Giornalista, mistico senza fede che non si rassegna a perdere il bene più prezioso

Nella sua casa-studio non ci sono computer e telefoni cellulari, solo  una montagna di libri e giornali; nulla di virtuale, solo una gloriosa macchina per scrivere anni ’60; nessuna reticenza, solo un limpido bicchiere di vino. Di fronte a Massimo Fini, uno dei più pungenti giornalisti italiani e convinto antimodernista, nella sua Milano capitale economica e finanziaria d’Italia, mi risuona una domanda che da duemila anni attende una risposta: “A cosa serve guadagnare il mondo intero se si perde l’anima?”.

Il suo ultimo libro è un ritratto dell’Italia contemporanea. Perché lo ha intitolato “Senz’anima”?
«Rispetto al mondo che ho conosciuto, questa di oggi è un’Italia senza valori condivisi, a parte l’idolo del denaro: dunque ormai è un Paese senz’anima. La responsabilità per il bene comune e la coerenza nelle scelte si sono dissolte. Naturalmente, il problema non è solo italiano ma dell’intero modello occidentale; la democrazia è un sistema di regole, un sacco vuoto che dovrebbe essere riempito di valori di spessore e non solo di riferimenti mercantili».

Eppure l’Italia ha una tradizione culturale secolare.
«È vero, almeno fino a quando non ci fu l’unità. Per secoli siamo stati il riferimento soprattutto nelle arti figurative e nella letteratura. Inoltre, il nostro Paese è stato il laboratorio della modernità, poiché a Firenze e Piacenza nacque il mercato come classe sociale, che io detesto. Purtroppo, soprattutto dalla fine della seconda guerra mondiale, abbiamo registrato un continuo impoverimento culturale, anche per l’egemonia nordamericana veicolata attraverso il cinema».

Che fine ha fatto la nostra anima?
«C’è ancora, ma è talmente nascosta che bisogna grattare molto per ritrovarla: è così che scopriamo che nel profondo di tante persone c’è una grande sofferenza. C’è una patina di benessere dietro la quale molti nascondono la propria anima per non provare dolore, fino ad arrivare alla rimozione. In ogni essere umano c’è l’anima, che io potrei definire come la sofferenza di vivere. Oggi ricacciamo quello che i filosofi, quando ancora esistevano, chiamavano dolore, vecchiaia e morte. Eppure, Nietzsche diceva che “Ogni malattia che non uccide il malato è feconda”».

Perché si fa sempre più pressante la promessa dell’eterna giovinezza?
«C’è questo falso mito dell’allungamento dell’esistenza al di là di ogni ragionevolezza. Chiaramente sono contrario all’eutanasia, ma siamo in una società che, con la stoltezza di dichiarare il diritto alla felicità, rifiuta il concetto di morte. Della malattia invece si può parlare perché c’è la medicina tecnologica che promette di guarirci».

Ha ancora senso affermare che la nostra è la società del benessere?
«È un’enorme falsità: rispetto al Medioevo i suicidi sono decuplicati, con la rivoluzione industriale è nato l’alcolismo di massa e la droga dilaga a tutti i livelli; inoltre ci sono le malattie della modernità, come la nevrosi e la depressione per le quali più della metà degli americani e milioni di italiani fanno uso di psicofarmaci. Possiamo dirci soddisfatti solo perché cambiamo l’utilitaria con un’automobile più comoda? Il nostro modo di vivere lontano dalla natura e basato sull’individualismo provoca profondo malessere nelle persone e le malattie, che ne sono la naturale conseguenza, hanno quasi tutte una radice psicosomatica; compreso il tumore, la cui diffusione è in continua crescita».

Molte indagini sociologiche e anche una recente inchiesta del quotidiano La Repubblica hanno messo in luce la grande speculazione esistente intorno alla paura della malattia.
«Purtroppo è vero, c’è un grande giro d’interessi: un esempio è quello che succede con il cancro, forse la malattia che fa più paura. C’è  Umberto Veronesi [… l’intervistato esprime un pesante giudizio personale che non riportiamo  – ndr], promettono grandi cose, ma semplicemente anticipano un’ipotetica diagnosi che condiziona l’esistenza. È migliorata un po’ la capacità di cura, ma l’incidenza della patologia aumenta a grandi ritmi senza che nessuno ne approfondisca i veri motivi. La ricerca è doverosa, ma non possiamo tenere tutto sotto controllo: la malattia ha sempre fatto parte dell’esistenza e prima i contadini sapevano affrontare tutto con semplicità».

Ma come? Umberto Veronesi è uno dei simboli della ricerca scientifica italiana!
«Veronesi non è una persona che opera al servizio della vita, anche perché propugna l’asessualità del genere umano e la clonazione, abbandonando la procreazione naturale. Più che un vero medico, lui è un impresario della sanità molto alla moda. Il problema non è la conoscenza, ma la scienza tecnologicamente applicata; continuiamo a parlare dei geni umani e dell’origine della vita illudendoci di arrivare a capire tutto. In realtà stiamo applicando la scienza in un modo mostruoso, funzionale soltanto all’economia e ai deliri di onnipotenza di qualcuno. Io mi fido molto più delle leggi che la Natura ha elaborato in milioni di anni che delle teorie di qualche famoso scienziato che non può conoscere gli effetti delle sue tesi sulle infinite varianti che determinano la Vita».

Quali sono le ragioni della nostra involuzione?
«L’illuminismo è la radice dei nostri mali, perché è sbagliata la sua pretesa di chiarire tutto razionalmente. Dalla rivoluzione francese e industriale abbiamo scelto una concezione totalmente individualista dell’esistenza; le relazioni sociali ed umane del mondo feudale erano molto più autentiche di quelle odierne. Il disorientamento della nostra comunità deriva dalla grande importanza data all’economia ed alla tecnica, oltre che dalla perdita di riferimenti importanti come la fede in Dio».

I mass media e i politici ci ripetono che è necessario “stimolare i consumi per aumentare la produzione”. Cosa ne pensa?
«È un ragionamento folle che ha invertito l’ordine naturale: oggi noi consumiamo per produrre! L’essere umano è ormai al servizio dell’economia, diventato schiavo di un meccanismo apparentemente inarrestabile: molto peggio che vivere oppressi da un dittatore che prima o poi morirà! Invece di aumentare la produttività e i consumi, la nostra società occidentale dovrebbe diventare un po’ più povera, cercare di dimagrire piuttosto che continuare a ingrassare. Ci spingono verso la perfetta infelicità convincendoci a non accontentarci mai di ciò che siamo e abbiamo».

Meglio il liberismo di Adam Smith o il comunismo di Karl Marx?
«Il marxismo e il liberismo di Adam Smith sono due facce della stessa medaglia dell’industrialismo; però, il sistema di Marx era più inefficiente rispetto a quello attuale, risultato vincente. San Francesco d’Assisi è stato il vero rivoluzionario di cui avremmo bisogno anche oggi: lui, figlio di un mercante, intuì l’importanza del rapporto con la Natura e che nella povertà si conquista la felicità».

Che cosa propone per riconquistare un’esistenza migliore?
«Dovremmo tornare a una vita più semplice, in piccole comunità, a contatto con la terra e i suoi prodotti, rimettendo al centro del sistema l’uomo e relegando economia e tecnologia al ruolo marginale che hanno sempre avuto fino alla rivoluzione industriale. Anche oggi si può essere poveri e felici: più delle ricchezze materiali, conta sperimentare relazioni d’amore ed avere dei figli».

Anche i rapporti familiari sono molto colpiti nelle società industrializzate.
«La rottura della famiglia provoca molte sofferenze nei coniugi, ma anche nei bambini e negli anziani. Purtroppo, com’è già successo all’Africa che è stata distrutta spiritualmente e materialmente dall’introduzione del nostro modello malato, oggi stiamo cercando di esportare i nostri disastri anche a popoli e culture che ancora vivono i legami familiari in modo forte, come i Paesi islamici o l’Afganistan. Ad esempio, tutto il tentativo dell’Occidente di omologare la donna islamica a quella occidentale deriva da ragioni politiche e da interessi economici: se si distrugge il ruolo della donna musulmana, indirettamente, si distrugge l’Islam».

Dal punto di vista demografico la nostra società è sempre più vecchia e squilibrata.
«Soprattutto in Italia, assistiamo a un capovolgimento della storia con una sorta di pervertimento della donna, che antropologicamente è fatta per la maternità. Rispetto molto gli anziani e mi ferisce la loro solitudine, ma è assurda e innaturale una società come la nostra composta per la maggioranza da vecchi. Conosco molte giovani donne quasi quarantenni, spesso sole, che hanno precedentemente rinunciato alla maternità per vari motivi, anche di carriera, ed ora soffrono molto: checché ne dicano gli scienziati, l’età biologica della donna non è cambiata e i figli non arrivano quando si decide di averli. Che tristezza vedere le nostre donne perdere la propria sapienza!».

Qual è stata la sua esperienza familiare?
«Il mio primo matrimonio è finito abbastanza presto, forse perché ero troppo giovane. Poi ho vissuto varie esperienze di coppia, la più importante delle quali è durata dieci anni e mi ha dato la gioia di diventare padre. Avere dei figli è l’unico vero evento dell’esistenza e grazie a Dio nel 1978 è nato il mio amatissimo Matteo. Però, mi sarebbe piaciuto molto avere una famiglia numerosa».

Com’era Massimo Fini da bambino?
«La mia infanzia è stata bellissima, con mia sorella, mia madre e una domestica, mentre mio padre era spesso fuori per lavoro. Vivevo in un mio mondo, ero chiuso e solitario, ma felice dei miei sogni; almeno fino a diciassette anni, quando tutto cambiò… in peggio».

Qual è stata la sua formazione spirituale?
«Mia madre era russa e di religione ortodossa, mentre mio padre era cattolico, abbastanza credente ma non praticante. A tredici anni, vedendo che la Fede era vissuta troppo formalmente, mi sono allontanato dalla Chiesa Cattolica, per avvicinarmi in seguito alla cultura esistenzialista. Credo che noi siamo quello che facciamo: lì si vede cos’è davvero un uomo. Mi stupisce molto quando vedo tanti cattolici che fanno delle sporcaccionate incredibili: è vero che l’essere umano è fragile e subisce molti condizionamenti, ma troppo spesso il libero arbitrio viene usato male».

Come vive il suo rapporto con la Fede?
«C’è una grande differenza tra vivere con o senza una fede. Io sono stato definito un “mistico senza fede”: una descrizione esatta, che corrisponde alla mia dolorosa situazione di cercare sempre Dio senza trovarlo. Quello che è certo è che, anche se non si crede in Dio e in un Creatore, ogni essere umano è unico e irripetibile. Gesù Cristo è una figura importante nella storia e leggendo il Vangelo apprezzo il suo spirito libertario, la sua mancanza di condanna e l’essere dalla parte degli umiliati e oppressi. Ma oggi quanti, anche tra i cristiani più schierati, si ricordano che Gesù disse “Non si vive di solo pane” e scacciò a frustate i mercanti dal Tempio?».

Chi è stato nella sua esistenza e chi vorrebbe ancora essere?
«Sono nato giornalista e ho avuto anche un discreto successo. Lentamente, però, sono stato emarginato perché ho rifiutato qualsiasi compromesso con le varie lobby e i partiti politici; in seguito, scrivendo libri e facendo teatro, mi sono sentito più libero e sono approdato anche su internet. Oggi vorrei essere un afgano, un ceceno, un affamato del Darfur, un kamikaze islamico o un immigrato clandestino, sorretto da valori forti e dalla speranza. Perché mi fa orrore il nulla di questa nostra società senza più anima e dignità».


GIORNALISTA ANTIMODERNISTA
Massimo Fini nasce sul Lago di Como il 19 novembre del 1943, figlio di padre pisano e madre russa. Conquistata la maturità classica con professori del calibro di don Luigi Giussani, dopo la laurea in Giurisprudenza, inizia nel 1970 all’Avanti la sua brillante carriera di giornalista. Presto approda all’Europeo, grazie al quale ha acquistato nel corso degli anni molta popolarità. Nel 1992 partecipa alla nascita del quotidiano L’Indipendente sotto la direzione di Vittorio Feltri, rifiutandosi più tardi di seguirlo a Il Giornale di Berlusconi; risale a pochi mesi fa la fine della sua lunga collaborazione con il Quotidiano Nazionale. Autore di numerosi saggi, ha da poco pubblicato “Senz’anima” (ed. Chiarelettere, 2010), una raccolta dei suoi migliori articoli che descrivono impietosamente il declino morale e culturale del nostro Paese negli ultimi tre decenni.


IL “RIBELLE”
All’incessante ricerca di nuove modalità di espressione, Massimo Fini si è da poco lanciato in due nuove avventure: dirige un mensile dall’eloquente titolo “La Voce del Ribelle” (www.ilribelle.com) ed ha iniziato a scrivere per “Il Fatto Quotidiano”. A proposito di quest’ultima collaborazione dice: «Purtroppo oggi i giornali si occupano prevalentemente di gossip e politica; spero che questo giovane quotidiano si impegni per realizzare anche inchieste di più ampio respiro, ad esempio su problemi sociali. Però condivido la loro battaglia affinché nel nostro Paese sia rispettato almeno il principio che “la legge è uguale per tutti”. Prima della caduta di Craxi, la Democrazia Cristiana e i suoi soci ne combinavano di tutti i colori, ma almeno, se venivano scoperti, non si sognavano di dire che c’era un complotto della Magistratura! Ora invece si è tolto al nostro popolo anche quel poco di senso di dignità che gli era rimasto. Prima, l’onestà era un grande valore degli italiani, ora invece chi rispetta la legge viene visto come un fesso».

di Giuseppe Stabile da www.ioacquaesapone.it