dal Vangelo secondo Gv 13,21-33.36-3

In quel tempo, mentre Gesù era a mensa con i suoi discepoli, si commosse profondamente e dichiarò: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Di’, chi è colui a cui si riferisce?”. Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”. Rispose allora Gesù: “È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò”. E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: “Quello che devi fare fallo al più presto”.
Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: “Compra quello che ci occorre per la festa”, oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.
Quand’egli fu uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire”.
Simon Pietro gli dice: “Signore, dove vai?”. Gli rispose Gesù: “Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi”. Pietro disse: “Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!”. Rispose Gesù: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte”.

Il Commento di don Antonello Iapicca


Il Vangelo di oggi ci svela i criteri di Gesù che, dobbiamo ammettere, sono molto diversi dai nostri. Una cosa colpisce, ed è che Gesù sapeva tutto. Sapeva chi lo avrebbe tradito. Sapeva come lo avrebbe consegnato. Gesù era a conoscenza di ciò che sarebbe accaduto nel suo futuro più prossimo e non fa nulla per cambiarne la rotta. Il mondo, e noi in esso, farebbe carte false per sapere in anticipo, non dico i numeri del lotto, ma anche solo le proprie vicende sentimentali, il futuro dei figli, l’epilogo di storie intricate. Le cartomanti invadono le televisioni, gli oroscopi appaiono sulle prime pagine dei giornali, sedute spiritiche e pellicole di fantasia legate alla magia e alla possibilità di cambiare il destino monopolizzano le sale cinematografiche rapendo occhi e menti di adulti e bambini. Il desiderio di appropriarsi del futuro e di manipolarlo secondo i propri progetti di felicità ci accomuna tutti. Vorremmo sapere, per regolarci, per parlare, per aggiustare, per non sbagliare.
Gesù invece sa e non fa nulla. Anzi. La chiave della sua vita è tutta in questo paradosso. Lui conosce il destino che lo attende e vi entrerà sereno, senza dire parola, come chi ha già vinto. Vi entrerà certo attraverso il crogiulo umanissimo del Getsemani, nel quale si reca a pregare sino a sudare sangue proprio perchè sapeva che cosa lo attendeva. Gesù sapeva che era venuto nel mondo per assumere quell’ora. La sua vita non aveva altro senso e direzione che quella segnata dal cammino verso Gerusalemme, il Golgota e il sepolcro. Sapeva e portava nel cuore sigillato il segreto del Padrel’amore che riempiva quella volontà che appariva alla carne così cruentaGesù vedeva la trama positiva, di Grazia e di Gloria anche negli occhi assassini di Giuda. Lo sguardo di Gesù oltrepassava i sentimenti d’affetto e di giustizia di Pietro, lo vedeva già piangente sui suoi peccati, e lo aveva già perdonato. L’intimità con il Padre era la tenda della Riunione dove, nuovo Mosè, ne riceveva le confidenze. Gesù aveva una chiave per la Sua vita, ed era la Croce. La Chiave per aprire il cuore di Dio e lasciarne sgorgare la misericordia per ogni uomo. Era dunque una chiave preziosa, unica, indispensabile. Una chiave d’amore per l’umanità intera. Con essa stretta nella mano, fissa nel cuore e nella mente, Gesù si è incarnato e ha vissuto. “Entrando nel mondo Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà… Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell`offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre… Poiché con un`unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati ” (Cfr. Eb. 10, 5 ss).
Gesù non aveva bisogno di maghi, di indovini e di oroscopi, Gesù sapeva che era Figlio, che il suo cuore era lo stesso del Padre, e questo era tutto. Il cuore e lo sguardo del Padre. Esattamente ciò che manca a noi. Tristi e insoddisfatti siamo come obbligati a dare ogni giorno un senso alla marcia della vita, sforzandoci di cambiarne orientamento quando non è secondo le nostre carte di bordo. Ci illudiamo di stabilire la meta, e tracciamo di conseguenza il percorso. E dimentichiamo chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. Per questo oggi, accanto alla figura di Gesù, appare con il capo reclinato sul suo petto, la figura del discepolo che Lui amava. Tu, ed io. Siamo noi i discepoli che Gesù ama: la Sua dolcezza, la Sua tenerezza infinita, la Sua mitezza di fronte alla storia che lo conduce alla morte, il Suo amore ci attirano a sé. Lui ci attrae nel profondo del Suo cuore. La luce per la nostra vita, per comprenderne il senso e per discernere il cammino, è la luce del Suo cuore trafitto d’amore.
La luce di Pasqua che emerge, serena e limpida, dal Suo cuore squarciato, immagine del sepolcro aperto sulla vita e definitivamente serrato in faccia alla morte. Sì, il cuore di Gesù, e il nostro capo, le nostre menti assorbite nel Suo amore, le nostre mani con quelle di Tommaso, ad accarezzarne il palpito appassionato e geloso. Gesù e ciascuno di noi, uniti nel cammino pasquale attraverso i giorni che ci attendono. In Lui il senso di ogni nostra esistenza, di ogni evento, anche il più banale. Tutto in noi è santo, così come è, non dobbiamo toccare nulla; niente da togliere, niente da aggiungere. Con Gesù possiamo fare nostre le parole di San Paolo agli anziani di Mileto: “Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio” (Cfr. Atti 20, 22 ss).
Giuda invece “è finito sotto il dominio di qualcun altro: chi rompe l’amicizia con Gesù, chi si scrolla di dosso il suo «dolce giogo», non giunge alla libertà, non diventa libero, ma diventa invece schiavo di altre potenze – o piuttosto: il fatto che egli tradisce questa amicizia deriva ormai dall’intervento di un altro potere, al quale si è aperto” (J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Vol. II). Giuda tenterà un ritorno, comprende l’errore, ma l’orgoglio gli impedirà di credere all’amore smisurato di Cristo.Non aveva mai reclinato il suo capo sul petto di Gesù, non aveva udito i battiti del suo cuore, perchè, come scrisse il Beato Card. Newman, “il cuore parla al cuore”. Giuda è l’immagine di quanti, soggiogati da satana, smarriscono la luce che promana dall’amore, e si infilano nella notte che non conosce misericordia.
Giuda ci aspetta al varco, nella notte di questo mondo, e l’opera di satana è gettata come un laccio contro di noi; Giuda è in ufficio, a scuola, forse in famiglia. Il tradimento, il disprezzo, l’isolamento. E malattie, e difficoltà, e precarietà. E la paura di fronte alla grandezza della chiamata, sia essa al matrimonio come al celibato, il terrore dinanzi a un amore indissolubile che urta con la provvisorietà delle nostre affezioni. Sarà questa la nostra vita, ma in tutto, scorrerà l’amore di Dio, come un fiume, perchè questa generazione possa abbeverarsi alle fonti della Vita. Come è stato per Giuseppe venduto dai fratelli, il criterio per interpretare gli eventi della nostra vita è l’amore provvidente di Dio. “Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l`Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d`Egitto” (Cfr. Gen. 45, 5 ss). E’ Dio che conduce la storia, che compie il bene anche dove appare solo il male. E’ Dio che volge al bene, anzi, realizza la sua opera d’amore per il bene dell’uomo proprio laddove l’uomo esaurisce ogni possibilità. E’ questo il senso della nostra vita che solo la Sapienza della Croce concede di cogliere negli eventi.
Riposare sul petto di Cristo, pregare, scrutare la Scrittura, cibarsi del Suo amore attraverso i sacramenti, lasciare che la Sua Grazia invada tutto di noi perchè la Sua Gloria si manifesti nella nostra vita. L’abitudine alla preghiera, che è pratica di rivolgersi a Dio e al mondo invisibile in ogni stagione, in ogni luogo, in ogni emergenza, la preghiera, dico, ha ciò che può essere chiamato un effetto naturale nello spiritualizzare ed elevare l’anima. Un uomo non è più ciò che era prima; gradualmente… ha interiorizzato un nuovo sistema di idee ed è divenuto impregnato di freschi principi” (J. H. Newman, Parochial and plain sermons). Rinunciare oggi all’atteggiamento di Pietro che, nel suo slancio di affetto, presume di essere in grado di seguire il Signore sulla via del Calvario. Accettare oggi la nostra debolezza, l’incapacità di amare, quando siamo recisi dalla vite. Come il tralcio è unito alla vite così reclinare il capo sul cuore di Cristo, è l’unico atteggiamento sapiente per dare frutto; nascondersi nella cavità della rupe finchè passi la Gloria di Dio a far giustizia del peccato e della morte. Rifugiarsi nel cuore di Cristo quando divampa la battaglia e il nemico sferra i suoi attacchi più violenti. Satana lo si affronta reclinati sul petto di Gesù, dove attingere dal suo cuore la misericordia capace di vincerne gli impeti malvagi. E’ nell’intimità con Cristo che sorge l’amore capace di vincere l’odio ed il male del mondo, di commuoversi profondamente della stessa commozione di Gesù, di fremere di compassione e misericordia per chi lo tradisce, tradendo noi e l’amore di Dio. Discepoli amati perchè si infranga, su di noi, su Cristo vivo in noi, il male di questa generazione. In ciascuno di noi il cuore stesso di Cristo che palpita e soffre per amore, che si carica d’ogni dolore e peccato, che accoglie, perdona, rigenera.
“Attraverso il cuore di Cristo crocifisso la misericordia divina raggiunge gli uomini: “Figlia mia, dì che sono l’Amore e la Misericordia in persona”, chiederà Gesù a Suor Faustina (Diario, 374)… E non è forse la misericordia un “secondo nome” dell’amore, colto nel suo aspetto più profondo e tenero, nella sua attitudine a farsi carico di ogni bisogno, soprattutto nella sua immensa capacità di perdono? Suor Faustina Kowalska ha lasciato scritto nel suo Diario: “Provo un dolore tremendo, quando osservo le sofferenze del prossimo. Tutti i dolori del prossimo si ripercuotono nel mio cuore; porto nel mio cuore le loro angosce, in modo tale che mi annientano anche fisicamente. Desidererei che tutti i dolori ricadessero su di me, per portare sollievo al prossimo” (Diario, p. 365). Ecco a quale punto di condivisione conduce l’amore quando è misurato sull’amore di Dio!” (Giovanni Paolo II, Omelia per la canonizzazione di Suor Faustina Kowalska). In questo amore effuso in noi dal cuore a cuore con Lui, siamo proiettati in quel “più tardi” nel quale possiamo andare con Gesù dove Lui è già andato, il Regno dove ci ha preparato un posto accanto a Lui, dove reclinarci e riposare eternamente sul suo petto che brucia d’amore.



San Francesco di Sales (1567-1622), vescovo di Ginevra, dottore della Chiesa
Il libro dei quattro amori, IV, 5

« Non canterà il gallo prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte »

San Pietro, uno degli Apostoli, arrecò gran torto al suo Maestro, poiché rinnegò e giurò che non lo conosceva, e non contento di questo, lo maledisse e bestemmiò, protestando di non sapere chi egli fosse (Mt 26, 69s). Quale colpo questo, che trafisse il cuore di Nostro Signore ! Eh ! Povero san Pietro, cosa sta facendo ? Cosa sta dicendo ? Non sa forse chi egli sia, non lo conosce, proprio Lei che è stato chiamato per bocca sua all’apostolato, Lei che ha confessato che proprio lui era il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 16) ? Ah ! Uomo miserabile, come può dire che non lo conosce ? Non è forse colui che, non molto tempo fa, era ai suoi piedi per lavarli, e l’ha nutrito con il suo Corpo e il suo Sangue ?…

Nessuno presuma delle proprie opere buone e pensi di non avere niente da temere, poiché san Pietro, che pur aveva ricevuto tante grazie, e promesso di accompagnare Nostro Signore in carcere, anzi fino alla morte, lo rinnegò subito dopo aver udito il fischio di un drappello di guardie.

San Pietro, sentito cantare il gallo, ricordò ciò che aveva fatto e ciò che gli aveva detto il suo buon Maestro ; riconosciuta la sua colpa, uscì e pianse così amaramente, da ricevere la remissione di tutti i suoi peccati. O beato san Pietro che, a motivo di tale contrizione ricevette il perdono generale di una così grande slealtà… So bene che furono gli sguardi sacri di Nostro Signore ad aver penetrato nel suo cuore per aprirgli gli occhi e fargli riconoscere il suo peccato… Da questo momento, egli non cessò più di piangere, soprattutto quando udiva il gallo di notte e di mattina… In questo modo, da gran peccatore quale era, divenne un grande santo.