di Rodolfo Casadei da www.tempi.it

«In Pakistan ci sono forze che puntano all’instabilità. E non è solo colpa degli estremisti islamici. Ma l’esempio di mio fratello ci dà il coraggio di vivere in qualsiasi condizione» 

shahbaz-bhatti-morte-anniversario-jpg-crop_displayPaul Bhatti, ex ministro dell’Armonia nazionale e degli Affari delle minoranze e medico, è il fratello maggiore di Shahbaz Bhatti, il politico e ministro cattolico pakistano ucciso dagli estremisti islamici nel marzo del 2011 a Islamabad per la sua azione in difesa delle minoranze religiose. Paul, che è stato invitato a rendere la sua testimonianza alla Giornata dei Movimenti il 19 maggio scorso a Roma, è oggi ospite per la seconda volta del Meeting per l’Amicizia fra i popoli. Qui anticipa i temi che tratterà nel corso dell’appuntamento riminese.

Dottor Bhatti, lei ha testimoniato a Roma alla Giornata dei Movimenti. Che giudizio dà di questa sua esperienza?
Per me è stata una vera sorpresa ricevere l’invito mentre mi trovavo in Germania. Era una cosa bella, e come tale l’ho vissuta. Da una parte è stato un onore parlare davanti a tante persone, dall’altra è stato molto utile perché la testimonianza di fede forte di Shahbaz, che ho rievocato, è un esempio da seguire per i giovani di oggi. La vita e la morte di Shahbaz significano che la nostra fede e la Chiesa sono vivi anche oggi, che ci sono persone come mio fratello che credono, vivono e muoiono per questa fede. Spero inoltre di poter collaborare in futuro coi movimenti ecclesiali che ho incontrato, non solo per le nostre comunità cristiane pakistane, ma per tutte le persone che sono emarginate e maltrattate in nome della religione.

Sono passati due anni e mezzo dall’assassinio di suo fratello. Che legame c’è ora fra di voi?
Io ho avuto sempre un rapporto particolare con lui quando era vivo. In famiglia eravamo sei fratelli, e io ero il maggiore. Lui mi prendeva a modello: studiava per essere il primo della classe come me. Accettava i miei consigli, c’era un affetto molto forte fra noi. Quando mi sono trasferito in Italia con una borsa di studio, lui ha sofferto per l’interruzione della nostra relazione. Quando tornavo in Pakistan lui sospendeva tutti i suoi impegni e passava il tempo con me a chiacchierare. Andavamo a passeggiare in campagna e lui mi raccontava tantissime cose, ma soprattutto la sua visione della Chiesa e di Gesù Cristo, quello che lui avrebbe voluto fare. Mi sembrava solo l’esaltazione di un giovane, ma parenti e amici mi dicevano: «Attento, Shahbaz è una persona particolare, ha un grado di intelligenza e di fede molto diverso da quello di un ragazzo comune». Negli ultimi anni la sua fede era sempre più intensa; pregava col Rosario, e quando gli comunicavo qualche piccolo problema in Italia mi diceva: «Pregherò, e vedrai che il problema si risolverà». Adesso tengo molte fotografie di lui, in soggiorno e in ufficio. Ogni tanto, quando mi trovo in difficoltà, ne guardo una e parlo con lui: «E adesso cosa facciamo?». Tantissime volte quando dovevo parlare col primo ministro, o prendere una decisione importante come nel caso di Rimsha Masih, prima parlavo con lui: «Shahbaz, adesso tu cosa faresti?». Soltanto quando penso al fatto che è stato assassinato mi rendo conto che è morto, altrimenti tantissime volte parlo con lui come se fosse una persona viva. E molto allegra, com’è sempre stato.

Paul BhattiIncontra spesso persone a lei sconosciute che invece hanno frequentato suo fratello? Che cosa le dicono?
La cosa che mi meraviglia di più sono le tante persone importanti con cui Shahbaz aveva familiarità molto tempo prima di diventare ministro. Noi eravamo una famiglia comune e lui apparteneva a una minoranza, non aveva allora cariche politiche. Eppure persone ricche e importanti lo conoscevano. Quando aveva solo 24-25 anni i suoi ospiti erano già le persone più elevate della società: politici, governatori, ministri, parlamentari. E anche oggi la sua figura affascina: nei giorni scorsi a Islamabad trecento giovani cristiani appartenenti anche a classi elevate si sono riuniti e mi hanno chiamato dicendo che volevano seguire il suo cammino. La settimana prossima celebreranno una Messa durante la quale giureranno di mettersi alla sequela della missione di mio fratello Shahbaz. Sono trecento studenti.

Lei è stato ministro dell’Armonia nazionale e degli Affari delle minoranze per due anni. Che bilancio fa della sua esperienza?
Direi positivo. E ho intenzione di continuare l’opera iniziata anche senza essere più ministro. Durante il mio mandato ho avuto un buon dialogo con tantissimi leader religiosi, coi vertici dello Stato e coi diplomatici stranieri. Oggi la comunità internazionale è più decisa nel fornirci appoggio: la settimana prossima sono inviato al parlamento britannico a Londra a parlare di libertà religiosa e di minoranze. Anche se non sono più ministro sarò ricevuto con lo stesso protocollo, e questo significa in qualche modo che loro hanno apprezzato quello che abbiamo fatto. Il mio più grande successo è stato la soluzione del caso di Rimsha Masih.

Perché invece Asia Bibi è ancora in prigione?
Il caso di Rimsha Masih l’ho seguito sin dall’inizio personalmente. Il caso di Asia Bibi, dopo l’assassinio del governatore del Punjab e di mio fratello, ha preso una piega particolare. Io credo che questo caso possa essere ancora risolto, ma purtroppo è stato strumentalizzato da tantissime Ong per farsi pubblicità e raccogliere fondi. Io finora non ho ricevuto nessuna richiesta di seguire il suo caso. Comunque proporrei una strategia diversa da quella che si sta seguendo attualmente.

Una strategia diversa?
Sì, completamente diversa.

asia-bibiRecentemente in Pakistan un attentato contro un bus di studentesse ha provocato una strage a Quetta. Perché succedono queste cose?
Le ragazze sono state attaccate in quanto sciite, ma non è una questione di persecuzione religiosa. In Pakistan ci sono forze molto attive che puntano all’instabilità. Non sempre si tratta di fanatismo religioso o di estremismo: spesso ci sono dietro grandi organizzazioni o Stati stranieri che vogliono creare instabilità in Pakistan.

È possibile far cambiare idea agli estremisti? Cosa si dovrebbe fare?
Non è questo il punto. Gli estremisti sono organizzati in gruppi che sono il risultato di un lungo lavoro di formazione e di preparazione da parte di sostenitori di certe ideologie. Io non punto il dito contro il ragazzo o il fanatico in genere che si fa esplodere o che uccide: questi soggetti sono stati cresciuti sin da piccoli in base a una determinata ideologia, è stato fatto loro il lavaggio del cervello in scuole che accoglievano i più poveri. È gente che non conosce nulla del mondo e non ha gli strumenti né la capacità per valutare. Si tratta di andare alle radici, di prosciugare le sorgenti che riescono a creare questo tipo di scuole dove si insegna l’odio ai bambini.

Lo Stato potrebbe fare di più per proteggere i cristiani, gli sciiti o le studentesse da questa violenza?
Io credo di sì, ma per fare di più lo Stato deve avere una sua integrità e stabilità. Sfortunatamente questi gruppi estremisti agiscono in modo che nessun governo diventi stabile e forte. I politici dedicano tutti i loro sforzi a sopravvivere al terrorismo, e non fanno altro.

blasfemia-pakistanOggi i cristiani sono più accettati o meno accettati nella società pakistana di quando era vivo Shahbaz?
Dipende dal gruppo sociale al quale appartengono. Molti cristiani sono anche persone economicamente emarginate, discriminate perché fanno i lavori più umili, e vivono in contesti degradati e pericolosi. Finché questi cristiani non vengono aiutati, quel tipo di discriminazione e di violenze continuerà a esistere. Al livello di noi professionisti, invece, i cristiani sono accettati come gli altri.

Come vivono i cristiani la loro condizione di evidente persecuzione?
Alcuni sono ottimisti, perché hanno una fede forte. Però bisogna dire che l’attuale condizione dei cristiani non è soltanto colpa del governo e colpa di estremisti: anche noi cristiani siamo colpevoli della situazione. Le migliori scuole del Pakistan sono cristiane, appartengono alla Chiesa, ma non le abbiamo usate per educare i nostri emarginati; Asif Ali Zardari e Yousaf Gilani, rispettivamente primo ministro e presidente, hanno studiato nelle scuole cristiane, come me e Shahbaz. Ma pochi o nessuno dei nostri cristiani poveri ha studiato a quel livello.

Come vede il futuro del cristianesimo in Asia? Come dovrebbe essere condotta l’evangelizzazione in questo continente?
È importante potenziare il dialogo fra le grandi religioni. Mettere in evidenza i valori comuni dell’amore per gli esseri umani e allentare le loro paure nei nostri confronti: credono che vogliamo distruggere le loro religioni per convertirli alla nostra. Dobbiamo trasmettere il messaggio che il cristiano non ha per obiettivo convertire l’altro, ma portare l’amore di Cristo a tutti e l’amore per il prossimo.

Lei è stato invitato anche quest’anno al Meeting di Rimini. Di cosa parlerà ai giovani che saranno presenti?
Della fede. E di Shahbaz, di come, pur avendo risorse limitate, si è impegnato e non ha avuto mai paura di niente. La fede ci dà il coraggio di vivere anche in condizioni molto difficili, ci toglie la paura. La società materialista di oggi ci insegna a vivere solo per noi stessi, ma quelli come mio fratello testimoniano che il modo giusto di vivere è un altro. È quello di vivere per un Altro e per gli altri.