: AP, vol. CIX, 3494). Stepinac in quegli anni difficili e a rischio della propria vita alzò la sua voce, insieme ad altri pochi spiriti coraggiosi, per chiedere ai potenti “l’assoluto rispetto della persona umana senza distinzione di età, sesso, religione, nazionalità o razza” (Ivi, 4393), quando invece molti altri – soprattutto tra gli intellettuali – tacquero davanti agli orrori che si stavano consumando sotto i loro occhi. Egli, da vero pastore, protestò coraggiosamente contro i soprusi e le violenze che si stavano compiendo nei confronti di uomini inermi, e lo fece con i pochi strumenti consentiti: prima attraverso lettere inviate sia al Poglavnik sia ai suoi ministri, poi attraverso pubbliche catechesi e omelie, come per esempio quelle due celebri pronunciate nella ricorrenza della festa di Cristo Re nel 1942 e nel 1943 nella cattedrale di Zagabria, davanti a una grande folla di fedeli, negli anni più duri della repressione del regime ustascia.

Esse rappresentano veri e propri “proclami”, quasi “carte costituzionali” (scritte prima ancora che queste venissero riformulate in tutta Europa) sui diritti inviolabili dell’uomo e sulla dignità della persona umana, e conservano ancora intatta tutta la loro forza ideale e la loro attualità. Prima di ogni altra cosa in queste omelie è condannato il razzismo, perché contraddice – scrisse Stepinac – il piano di Dio, che ha voluto che tutti gli uomini fossero uguali: “E che cosa sono davanti a Dio le razze e i popoli della terra? È opportuno chiedercelo e ragionarci sopra, in questo tempo in cui le teorie di classe, di razza e di nazionalità sono divenute l’argomento principale delle discussioni tra gli uomini […]. Ogni popolo e ogni razza provengono da Dio. Realmente esiste una sola razza, e cioè la razza divina […]. Gli appartenenti a questa razza possono essere più o meno progrediti, possono essere di colore bianco o nero […], ma essenzialmente restano la razza che proviene da Dio […]. La terza cosa che affermiamo è che ogni popolo e ogni razza quale oggi esiste sulla terra, ha diritto a una vita degna dell’uomo e ad un trattamento pure degno dell’uomo. Tutti, siano zingari o di altra razza, siano negri d’Africa o progrediti europei, siano odiati ebrei o superbi ariani” (Positio, Vol. III. 1, 608).

Alcuni brani delle omelie dell’Arcivescovo, che si facevano ormai sempre più frequenti, contro il razzismo e a difesa della dignità dell’uomo, venivano trasmesse anche da Radio Londra e fatte circolare stampate tra i partigiani che si nascondevano nei boschi. I tedeschi e gli ustascia iniziarono una campagna diffamatoria contro Stepinac, accusandolo di “collaborazionismo” con il nemico comunista. L’Arcivescovo rispose a queste insinuazioni nell’omelia della festa di Cristo Re del 1943, nella quale, riaffermando con forza i principi precedentemente espressi, aggiungeva: “Risponderemo oggi anche a quelli che ci accusano di filocomunismo e del cosiddetto disimpegno […]. E forse coloro che ci rimproverano questo farebbero meglio a bussare alle porte della loro coscienza e chiedere: non sono forse molti coloro che si nascondono nei boschi, non perché abbiano una qualche convinzione sulla verità del comunismo, ma spesso per disperazione contro metodi inumani di individui incoscienti, che hanno pensato di poter fare quello che volevano e che per loro non esiste legge né umana né divina?” (Positio, Vol. III, 1, 632).

Stepinac e Tito

Sorprendentemente però, una volta finita la guerra e arrivati al potere i comunisti di Tito (8 maggio 1945), iniziò contro l’arcivescovo di Zagabria e contro i cattolici una persecuzione ancora più feroce di quella precedente, come del resto stava avvenendo in tutti i Paesi comunisti. Egli fu accusato di collaborazionismo con il precedente regime ustascia (addirittura la radio comunista di Belgrado dichiarò l’Arcivescovo “criminale di guerra”), e insieme a lui anche la Chiesa cattolica in Croazia fu accusata della stessa colpa. Iniziò in tutto il Paese, ormai unificato sotto il giogo comunista, una dura repressione contro i cattolici, e centinaia di sacerdoti furono massacrati. Ironia della storia: Stepinac fu accusato dello stesso “crimine” (quello cioè di essere “collaborazionista” con il nemico) sia dai pretesi “amici” ustascia, sia dai nemici comunisti. In verità egli da pastore zelante della “causa di Dio” si prodigò sempre, prima e dopo, per la difesa e la tutela dei diritti naturali dell’uomo, perché questi secondo l’Arcivescovo sono “divini”.

Stepinac è arrestato dai comunisti la prima volta il 17 maggio 1945, ma subito dopo viene rilasciato (3 giugno) anche in seguito alla pressione dell’opinione pubblica internazionale. Durante l’arresto dell’Arcivescovo, il maresciallo Tito, ormai padrone assoluto dello Stato, ebbe un incontro con alcuni esponenti del clero di Zagabria allo scopo di farli collaborare con il nuovo regime e suggerì loro la fondazione di una libera Chiesa cattolica croata indipendente da Roma. I rappresentanti del clero e i due vescovi ausiliari di Zagabria dichiararono apertamente di non essere autorizzati a trattare questioni di questo tipo senza l’autorizzazione dell’Arcivescovo; e ne chiesero l’immediata liberazione. Il giorno successivo egli fu rilasciato e il maresciallo Tito ebbe un incontro con lui. Il dittatore promise all’Arcivescovo di rispettare i diritti della Chiesa cattolica, ma soltanto a patto che essa si staccasse da Roma. Stepinac su questo tema fu irremovibile, egli disse al dittatore: “Nessun cattolico, anche a costo della vita, può eludere il suo foro supremo, la Santa Sede, altrimenti cessa di essere cattolico” (Positio, vol. I, 286); egli propose invece di stipulare accordi con la Santa Sede.

Dopo questi fatti la persecuzione contro il clero cattolico fu ancora più feroce: senza alcun processo furono uccisi due vescovi e diverse centinaia di sacerdoti, religiosi e religiose. I vescovi, riuniti a Zagabria dal 17 al 22 settembre 1945, in una lettera pastorale collettiva denunciarono i crimini commessi contro la Chiesa cattolica e chiesero al Governo il rispetto delle libertà della Chiesa. Quando alla fine il nuovo regime capì che in nessun modo avrebbe piegato la volontà dell’Arcivescovo, e che mai egli avrebbe collaborato alla creazione di una Chiesa cattolica croata indipendente dal Papa, fu nuovamente arrestato il 18 settembre 1946. Fu inscenato un processo nel quale furono portate testimonianze false e parziali contro l’Arcivescovo; in base ad esse egli fu condannato, come persecutore dei serbi e collaborazionista del regime ustascia, a 16 anni di carcere e di lavori forzati (11 ottobre 1946). In sua difesa pronunciò queste poche parole profetiche, che oggi possiamo intendere pienamente: “Io dico questo: quando la situazione si normalizzerà e quando potranno essere pubblicati tutti i documenti, quando gli stessi potranno essere studiati in pace, quando tutti potranno esprimere liberamente la loro parola, senza paura, pienamente liberi, alla luce della pura verità, dal punto di vista sia politico sia morale, allora non si troverà nessuno che punterà il dito contro l’arcivescovo di Zagabria” (AP, vol. LXX, 2153; Informatio, vol. I, 345 ).

La verità di queste parole si è andata affermando decisamente e risolutamente soprattutto in questi ultimi decenni (nonostante qualche recente voce dissonante e non sempre disinteressata), anche se già subito dopo la condanna di Stepinac furono molte le voci che si levarono in sua difesa in ogni parte del mondo. Queste proteste provenivano da parte sia di ebrei che ebbero salva la vita in seguito al suo aiuto, sia di vescovi ortodossi che ne riconobbero apertamente l’innocenza. Uno di essi all’indomani della sentenza affermò: “Il processo fu preparato nei circoli politici; il suo scopo era di separare la Chiesa cattolica in Croazia dal Vaticano […]. Il processo non era basato sulla giustizia. Io prevedo il martirio dell’arcivescovo Stepinac” (Le parole sono del responsabile della Chiesa serbo-ortodossa degli Stati Uniti e del Canada, Milovojevic. Positio, vol. I, 1, 1.509).

Le vicende successive della vita dell’Arcivescovo sono note; basta perciò richiamarle sommariamente. Il 5 dicembre del 1951 Stepinac fu trasferito dalle carceri di Lepoglava al domicilio coatto presso la parrocchia di origine a Krašic; anche qui egli continun a fare ciò che aveva fatto fino allora, cioè, come egli stesso ebbe a dire, “soffrire e lavorare per la Chiesa”. Era ancora agli arresti domiciliari quando il 12 gennaio 1953 Pio XII lo nominava cardinale. Fu una porpora ben meritata, universalmente approvata, fuorché da quelli che lo avevano condannato. Infatti egli realmente diede la propria vita (Sembra ormai accertato che il Cardinale fu ucciso dai suoi carcerieri con un veleno che gli veniva somministrato un poco alla volta. Questo risulta anche dalla testimonianza di uno dei suoi carcerieri: “Io ho ricevuto il compito di avvelenare il criminale di guerra Stepinac. Dai nostri medici specialisti […] ricevetti un veleno speciale che mettevo nei cibi; questo veleno lento negli effetti, non li produsse mentre Stepinac dimorava tra noi. Gli effetti letali cominciarono a mostrarsi quando egli fu a Krašic. Nessun medico al mondo poteva constatare che il criminale Stepinac era stato avvelenato”. Positio, vol. III, 1550) per difendere la causa del Vangelo e la libertà della Chiesa, e per affermare i diritti imprescrittibili e assoluti dell’uomo contro ogni forma di regime totalitario e tirannico, di qualunque colore esso sia.

Morì il 10 febbraio 1960, pronunciando le parole che aveva sempre ripetuto: “Fiat voluntas tua”.

© La Civiltà Cattolica

Il card. Stepinac eroe della Croazia di Enrico Miscia

L’eroica testimonianza del card. Stepinac contro il totalitarismo comunista è ricostruita da Enrico Miscia in un ampio inquadramento storico. L’apostolo della Croazia è stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1998.

[Da «Studi Cattolici», n. 531, maggio 2005, pp. 364-369]

Il cardinale Alojzije Stepinac è una figura relativamente poco conosciuta in Italia (1). Quando, il 3 ottobre 1998 durante la sua seconda visita in Croazia, Giovanni Paolo II lo proclamò beato, riaffiorarono le polemiche e ci fu chi contestò nuovamente il suo operato durante la seconda guerra mondiale (2). A quell’epoca, la Croszia aveva ottenuto un’effimera indipendenza e fu governata da Ante Pavelich, leader degli ustaša. La documentazione e le testimonianze prodotte per la causa di beatificazione che ora é possibile consultare, gettano nuova luce non solo su Stepinac, ma anche sull’intera vicenda dello Stato indipendente croato dal 1941 al 1945 (3).

Per orientarci un po’ fra le intricate vicende balcaniche di quegli anni, può essere utile un breve inquadramento storico. Senza andare troppo lontani nel tempo, ricordiamo che alla fine della prima guerra mondiale una delle conseguenze della scomparsa dell’impero austro-ungarico fu la creazione del «Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni» (Jugoslavia dal 1929). Favorito dalla volontà delle potenze vincitrici per poter contenere un eventuale ritorno dell’espansionismo tedesco e contrastare quello sovietico più recente, il nuovo regno fu però frutto di un affrettato accordo tra le varie nazionalità slave. Vennero presto alla luce i diversi obiettivi che si proponevano soprattutto i serbi e i croati: per questi ultimi, e anche per gli sloveni, il nuovo Stato avrebbe dovuto essere una federazione, con un ampio decentramento e nella quale ogni popolo avrebbe potuto mantenere le proprie istituzioni e le proprie tradizioni culturali. I serbi invece, che avevano pagato a caro prezzo la guerra contro l’Austria-Ungheria e si sentivano perciò moralmente autorizzati a porsi a capo del nuovo Stato, pensavano all’unione degli stati del sud con il suo centro a Belgrado e come la realizzazione della Grande Serbia.

Sparatoria in Parlamento

Questi contrasti si manifestarono ben presto e determinarono una forte instabilità politica, nella quale comunque il potere fu saldamente nelle mani dei serbi che mantennero il pieno controllo dell’esercito e dell’amministrazione pubblica. La polemica tra il regime di Belgrado e i croati raggiunse il culmine quando, il 20 giugno 1928, un deputato appartenente al partito radicale serbo, Puniša Račich, dopo un alterco in Parlamento con un deputato croato, si mise a spanare all’impazzata e uccise due deputati croati, ferendone altri tre. Tra questi c’era il leader del partito contadino croato, Stjepan Radich, che morì pochi giorni dopo.
A quel punto il re, Alessandro Karadjordjievich, pensò di risolvere ogni problema con la dittatura personale: abolì la Costituzione, mise fuori legge i partiti e diede una nuova struttura amministrativa al regno, dividendolo in nove regioni (banovine). Soprattutto cercò di fomentare un patriottismo jugoslavo, per favorire l’unità della nazione. Questo tentativo di omologazione culturale, che nascondeva in realtà un consolidamento del potere nelle mani dei serbi, provocò la reazione delle comunità minacciate e la radicalizzazione dei movimenti nazionalisti.

È in questo momento che sorge il movimento ustaša (insorti) fondato da Ante Pavelich e si sviluppa quello nazionalista macedone dell’Orim (Organizzazione rivoluzionaria interna macedone) di Vančo Mihailov. Insieme misero in atto alcuni attentati, fino ad arrivare a uccidere lo stesso re Alessandro, il 9 ottobre 1934 a Marsiglia. Pavelich (insieme ad alcuni suoi collaboratori) fu condannato in contumacia dal tribunale francese come mandante dell’assassinio. Poiché il figlio di Alessandro, Pietro II, aveva solo undici anni, le funzioni di reggente vennero esercitate dal principe Paolo. Questi cercò, con l’aiuto del primo ministro Milan Stojadinovich, di rinnovare la politica jugoslava tentando di raggiungere un compromesso con i croati. Per favorire questo avvicinamento, firmò un concordato con la Santa Sede per regolarizzare i rapporti con la Chiesa cattolica. Ma, al momento della ratifica da parte del parlamento, il vecchio establishment serbo e la Chiesa ortodossa in particolare insorsero violentemente. Ci furono manifestazioni e scontri con la polizia a Belgrado e in altre città della Serbia. Il santo Sinodo della Chiesa ortodossa scomunicò i membri della skupština (il parlamento) e del governo che avevano votato a favore della ratifica. Stojadinovich capì che la battaglia era persa e non presentò più il concordato in senato per l’ultima ratifica. Visti i risultati deludenti delle elezioni del 1938, il principe Paolo decise di sostituire il primo ministro e chiamò al governo Dragiša Cvetkovich, che cercò subito di riprendere i colloqui con il leader del partito contadino croato, Vladimir Maček. Finalmente il 26 agosto 1939, una settimana prima dello scoppio della seconda guerra mondiate, dopo estenuanti trattative si giunse a un accordo (sporazum): fu creata una banovina croata comprendente, oltre all’originario territorio croato, anche la Dalmazia e buona parte della Bosnia-Erzegovina con un’ampia autonomia. Se questo accordo fosse stato firmato due decenni prima, avrebbe probabilmente assicurato l’unità dello Stato jugoslavo; adesso, dopo vent’anni di divisioni in cui gli odi e l’insofferenza reciproci erano cresciuti, non soddisfece nessuno e attirò le critiche dei nazionalisti di entrambe le parti. Inoltre, soprattutto a causa della guerra, la situazione economica peggiorò, frustrando le aspettative di miglioramento che i croati speravano.

L’indipendenza della Croazia

Dope la sconfitta della Francia e l’adesione al Patto tripartito (Germania, Italia e Giappone) di Romania, Bulgaria e Ungheria, la Jugoslavia si trovò accerchiata e, non potendo resistere alle pressioni tedesche, il 25 marzo 1941 aderì anch’essa al Patto. La reazione interna all’accordo fu immediata: ispirati da agenti inglesi, la notte tra il 26 e il 27 marzo, i militari guidati del generale Mirkovich, rovesciarono il governo e la reggenza, mettendo sul trono il diciassettenne Pietro H. La folla in delirio festeggiò a Belgrado gli autori del colpo di Stato e le potenze occidentali interpretarono l’episodio jugoslavo come un duro colpo assestato al prestigio di Hitler. Ma il Führer, che voleva i Balcani sicuri nelle proprie mani prima di sferrare l’attacco alla Russia, ordinò l’invasione della Jugoslavia. Nel giro di pochi giorni, dal 6 al 13 aprile, la Jugoslavia fu conquistata e poi divisa tra la Germanja e i suoi alleati. Il 10 aprile fu proclamata l’indipendenza della Croazia e a capo del nuovo Stato venne insediato, con il consenso di Hitler e di Mussolini, Ante Pavelich (4), capo del movimento nazionalista ustaša. Vladko Maček, il leader del partito contadino croato che raccoglieva la grande maggioranza dei consensi tra la popolazione croata, aveva rinunciato all’invito fattogli dai tedeschi di essere lui il nuovo capo dello Stato. Il movimento ustaša aveva, ed ebbe sempre, una stretta base popolare: era un’organizzazione clandestina con caratteristiche paramilitari (5). Nonostante ciò, il popolo croato accolse con gioia l’indipendenza, a lungo aspettata e che segnava la fine dell’invadente regime serbo. Partecipe di questo giubilo fu anche la Chiesa cattolica croata, che aveva subito durante il regno jugoslavo una forte discriminazione rispetto alla Chiesa serbo-ortodossa. Discriminazione che si era manifestata in diversi modi: venivano costruite bellissime chiese ortodosse in centri storicamente e di fatto interamente cattolici; si favorivano in tutti i modi i matrimoni misti a danno della Chiesa cattolica; veniva ostacolata l’apertura di nuove scuole cattoliche e si cercava di far scomparire quelle già esistenti; era quasi impossibile per i cattolici accedere si gradi più elevati dell’amministrazione, dello Stato e dell’esercito (6). Le regioni cattoliche venivano sistematicamente colonizzate dagli ortodossi (7). Si calcola che la Chiesa cattolica, tra apostasia e matrimoni misti, abbia perso durante il regno jugoslavo circa 200.000 fedeli. Motivo di ulteriore umiliazione per i cattolici croati fu poi la mancata approvazione del concordato, di cui si è fatto cenno in precedenza. Anche l’arcivescovo di Zagabria gioì per l’indipendenza. Egli era sicuramente un sostenitore della causa autonomista del popolo croato e vedeva nell’indipendenza una maggiore libertà per la Chiesa, ma non approvò mai il nazionalismo. In un’omelia che rivolse agli studenti universitari di Zagabria il 27 marzo 1938 disse: «Se pertanto l’amore verso le nazionalità supera il confine del buonsenso, allora non è amore ma passione, non è utile e neppure di lunga durata […]. L’amore per la propria nazione non deve fare l’uomo una bestia feroce, ma nobilitarlo. Dopo essere stato ricevuto da Pavelich il 16 aprile 1941, nel suo Diario (8) è annotato: «[…] l’arcivescovo ha ricavato l’impressione che il Poglavnik [capo; ndr] sia un cattolico sincero e che la Chiesa avrà la libertà nelle sue azioni, anche se l’arcivescovo non si illude che tutto ciò possa avvenire senza difficoltà». Quindi gioia sì, ma unita a una buona dose di realismo che faceva dubitare che questa indipendenza ottenuta sotto la tutela delle potenze dell’Asse potesse essere reale. All’uscita dell’arcivescovado, quando le prime truppe tedesche entrarono a Zagabria, un gruppo di ragazzi manifestava la propria esultanza per la proclamata indipendenza. Stepinac si rivolse al sacerdote che era con lui e gli disse: «Proprio questa ragazzaglia conosce cosa sia le zoccolo prussiano! Chi più desideroso di me che ci sia una Croazia libera! Ma non me la posso aspettare dalla pagana Germania. Prima la fede, non il paganesimo e la persecuzione della religione! Oltre a questo, politicamente non credo che Hitler voglia aiutarci a conquistare l’indipendenza». Di fatto, il nuove Stato croato fu sempre sotto le dipendenze sia della Germania sia dell’Italia: a quest’ultima dovette cedere buona parte della Dalmazia, tedeschi e italiani si divisero il territorio croato in due zone di influenza, nelle quali, quasi sempre, esercito e amministrazione civile croati erano direttamente sotto il loro controllo. Ma le difficoltà vennero dallo stesso regime ustaša, che iniziò subito una campagna persecutoria contro la popolazione serba che si trovava nel territorio dello Stato indipendente croato. Deportazioni verso la Serbia, uccisioni di massa eseguite da bande più o meno comandate dal potere centrale e in più, soprattutto da settembre del 1941, una campagna di conversioni forzate alla Chiesa cattolica. Di questa persecuzione, indubbiamente, la propaganda serba prima e quella comunista poi hanno esagerato ampiamente le dimensioni, anche per nascondere così le stesse violenze che le bande cetniche (nazionalisti serbi legati al precedente regno jugoslavo) e i partigiani misero in atto durante la guerra contro la popolazionc croata cattolica e musulmana (9). Ma le persecuzionc ci fu e fu sanguinosa. Anche gli ebrei e gli zingari subirono quasi il totale annientamento delle loro comunità presenti sul territorio dell’allora Stato croato (10).

Fermezza dell’arcivescovo

L’arcivescovo Stepinac prese una posizione di ferma opposizione contro questa campagna persecutoria e si impegnò in tutti i modi per soccorrere coloro che ne vennero colpiti. L’ampia documentazione al riguardo e le numerose testimonianze le provano con sufficiente evidenza. Frequenti furono i suoi interventi presso le autorità del governo croato. Già il 14 maggio 1941, dopo aver avuto notizia del massacro di 260 serbi effettuato dagli ustaša a Glina, inviò una lettera a Pavelich, in cui scrisse: «Io so bene che i serbi hanno commesso gravi misfatti in questi venti anni di governo. Credo però mio dovere di Vescovo di alzare la mia voce e dichiarare che questo non è lecito secondo la morale cattolica; quindi, Vi prego di prendere le misure più urgenti in tutto il territorio dello Stato croato indipendente, affinché non venga ucciso nemmeno un serbo se non sia dimostrato il delitto per il quale merita la morte. Altrimenti non possiamo attendere la benedizione del Ciclo, senza la quale dobbiamo soccombere». Innumerevoli furono gli interventi a favore dei serbi. Uno dei primi fu quello per il vescovo ortodosso Dositej Vasich, che era stato arrestato dagli ustaša venne liberato a seguito dell’intervento di Stepinac. Il 16 maggio protestò contro la deportazione della popolazione serba di Kordun e si interessò della sorte dei deportati del distretto di Sisak. Il 21 luglio protestò contro il trattamento disumano riservato agli internati dei campi di concentramento e nello stesso mese riuscì a salvare 300 donne serbe catturate dagli ustaša e destinate a morte sicura. Un dato può essere significativo della grande opera di carità che svolse Stepinac durante la guerra: tra il 1942 e il l944, l’arcivescovo riuscì a salvare, facendoli ospitare in istituti religiosi o presso famiglie di Zagabria, 6.717 bambini, di cui circa 6.000 di famiglie ortodosse e partigiane, rimasti abbandonati dopo la battaglia di Kozara del 1942.I bambini arrivarono a essere circa 14.000 quando, nel 1943, se ne aggiunsero 3.000 e altri 5.000 dai campi di concentramento in Dalmazia.

A favore degli ebrei

Altrettanto numerosi furono gli interventi di Stepinac a favore degli ebrei. Già prima della guerra, l’arcivescovo aveva prestato aiuto si numerosi profughi ebrei che dalla Germania si erano rifugiati a Zagabria per sfuggire alle deportazioni ordinate da Hitler, creando un apposito «Comitato dei profughi», di cui si occupò personalmente. Contro le leggi e le disposizioni antiebraiche varate dal governo inviò, tra la primavera e l’estate del 1941, diverse lettere di protesta al ministro degli interni Artukovich e allo stesso Pavelich, riuscendo a far abrogare la norma che imponeva agli ebrei (anche quelli convertitisi al cristianesimo) di indossare sul braccio una fascia gialla con la stella di Davide e di non entrare nei luoghi pubblici. Di fronte a ulteriori rastrellamenti che si verificarono nel 1943, e sapendo che erano soprattutto le autorità tedesche a spingere in questa direzione, scrisse nuovamente al capo del governo croato: «Se c’è di mezzo qualche autorità estera che si immischia nei nostri affari interni, io non ho paura che questa parola di protesta sia portata a sua conoscenza. La Chiesa cattolica non teme davanti a nessun potere terreno, quando si tratta di difendere i più elementari diritti dell’uomo…». Tantissimi furono anche gli aiuti concreti che prestò alle persone appartenenti alla comunità ebraica e non è possibile riportarli qui. Le stesse autorità ebraiche lo attestarono. Il delegato in Turchia della commissione per l’aiuto agli ebrei europei, Dr. Weltmann, scrisse nel giugno del 1943 al delegato apostolico a Istanbul Angelo Roncalli: «Noi sappiamo che mons. Stepinac ha fatto tutto il possibile per alleviare la sorte infelice degli ebrei in Croazia» (11). Anche il grande rabbino di Zagabria Freiberger scrisse a Pio XII «per esprimerVi come grande rabbino di Zagabria e capo spirituale degli ebrei in Croazia la mia gratitudine più profonda e quella della mia congregazione per le genti che hanno mostrato i rappresentanti della Santa Sede e i capi della Chiesa verso i nostri poveri fratelli» (12).
Pavelich, soprattutto dopo i primi mesi di regime, pensò di risolvere il «problema serbo» costringendo la popolazione ortodossa a convertirsi al cattolicesimo. La motivazione era eminentemente politica: creare uno Stato unitario e omogeneo, così da sottrarre i serbi di Croazia all’influsso politico della Chiesa ortodossa. A questo scopo fu emanato dal governo una serie di decreti per regolare queste «conversioni» e impedire che passassero al cattolicesimo quegli ortodossi che appartenevano alle classi colte e più ricche, perché non si infiltrassero nel nuovo regime e continuassero a esercitare la loro influenza. Questa campagna rappresentava una vera e propria ingerenza dello Stato in un campo di esclusiva giurisdizione della Chiesa. Stepinac intervenne con decisione, sia protestando presso le autorità governative, sia inviando lettere circolari al clero per ricordare che «la fede è questione della libera coscienza e perciò nel decidersi ad abbracciarla devono essere esclusi tutti i motivi disonesti».

Niente conversioni forzate La posizione della Chiesa croata sulle «conversioni forzate» venne definita chiaramente nella riunione della Conferenza episcopale del novembre 1941, al termine della quale Stepinac inviò una lunga lettera a Pavelich contenente le risoluzioni prese dall’episcopato. In esse si ribadiva che «tutte le questioni riguardanti la conversione degli ortodossi alla religione cattolica sono esclusivamente di competenza della gerarchia della Chiesa» e che possono essere ricevuti nella Chiesa solo coloro che si convertono «senza alcuna costrizione, nella più completa libertà». Nella lettera si chiedeva che ai serbi «venissero garantiti ed effettivamente concessi tutti i diritti civili e particolarmente la libertà personale, il diritto di proprietà c si pronunciassero condanne solo dopo un processo regolare, uguale a quello degli altri cittadini. In primo luogo fosse punita con estremo rigore ogni iniziativa privata intesa a distruggere le loro chiese o cappelle o ad asportarne i loro beni». Il clima di sopraffazione e di violenza in cui si viveva costrinse Stepinac a fare un’eccezione alle leggi canoniche, quando in un’istruzione ai sacerdoti scrisse: «Quando vengono da voi persone di religione ebraica o ortodossa, che si trovano in pericolo di morte e desiderano convertirsi at cattolicesimo, accoglietele per salvare la loro vita. Non richiedete a loro nessuna particolare istruzione religiosa, perché gli ortodossi sene cristiani come noi e la religione ebraica è quella nella quale il cristianesimo ha le sue radici. L’impegno e il dovere del cristiano è in prime luogo quello di salvare la vita degli uomini. Quando sarà passato questo tempo di pazzia, resteranno nella nostra Chiesa coloro che si saranno convertiti per convinzione, mentre gli altri, passato il pericolo, ritorneranno alla loro fede». La campagna di conversioni non ebbe il successo che il governo sperava; varie furono le cause, tra queste anche l’opposizione della Chiesa.
Più volte Stepinac condannò nelle sue omelie il razzismo, sostegno ideologico delle azioni degli ustaša e degli occupanti nazisti, in un momento in cui pochi in Europa ebbero il coraggio di farlo. Particolarmente incisive furono le omelie pronunciate nelle feste di Cristo Re. In quella del 1941, dope aver condannate le «teorie e ideologie atee» che «sono riuscite ad infettare il mondo», ammonì: «Vi è il pericolo che perfino coloro che si gloriano del nome cattolico, per non dire addirittura della vocazione spirituale, divengano vittime della passione dell’odio e della dimenticanza della legge che è il tratto caratteristico e più belle del cristianesimo: la legge dell’amore». L’allusione agli ustaša e a quei sacerdoti (pochi in verità) che collaborarono con loro è chiara. Nel 1942 denunciò apertamente le leggi e le violenze dettate dell’odio razziale: «Ogni popolo è ogni razza provengono da Dio […] questa differenziazione non deve essere motivo di sterminio vicendevole […] ogni popolo e ogni razza, quale oggi esiste sulla terra, ha diritto a una vita degna dell’uomo e a un trattamento degno dell’uomo. Tutti, siano zingari o di altra razza […] hanno il diritto di dire: Padre nostro che sei nei cieli! […] Per questa ragione la Chiesa cattolica ha condannato e condanna anche oggi, ogni ingiustizia e violenza a nome della classe, della razza o della nazione». L’omelia non fu pubblicata, ma circolò clandestinamente, come altre di cui i partigiani diffondevano il testo e Radio Londra ne trasmetteva interi brani. Gli ustaša e i tedeschi iniziarono una campagna diffamatoria contro l’arcivescovo, accusandolo di essere un collaboratore dei comunisti. Nell’omelia in occasione della festa di Cristo Re, Stcpinac dichiarò: «Ora risponderemo a coloro che ci accusano di filocomunismo […] anche coloro che ci fanno un tale rimprovero, farebbero meglio, forse, a battere alla porta della propria coscienza e porsi una domanda come questa: non è grande il numero di coloro che si sono rifugiati nelle foreste, senza essere convinti della verità del comunismo, spinti invece molto spesso dalla disperazione, a causa dei metodi brutali di qualche individuo, che crede di poter fare ciò che vuole, come se non ci fosse per lui legge né umana, né divina?». La reazione delle autorità ustaša furono immediate: si vietò la pubblicazione dell’omelia e il ministro della cultura, Makanec, scrisse un articolo su Il popolo croato, nel quale attaccò I’arcivescovo «che recentemente, nelle sue prediche, ha oltrepassato i limiti della Sua vocazione per immischiarsi in affari in cui non è competente».

Un giudizio obiettivo

L’immagine di uno Stepinac collaboratore del regime di Pavelich o testimone inerte della pulizia etnica degli ustaša, che certa storiografia poco obiettiva ha voluto propinarci, non sembra quindi corrispondere a verità. Un interessante libro di uno storico americano (13) ci riporta la testimonianza di un emissario del governo jugoslavo in esilio, il tenente Rapotec, che nella prima metà del 1942 compì una missione segreta in terra croata per stabilire contatti tra l’opposizione in patria e quella all’estero. Arrivando a Zagabria, rimase stupito nel rendersi conto subito che l’arcivescovo era persona non grata al regime; le organizzazioni clandestine dei serbi e degli ebrei insistettero con lui affinché chiedesse al governo jugoslavo in esilio di fermare la compagna propagandistica contro Stepinac, perché l’arcivescovo li proteggeva. Alla domanda di Rapotec, perché non avesse rotto con il regime ustaša, l’arcivescovo rispose che se lo avesse fatto non avrebbe potuto più aiutare nessuno (i serbi, gli ebrei e gli oppositori che si trovavano nei campi di concentramento). La cosa più importante era salvare quello che poteva essere ancora salvato. I suoi contatti con le autorità erano esclusivamente formali. Esse avrebbero voluto liberarsi di lui, ma al tempo stesso volevano far vedere a tutti che le loro relazioni erano eccellenti. Lo spiavano e sapevano sempre dove andava, cosi che Pavelich, quasi per caso, appariva alla stessa cerimonia o gli capitava di passare nei pressi quando Stepinac stava per partire. Si salutavano e un’intera batteria di fotografi riprendeva il loro incontro per fini propagandistici.

L’opposizione a Tito

Alla fine della guerra, dopo la fuga di Paveich e del suo governo, Stepinac rimase al suo posto. I comunisti avevano già iniziato a perseguitare la Chiesa: nel marzo 1945, la Chiesa croata pubblicò una prima lista di sacerdoti uccisi, che comprendeva 149 nomi. Una volta preso il potere, Tito cercò di convincere l’arcivescovo a staccarsi da Roma e a fondare una Chiesa cattolica indipendente. Ma Stepinac si oppose con forza: «Nessun cattolico, anche a costo della vita, può eludere il suo foro supremo, la Santa Sede, altrimenti cessa di essere cattolico». La persecuzione si fece allora, ancora più dura: nella lettera pastorale dei vescovi cattolici jugoslavi del 21 settembre 1945, si riferiva che 243 sacerdoti erano stati uccisi, 89 erano scomparsi e 169 erano in prigione o in campi di concentramento. Il regime inscenò un processo farsa contro Stepinac, con l’accusa di aver collaborato con il regime ustaša. L’11 ottobre 1946 venne condannato a 16 anni di lavori forzati. Nel 1951 fu trasferito dalle carceri di Lepoglava al domicilio coatto presso la sua parrocchia di origine di Krašich, dove morì il 10 febbraio 1960. Sembra ormai accertato che venne ucciso con un veleno che gli veniva somministrato poco alla volta, come testimoniato da uno dei suoi carcerieri nel corso delta causa di beatificazione.
Nella difesa di fronte al tribunale jugoslavo, Stepinac disse: «Io dico questo: quando la situazione si normalizzerà e quando potranno essere pubblicati tutti i documenti, quando gli stessi potranno essere studiati in pace, quando tutti potranno esprimere liberamente la loro parola, senza paura, pienamente liberi, alla luce della pura verità, dal punto di vista sia politico sia morale, allora non si troverà nessuno che punterà il dito contro l’arcivescovo di Zagabria». È finalmente arrivato questo momento?

Enrico Miscia

(1) Sul cardinale Stepinac sono reperibili, con una certa difficoltà, le seguenti opere: F. Cavalli, Il processo dell’Arcivescovo di Zagabria, Roma 1947; R. Pattee, The case of cardinal Aloysius Stepinac, Milwaukee 1953; N. Istranin, Stepinac. Un innocente condannato, Vicenza 1982. Più recente: H. Barbour-J. Batelja, Luce lungo il sentiero della vita. Una biografa spirituale del Beato Luigi cardinale Stepinac, Zagabria 1998.

(2) Si può vedere I’articolo di Gad Lerner dal titolo Martire o protettore degli ustascia?, apparso su la Repubblica del 19 novembre 1999 che, nel suo apparente equilibrio, fornisce i contenuti di questa polemica.

(3) I brani delle lettere, del Diario e delle omelie di Stepinac citati in questo articolo, sono estratti dalla Positio della Causa di beatificazione.

(4) Durante gli anni Trenta, Pavelich e gli ustaša godettero della protezione e dell’appoggio del regime fascista. Mussolini pensò di utilizzare, soprattutto all’inizio degli anni Trenta, l’organizzazione clandestina croata per destabilizzare ii regno jugoslavo e poter estendere la sua influenza sull’altra sponda dell’Adriatico. Quando fu proclamato lo Stato indipendente croato, Pavelich si trovava in Italia.

(5) Afferma Ernst Nolte: «L’organizzazione ustaša […] appartiene fondamentalmente alle organizzazioni terroristico-segrete nazionalrivoluzionarie dei Balcani sul tipo della Mano Nera serba o della Imro macedone […]. Essendo organizzazioni segrete, esse non hanno ancora dimestichezza con l’elemento opinione pubblica, che viceversa ha costituito dovunque una radice vitale dei movimenti fascisti» (E. Nolte, La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti, Bologna 1970, p. 234).

(6) Alcuni esempi: di 127 funzionari del ministero degli interni, 113 erano ortodossi serbi; di 117 generali dell’esercito, 115 erano ortodossi serbi e uno solo cattolico.

(7) Per esempio, delle terre comprese nella riforma agraria della Slavonia, il 96% venne attribuito a ortodossi e il 4% a cattolici.

(8) Questo Diario non è on giornale dell’anima, ma è piuttosto uno scritto di carattere officiale dove sono registrati tutti gli avvenimenti e le attività di Stepinac: dalle udienze alle visite, dalle cerimonie religiose a quelle civili, eccetera. È stato scritta da diverse persone: da Stepinac stesso, ma anche dai suoi segretari Salich c Lackovich, che scrivevano in base alle direttive e talvolta sotto dettatura dell’arcivescovo. Viene ampiamente citato nella Positio della Causa di beatificazione.

(9) Alcuni studi più recenti, sia serbi sia croati, hanno cercato di definire con maggiore obiettività l’entità delle perdite umane avvenute nel territorio jugoslavo dorante la seconda guerra mondiale. Si possono citare qui i lavori di V. Žerjavich, Population Losses in Yugoslavia, Zagreb 1997 e di B. Kočovich, Žrtve drugog svetskog rata u Jugoslaviji (Le vittime della seconds guena mondiale in Jugoslavia), London 1985.

(10) La legislazione antiebraica e lo sterminio degli ebrei in Croazia furono realmente soprattutto per la pressione tedesca sul governo di Pavelich. Molti ebrei riuscirono a salvarsi fuggendo nella zona sotto controllo italiano.

(11) Cfr Actes et documents du Saint Siege relatifs à la seconde guerre mondiale, 9, n. 226, p. 337.

(12) Ivi, 8, n. 441, p. 611.

(13) S. K. Pavlowitch, Unconventional perceptions of Yugoslavia 1940-1945, New York 1985.

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