di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli del 20 giugno 2011
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La famiglia si ripensa. Non tanto attraverso i discorsi sociologici di uffici ed agenzie che se ne occupano a spese dello Stato, ma nella pratica, nei gesti e comportamenti delle persone.

Il crollo nella celebrazione dei matrimoni, il loro crescente scacco (nelle zone più sviluppate dell’Occidente 2 su 3 falliscono), la diffusione dei «singles» (ormai il gruppo più diffuso nelle grandi città), testimoniano di grandi mutamenti, più complessi di quelli rivendicati da politici e media.

In genere, le agenzie politiche e mediatiche tendono a continuare un discorso prevalentemente «sentimentale», che cerca di cogliere «le nuove forme dell’amore». Mentre, osservando cosa succede, soprattutto tra i giovani, emergono valutazioni diverse: progetti di vita, interessi, solidarietà.

Per esempio, mentre il «matrimonio omosessuale» viene presentato soprattutto dalla politica come esigenza di due persone dello stesso sesso, innamorate e desiderosi di bambini attraverso pratiche di tecnoriproduzione, nella pratica compaiono (soprattutto all’estero), coppie omo o bisessuali, di persone di sesso opposto, e con una forte intesa personale e affettiva, che sono interessate a vivere insieme e a riprodursi, ma in uno stile relazionale basato più sulla cooperazione, stima e affetto, che sull’«innamoramento».

È proprio la «passione d’amore» a comparire sempre più raramente. Ed è l’«innamoramento» a sembrare una base sempre più fragile, per costruirci sopra un’associazione umana complessa, e che si vorrebbe di lunga durata, come appunto il matrimonio. Tanto che cominciano a comparire, sull’argomento, anche le prime riflessioni filosofiche e antropologiche, come il recentissimo «Il matrimonio d’amore ha fallito?», di Pascal Bruckner, uno dei più originali e anticonformisti fra i «nouveau philosophes» francesi.

L’innamoramento, sostiene Bruckner, è qualcosa di troppo soggettivo, mobile, e quasi sempre temporaneo per costruirci sopra un’associazione complessa, duratura, con ruoli sociali e competenze pratiche e funzionali, come la famiglia. E tra le righe lascia capire che, forse, il famigerato «matrimonio d’interesse» era probabilmente meno stupido di quanto si pensi.

In realtà, sappiamo che in ogni questione umana e sociale, e quindi anche nel matrimonio, non è mai possibile «tornare indietro». I diversi tentativi dei giovani, fuori dalle righe e dagli schemi, ci fanno però capire che sul mito contemporaneo del matrimonio d’amore è necessario avviare una riflessione accurata, e non ideologica.

Ad esempio ha certamente un significato se questa forma di famiglia si è generalizzata solo negli ultimi cento anni, e in Occidente: nel resto del tempo e del mondo, non è comparsa se non sporadicamente. Come accadde nel Sud della Francia, nel 1200 e 1300, con la protesta dei Catari e Albigesi contro il matrimonio convenzionale (appunto di interesse), cui i ribelli (spesso aristocratici) contrapponevano l’«unione dei cuori» degli amanti. Un tentativo suggestivo, cantato sia alle corti francesi che tedesche dai poeti Trovatori (o Minnesaenger), represso poi con la sanguionosa Crociata contro gli Albigesi dal Re di Francia e dal Papa.

Come si vede il potere tenne sempre d’occhio la forma «di interesse», o «sentimentale», del matrimonio. Il primo ha negato la libertà della donna, mentre nell’epoca della sua «liberazione» si è affermato il matrimonio d’amore. Su questo non si può tornare indietro.

Sull’idea però (originariamente Catara), che sul solo innamoramento si possa costruire un’unione stabile e feconda per tutte le persone coinvolte, è aperta la discussione.