di Massimo Introvigne da La Nuova Bussola Quotidiana

La manifestazione francese contro le nozze gay

 Impazza in Francia la guerra delle cifre sulla «Manif pour tous», che si è svolta a Parigi domenica 13 gennaio 2013 per protestare contro il progetto di legge del presidente socialista François Hollande sul «matrimonio per tutti», che estende la nozione di matrimonio alle coppie omosessuali.

Come sempre avviene, la polizia ha comunicato una cifra – 350.000 partecipanti – che non concorda con quella degli organizzatori (800.000), con la maggioranza della stampa francese che si attesta fra i 500.000 e i 600.000 partecipanti (in Italia, curiosamente, «Repubblica» dà una cifra – 300.000 – ancora più bassa di quella della polizia francese). Ma c’è chi dice che fossero circa un milione.

Comunque sia, si è trattato della più grande manifestazione contro il matrimonio omosessuale della storia, e della seconda più grande manifestazione di protesta contro una singola proposta di legge della storia francese (la prima riunì oltre un milione di persone a difesa delle scuole non statali). E qualche tempo fa una manifestazione a favore del matrimonio gay ha visto sfilare a Parigi, al massimo, 150.000 persone.
Il grande successo della manifestazione di Parigi merita qualche commento anche di natura più squisitamente politica.

In Francia Hollande è riuscito a sconfiggere nelle elezioni il presidente uscente di centro-destra Nicolas Sarkozy perché molti francesi erano stanchi della subalternità alla Germania e alle istituzioni europee dell’amministrazione Sarkozy, e senza dubbio alcuni non apprezzavano neppure la forte influenza della massoneria francese su tale amministrazione.
Nonostante le promesse elettorali, il nuovo governo Hollande continua a dipendere strettamente dalle istituzioni europee a guida tedesca nella gestione dell’economia – semmai rincarando la dose di «austerità» e di tasse.
Quanto alla massoneria, per la prima volta nella storia francese tre dei quattro ministeri detti «sovrani» che tradizionalmente determinano la politica nazionale – Interni, Esteri, Giustizia e Difesa – hanno ora titolari che sono stati iniziati nelle logge massoniche (cfr. Sophie Coignard, «Hollande et ses franc-maçons», «Le Point», n. 2.013, 3 gennaio 2013, pp. 44-48).

Se non ha nessuna autonomia in campo economico, l’amministrazione Hollande può però distinguersi nel campo dei «diritti», introducendo il matrimonio omosessuale e, in prospettiva, l’eutanasia.
La manifestazione di Parigi ha avuto un grande successo, e ha messo in difficoltà il governo, perché è riuscita a tenere insieme persone e forze diversissime unite dall’ostilità al matrimonio omosessuale: cattolici, ebrei, musulmani, atei, socialisti e anche omosessuali che considerano una legge sul matrimonio fra persone dello stesso sesso un errore.
Una manifestazione «alternativa» di cattolici detti in Francia «integristi», che non volevano manifestare se non precisando che le pratiche omosessuali – e non solo il loro riconoscimento giuridico – sono sempre peccaminose e inaccettabili, ha certamente ricordato un punto importante per i cattolici ma – come si poteva facilmente prevedere – ha radunato solo qualche migliaio di persone, e la sua rilevanza politica è stata piuttosto modesta.

Nessuna forza politica di qualche dimensione ha sostenuto in modo unanime la manifestazione. Lo stesso Fronte Nazionale della signora Marine Le Pen si è diviso, con la sua presidente che ha dichiarato di non volere partecipare temendo «derive omofobe», mentre hanno sfilato anche esponenti di qualche rilievo dello stesso Partito Socialista.
Problemi solo francesi? Forse no. La campagna elettorale in corso nel nostro Paese invita a qualche riflessione sul tema «Oggi in Francia, domani in Italia».
Il Partito Democratico – con i suoi alleati di Sinistra e Libertà – propone da tempo il riconoscimento delle unioni omosessuali e ha almeno il pregio di esprimersi sul tema in modo chiaro e senza infingimenti.
Anche il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo e Rivoluzione Civile del giudice Antonio Ingroia si sono espressi, con diverse modalità, a favore del riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso.

Altrove regna una notevole confusione. L’Agenda Monti prevede libertà di coscienza per i parlamentari della coalizione Monti sul punto. Ma certo – oltre alle note posizioni sul tema dell’onorevole Gianfranco Fini – costituisce un segnale preoccupante la candidatura annunciata, nella lista che fa riferimento al presidente del Consiglio, di attivisti gay, tra i quali spicca Alessio De Giorgi, responsabile del più noto sito omosessuale italiano gay.it, che fa da singolare contrappunto alla presenza nella stessa lista di cattolici impegnati per la vita e per la famiglia come il presidente di Scienza & Vita Lucio Romano e il neurologo Gian Luigi Gigli, che si distinse per la battaglia contro l’eutanasia in occasione della tragedia di Eluana Englaro.

Il Pdl ha certamente il merito di avere evitato, negli anni in cui è stato al governo, la deriva verso il riconoscimento delle unioni omosessuali che ha caratterizzato la Francia e altri nostri vicini. Ma in questa campagna elettorale, oltre a dichiarazioni ambigue e diversamente interpretate dello stesso onorevole Silvio Berlusconi, si devono registrare significative adesioni ai progetti di riconoscimento delle unioni omosessuali, accompagnate da espressioni per dire il meno poco rispettose nei confronti dei cattolici ostili a tali progetti, da parte di autorevoli esponenti del Pdl come il coordinatore nazionale onorevole Sandro Bondi e l’ex ministro onorevole Mara Carfagna.

Fuori delle grandi coalizioni esistono certamente piccole e benemerite formazioni ostili al riconoscimento delle unioni omosessuali, ma nel sistema disegnato dalla legge elettorale vigente le loro possibilità di eleggere deputati e senatori sembrano modeste. Con poche e lodevoli eccezioni, anche gli esponenti politici che si dichiarano cattolici non sembrano consapevoli della gravità della questione – basterà ricordare che nel discorso alla Curia Romana del 21 dicembre 2012 Benedetto XVI ha definito l’ideologia del «gender» e le sue trascrizioni giuridiche come la più grave minaccia che oggi pesa sul bene comune e sulla pace interna delle nazioni – e talora sostengono apertamente – in evidente contrasto con il Magistero pontificio – che le questioni che contano sono quelle dell’economia e che fare dei «principi non negoziabili» il principale criterio delle scelte politiche è sbagliato.

La manifestazione francese e la situazione italiana sembrano dunque contenere gli stessi insegnamenti. Chi condivide l’analisi del Pontefice secondo cui non la crisi economica, ma le trascrizioni legislative dell’ideologia del «gender» rappresentano oggi il più grave pericolo per il bene comune, ha il dovere di operare per creare contro tali trascrizioni fronti ampli, politicamente efficaci, unendo anche persone e forze che su altre questioni non la pensano nello stesso modo.
E non ci si deve stancare di ricordare che i principi non negoziabili non sono un «optional». Sono effettivamente la bussola per un giudizio cattolico su ogni partito e programma.