di Vicente Cárcel Ortí

Durante il primo trimestre repubblicano, in Spagna dal 14 aprile al 14 luglio 1931, data dell’apertura delle  Corti costituenti, l’attività legislativa del Governo provvisorio, che non aveva ancora ricevuto una legittimazione politica, fu alquanto intensa. Molte misure allora adottate, e altre che lo sarebbero state nei mesi successivi, relative alla Chiesa – oggi accettate pacificamente dai vescovi in generale e forse anche dalla maggior parte dei cattolici ragionevoli – nel 1931 risultarono molto conflittuali e polemiche dal punto di vista sia del contenuto sia della forma, in quanto lo Stato per secoli aveva regolato le sue relazioni con la Chiesa tramite concordati e accordi che avevano rango di trattati internazionali e, di conseguenza, effetti civili. Inoltre il nuovo ministro di stato, Alejandro Lerroux, nel primo incontro che ebbe con il nunzio Federico Tedeschini, promise formalmente che nulla, assolutamente nulla di ciò che riguardava la Chiesa, sarebbe stato trattato senza consultare previamente la Santa Sede.

Il Governo provvisorio tuttavia, non solo cominciò a legiferare unilateralmente, senza ascoltare la Chiesa né cercare un minimo negoziato che evitasse tensioni, ma s’intromise direttamente in una serie di materie importanti per la maggioranza cattolica del Paese, con una violenza e un radicalismo tali che in pochi giorni gli procurarono l’ostilità di gran parte della popolazione e la diffidenza dei vescovi, i quali, fin dal primo momento, avevano mostrato leale obbedienza al nuovo regime, rispetto per le nuove autorità e desiderio sincero di collaborare con esse per il bene comune di tutti gli spagnoli. Con una serie di leggi, decreti, circolari e regolamenti, si cercò di disarticolare la plurisecolare organizzazione ecclesiastica, eliminando diritti e privilegi che la Chiesa possedeva da lungo tempo grazie alla confessionalità dello Stato e alla stretta unione fra Trono e Altare.
Nel prendere in modo così rapido e perentorio tali decisioni, i nuovi dirigenti repubblicani dimostrarono poco tatto politico affrontando questioni complesse, fondamentali per una pacifica convivenza sociale, poiché alcune delle disposizioni adottate risultavano eccessivamente innovative, erano indubbiamente allarmanti per il cattolicesimo tradizionale e molto pericolose per i settori più integralisti del clero e del laicato, come, ad esempio, la piena libertà di culto e di coscienza, decretata il 22 maggio, il carattere volontario dell’insegnamento religioso negli istituti statali (6 maggio), o la secolarizzazione dei cimiteri (9 luglio).
Furono anche soppressi i corpi ecclesiastici dell’esercito (30 luglio), dell’armata (10 luglio) e degli ordini militari (29 aprile). Fu soppresso anche l’obbligo che avevano i militari di assistere agli atti religiosi durante i giorni festivi (18 aprile) e furono adottate altre misure che dimostrarono l’intenzione rivoluzionaria del Governo, mentre sarebbe stata preferibile un’intesa pacifica con la Chiesa, tenendo anche presente che più della metà della Spagna non era repubblicana e considerava l’uscita di scena del re Alfonso xiii e la presa di potere da parte del Governo provvisorio come un autentico colpo di Stato sebbene, al momento, senza spargimento di sangue.
Si sa che nelle elezioni amministrative del 12 aprile 1931 vinsero i candidati monarchici e solo nelle grandi città quelli repubblicani; questi ultimi però s’imposero con la violenza e le minacce sui primi e, quando ancora non si conoscevano i risultati definitivi delle elezioni, presero il potere e vi si stabilirono senza trovare alcuna opposizione popolare, a causa della paura e del disorientamento che erano diffusi tra la popolazione antirepubblicana.
A meno di due mesi dalla proclamazione della Repubblica, il giornale cattolico “El Debate” lanciava il seguente allarme:  “È il momento di unire le volontà e di conquistare simpatie. Perché governare è prima di tutto unificare. I nostri attuali governanti non la pensano così. E la maggior parte dei ministri sembrano impegnati a oltraggiare ogni giorno una classe sociale. Ieri l’esercito, un altro giorno un partito politico, oggi la Chiesa, domani un qualsiasi gruppo di cittadini” (4 giugno 1931).
Dinanzi alla piega che gli eventi stavano prendendo, l’amministratore apostolico di Lugano, monsignor Aurelio Bacciarini, suggerì al cardinale segretario di Stato vaticano, Eugenio Pacelli, di applicare in Spagna le misure adottate nel Canton Ticino della Svizzera sulla possibilità d’indire un referendum per abrogare leggi e decreti. Era da temere che la massoneria avrebbe fatto tutto il possibile per neutralizzare questa iniziativa dei cattolici e perciò sarebbe stato necessario usare una buona tattica e molta prudenza per metterla in atto. Bacciarini comunicò in via riservata a Pacelli di aver saputo da fonte certa che la massoneria in Spagna stava occupando i posti chiave del potere politico per controllare l’organizzazione del nuovo Stato mediante una legislazione apertamente anticlericale e stava progettando di disfarsi del presidente del Governo provvisorio, Alcalá-Zamora:  un cattolico praticante, dalle idee liberal-repubblicane, anche se era considerato dagli stessi cattolici un politico debole e di scarso prestigio, come vedremo in un altro articolo dedicato ai suoi rapporti con Pio XI.
Non esiste una storia puntuale della massoneria spagnola che abbia compiuto una sintesi obiettiva dell’abbondante bibliografia sul tema, non segnata da un’impronta polemica, perché le parti, in molte occasioni, hanno espresso idee e atteggiamenti tanto opposti quanto falsi. Per questa ragione molti dati forniti dalle cronache, sia massoniche sia antimassoniche, non resistono alla più elementare critica storica. Tuttavia un esperto, fra i migliori e più recenti, afferma che già dalla dittatura di Primo de Rivera “la storia della massoneria spagnola è intimamente relazionata, se non addirittura un tutt’uno, con i diversi atteggiamenti e le diverse situazioni politiche della Spagna, con un marcato carattere anticlericale, repubblicano e separatista, che portò molti dei suoi membri a una torbida partecipazione alla Seconda repubblica e alla successiva Guerra Civile” (J. A. Ferrer Benimeli).
Nel commentare le prime disposizioni governative sull’insegnamento religioso, monsignor Tedeschini, il 25 maggio 1931, disse a Pacelli che esse violavano apertamente il Concordato poiché ne modificavano radicalmente il contenuto. Il Governo si proponeva di impedire che nelle scuole si formasse la coscienza dei bambini, contro la volontà dei genitori che lo esigevano; o ponendo a questi ultimi numerosi ostacoli burocratici affinché non riuscissero nel loro intento educativo. In tal modo si sarebbe favorito l’ateismo e la tradizionale “Spagna cattolica” sarebbe stata radicalmente trasformata in Stato non solo laico, ma anche apertamente anticlericale e settario.
Compiendo gli ordini ricevuti da Pacelli, Tedeschini, il 29 maggio, consegnò una nota diplomatica al presidente del Governo provvisorio e al ministro di Stato per manifestare loro “la sorpresa, il dolore e la protesta della Santa Sede per i decreti pubblicati nei giorni scorsi sulla libertà di culto, sull’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e sulle disposizioni ad esso legate, e sull’antico e solo grazie alla Chiesa creato e conservato patrimonio artistico ecclesiastico della Spagna, decreti che sono profondamente lesivi non solo della condizione giuridica che lo statuto fondamentale della nazione attribuisce alla Chiesa, ma anche del concordato fra la Spagna e la Santa Sede Apostolica”.
La nota fu consegnata personalmente a Lerroux, assente dalla Spagna al momento della pubblicazione di tali decreti; il ministro di Stato si giustificò dicendo che se egli fosse stato presente al consiglio dei ministri avrebbe mantenuto la sua promessa di frenare le decisioni precipitose del Governo e di non favorire quelle inopportune.
Diversa fu l’accoglienza che il presidente Alcalá-Zamora riservò a tale nota. Questi la ricevette con evidente contrarietà, dando a intendere che tutto in essa sembrava rivolto contro la sua persona. In realtà il Governo provvisorio repubblicano s’ispirava inizialmente ai principi del liberalismo regalista, che pretendeva d’intervenire nelle questioni ecclesiastiche e di regolarle unilateralmente con leggi e decreti statali.
Il Governo provvisorio esaminò con la massima attenzione la nota diplomatica e il 30 giugno rispose con una nota simile, inviata dal ministero di Stato alla Nunziatura, in cui deplorava “la portata e l’interpretazione date dalla Santa Sede alla legislazione in questione, interpretazione e portata sulle quali formula le più vive riserve. Alla vigilia della riunione di un’assemblea costituente, dinanzi alla quale deve rendere conto di tutto il suo operato dal momento in cui, per volontà del popolo spagnolo, ha assunto il governo dello Stato, non ritiene possibile, dispiacendosene molto, e con la ferma speranza che il suo rifiuto non venga interpretato come un atto scortese, avviare una discussione giuridica con la Santa Sede sulla portata che le suddette disposizioni potranno avere in relazione con la Costituzione dello Stato e il Concordato”.
Difficilmente la Repubblica e la Santa Sede potevano capirsi in quel momento perché partivano da principi diametralmente opposti. Il presidente difendeva il diritto pubblico moderno, cosa equivalente, secondo quanto potè dedurre il nunzio nella conversazione personale che ebbe con lui, “a quella esorbitante ed eretica sovranità civile dello Stato in cose di Chiesa, alla quale si ispirano i governi liberali e a cui questo governo tanto apertamente si ispira”.

(©L’Osservatore Romano – 4 settembre 2010)