di Giacomo Samek Lodovici

I recenti casi di cronaca nera e il modo in cui vengono riportati dai media mi fanno venire in mente la tragedia greca. Quest’ultima ruota intorno a fatti orrendi (compresi crudeltà, incesti, parricidi, eccetera), ma lo fa in modo ineccepibile. Anzitutto, gli eventi raccapriccianti non vengono rappresentati in scena, bensì solo riferiti, narrati; in secondo luogo la narrazione è stringata, sobria, senza compiacimento, senza indulgere in particolari; in terzo luogo il giudizio morale è chiarissimo, di netta condanna, di chiaro e duro biasimo.

Tutto il contrario di quel che fa buona parte dei nostri media (fatte le dovute e lodevoli eccezioni), i quali producono film violenti, vorrebbero filmare e proiettare i delitti reali (talvolta ci riescono), e comunque cercano di rappresentarli a posteriori nei film, oppure con attori, plastici, mappe, eccetera, descrivendoli con dovizia di particolari minuziosi e spesso con compiacimento morboso, talvolta giungendo all’assoluzione (quando si pronuncia qualche emulo di Rousseau pronto a dire che “la colpa è della società”, o qualche determinista secondo cui “l’uomo non è libero”, o qualche relativista etico, secondo cui “il bene e il male non sono oggettivi”).

Ora, va energicamente sottolineato, anzitutto, che questa maniera di dare in pasto alla gente le vicende di cronaca nera calpesta molto gravemente la dignità delle vittime e acuisce imperdonabilmente la sofferenza dei loro familiari: cerchiamo di immaginare che cosa proveremmo se l’assassinio di nostro figlio, madre, fratello, eccetera venisse trasformato in un giallo, se i giornalisti ed i curiosi venissero a importunarci continuamente, frugassero nella nostra vita, e così via. Inoltre, è imperdonabile anche la sottovalutazione dell’effetto di imitazione. Si dirà che esagero, ma diversi studi documentano il contrario. Li riferiscono Gianfranco Bettetini ed Armando Fumagalli (cfr. Quel che resta dei media, Angeli, Milano 20102, capitolo 6), i quali mettono in luce l’impatto nefasto sui bambini, sugli adolescenti, ma anche sugli adulti, della rappresentazione della violenza.

Come dicono questi due rinomati massmediologi, lo spettatore (in particolare il bambino, ma non solo) a volte viene indotto ad identificarsi e a parteggiare per i violenti. Nei bambini, inoltre, le scene violente viste sui media possono atrofizzare l’immaginazione, facendo perdere la speranza e la capacità di credere ad una società diversa e migliore, e questi bambini tendono a cadere in comportamenti violenti molto più frequentemente, perché non riescono a trovare soluzioni, quando si trovano in situazioni di disagio sociale, diverse da quelle violente viste in televisione. Si ribatte che ci sono esigenze di realismo e che la cronaca nera ha un effetto di sensibilizzazione circa un determinato problema sociale. Va ribadito, però, che il problema gravissimo è quello della diffusione per emulazione dei comportamenti violenti trattati, un effetto che è stato documentato da ricerche specifiche che hanno investigato le conseguenze della visione di certi prodotti cinematografici (per esempio dei film Assassini nati di Oliver Stone o di Arancia meccanica di Stanley Kubrick) e televisivi.

In America, limitandoci ad un solo un esempio dettagliato, la messa in onda del Cacciatore di Michel Cimino ha prodotto ventisei suicidi con la roulette russa. Un esempio nostrano è quello dei morti causati dallo sciagurato lancio di sassi dai cavalcavia contro le auto in corsa, che si era diffuso nel nostro Paese dopo che i media (soprattutto le televisioni) ne avevano riferito un caso. È vero che le imitazioni dei delitti derivano anche da altre cause, è vero che alcuni (ma non tutti!) di questi imitatori sono soggetti fragili o psicolabili per i quali la visione è solo una concausa dei fatti emulati, è vero che tali spettatori sono percentualmente pochi: ma su un pubblico di milioni di spettatori il loro numero è considerevole. E, comunque, anche un solo caso di imitazione, dato che parliamo di violenze, suicidi e omicidi, è gravissimo.

Quando sento registi o editori o giornalisti difendersi con l’argomento del realismo, del dovere di cronaca, della libertà creativa, vorrei chieder loro a bruciapelo: “E se la persona violentata, torturata, uccisa, suicida, anche a causa della visione del tuo film, servizio giornalistico, ecc. fosse tuo figlio?”. Non a caso, alcuni protagonisti del mondo dei media, non potendo più di tanto difendere i propri figli dai danni cagionati dagli altri, perlomeno impediscono loro di vedere ciò che essi somministrano ai figli altrui. E, quanto alla denuncia della violenza, dicono Bettetini e Fumagalli, la sua moltiplicazione determina, a volte, la convinzione dell’ineluttabilità della violenza stessa, mentre i media dovrebbero mostrare anche l’altruismo, la solidarietà, la  generosità, in poche parole il bene, cioè il grande sconosciuto su quasi tutti i media.

Non dico che debbano limitarsi solo al bene: ma nel riferire il male sarebbe molto meglio se prendessero esempio dalla tragedia greca. La verità è che, in molti casi, il realismo ed il dovere di cronaca sono solo argomenti di facciata, perché ciò che veramente interessa è solo aumentare le vendite. Per concludere, una domanda: cari registi e direttori di giornali, di televisioni, ecc., volete avere sulla coscienza l’emulazione di questi delitti? Non fareste meglio ad accordarvi (tutti, in modo che i vostri concorrenti non ne possano approfittare commercialmente) per trattare in modo adeguato la violenza e per “liofilizzare” la cronaca nera?