Dal Vangelo secondo Giovanni 20,11-18.

Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.

Il Commento di don Antonello Iapicca

Maria e Gesù. Un incontro, un cammino alla verità e alla fede. Una tomba vuota e tante lacrime, un approdo alla speranza sicura, perchè “ogni desiderio di bene trova in Cristo una possibilità reale” (Benedetto XVI). Secondo il noto biblista Ignace De La Potterie “Maria spiega la ragione della sua pena con le parole “Hanno portato via il mio Signore e io non so dove l’hanno posto”. Non sospetta minimamente che possa essere risuscitato. E’ convinta che abbiano messo in qualche altro posto il corpo del suo Signore. Vuole conoscere questo posto per andare a riprendere lei stessa quel corpo inerte: potrà almeno ricordarle colui che essa ha conosciuto… Maria deve essere liberata da un attaccamento troppo sensibile al Gesù terreno, deve abbandonare la sua volontà di possederlo… Ecco perchè Gesù le chiede: “Chi cerchi?”. Con questo invita Maria a prendere coscienza dell’equivoco della sua ricerca e a purificarla nella fede. Invece di tormentarsi a proposito del luogo dove pensa abbiano messo il corpo del suo Signore, deve cercare Cristo, il Signore vivente. La sua ricerca deve cessare di essere preoccupazione di trovare il Signore per sé, e trasformarsi in un movimento verso di Lui” (I. De La Potterie, Saggi di cristologia giovannea). Proprio così. Anche noi, con la Maddalena, cerchiamo oggi qualcosa o qualcuno. Ma chi cerchiamo davvero? Le nostre preghiere, le nostre stesse lacrime, la nostra vita spirituale verso chi è veramente orientata? Non è una domanda di poco conto.

Si tratta della stessa domanda rivolta da Gesù a Giovanni e ad Andrea che lo avevano seguito: “Che cercate?”. Il verbo “cercare” è molto importante nel Vangelo di Giovanni. Cercare un luogo, una persona. Alla loro domanda, all’alba della missione, Gesù risponde invitandoli a seguirlo, ad andare e vedere dove Lui abitava. Risuona nelle parole del Signore la promessa di Dio ad Abramo fatta sulla soglia della Storia della Salvezza, un luogo, la terra promessa, e una persona, un figlio e, in lui, una discendenza. Tutti noi portiamo impresso l’anelito ad un luogo dove abitare, dove vivere, per essere felici e in pace; e il desiderio di qualcuno nel quale trascenderci, qualcuno da amare. Questi desideri sono “santi desideri”, sigilli del Creatore nel cuore e nella mente della creatura. Ma sono impastati di carne. Occorre un cammino di purificazione, un percorso che ci conduca alle sorgenti della fede dove ricevere occhi nuovi e cuore nuovo.

Non si tratta di cercare il Signore in un posto qualsiasi, un “altrove” della nostra vita, diverso da quello che essa è oggi. Siamo, come Maria, dinanzi alla tomba vuota, e siamo smarriti. Vorremmo poter piangere la disfatta, il fallimento della nostra vita, e che qualcuno ci desse ragione nelle nostre mormorazioni, che ci consolasse nelle nostre “ingiuste” sofferenze. Vorremmo fermarci e poter singhiozzare la delusione, il tradimento; vorremmo un posto dove accarezzare il nostro dolore, legittimando lo sconforto, sdoganando la tristezza, affermando così l’ingiustizia di un destino avverso che crediamo accanitosi contro di noi; vorremmo dare cittadinanza alla solitudine che sentiamo avvolgerci come un mantello, alla disperazione sottile che ci stringe in un cappio mortale. Vorremmo riportare il Signore laddove lo abbiamo visto deporre, come per decretare a noi stessi e al mondo l’esito fallimentare di un amore, di un lavoro, di un’amicizia. Quella tomba sigillata è l’unica certezza, l’abbiamo vista,ci è quasi familiare, il luogo dove piangerci addosso, e stabilirci, prendere dimora nell’unica identità che ci sembra conveniente e adeguata per noi: quella di uno contro il quale il destino ha puntato il dito sino a schiacciarlo nell’ineluttabile fallimento. Quella tomba, come una sirena, ci chiama per sedurci e gettarci nelle braccia della depressione, spirituale prima e patologica poi. Quella tomba è l’altare subdolo eretto al nostro io, all’uomo vecchio che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici, che non sono solo sesso, droga e rock and roll, ma anche, più sottili e perniciose, quelle che ci spingono a piantarci al centro dell’universo come fossimo gli unici sofferenti, incompresi, rifiutati, traditi. Anche questo è cercare il Signore per se stessi, facendo di Lui un pupazzetto di peluche cui consegnare i nostri cuori spezzati, o per metterlo alla testa del nostro sindacato dei falliti.
E qui, accanto al capolinea di ogni gioia e speranza, Gesù ci attende attraverso i suoi angeli vestiti di risurrezione, immagine degli apostoli che giungono sino agli estremi confini della terra che è la vita di ogni uomo, sino alle soglie delle loro tombe. Essi, nel luogo esatto dove era stato deposto il Signore, quasi a descrivere il perimetro della sua esistenza terrena ormai trasformata, seduti laddove erano la testa e i piedi di quel corpo non più preda della morte, vibrano la domanda capace di svegliarci dalla rassegnazione mortale che ci ha rapito il desiderio di vivere e continuare a sperare rischiando noi stessi; proprio sulla soglia dell’abisso che ci sta per risucchiare nella disperazione, nelle ore grigie dove trasciniamo stancamente l’esistenza ripetendo gesti e parole svuotati d’ogni nerbo, accanto alla tomba che è divenuta la nostra vita, gli angeli ci scuotono per ridestarci alla vita vera: “donna, perchè piangi?”. Prendi in mano la tua vita di oggi, così com’è, e guardala bene e cerca la sorgente delle tue lacrime! Donna, che è come dire anima, perchè piangi?

Come Maria, come i discepoli, anche noi abbiamo camminato nella ricerca di un perchè al nostro dolore, di una risposta alla delusione che spegne a poco a poco ogni desiderio di bene, di pace, di felicità e di amore. Ma stiamo sbagliando oggetto e direzione. La paura continua ad afferrare la nostra esistenza, quella che sorge dal dubbio che è sempre il frutto di una carne ripiegata su se stessa. Essa conosce solo i limiti della morte, ha paura del futuro perchè il presente è avvelenato. La resurrezione è impensabile perchè non è nel Dna della carne che non può fornire alcun parametro per riconoscerla ed accoglierla. L’esperienza che portiamo dentro è quella del limite invalicabile che segna la morte; per questo la tomba diviene il luogo familiare dove poter piangere, dove fermare il carro della vita perchè più oltre non si può andare. Per questo la tomba è l’unico luogo possibile per l’amore umano di Maria e per il nostro, carnale, ovvero infranto sul limite della finitezza umana. Ella amava il Signore, eccome, ma il suo amore era destinato a divenire lacrime, dolore struggente di un cuore che non può andare oltre quella pietra. Il destino di ogni amore e di ogni sentimento carnale, dal più perverso al più sublime, è sempre e solo l’infrangersi contro il limite imposto dalla morte. E allora non si può far altro che piangere, raggomitolarsi nei ricordi, nelle speranze scivolate via, nei rimpianti. O cercare di dimenticare tutto, di fare come se nulla fosse, mentre quella pietra resta esattamente al suo posto, nell’attesa che, ad una delusione più grande, frantumi la corteccia dell’indifferenza per far sgorgare le lacrime riposte a forza in un angolo oscuro del cuore.

La domanda degli angeli risveglia il quesito più profondo, il bisogno di sapere perchè oggi siamo quel che siamo, soffrendo quel che soffriamo. Quella domanda riscatta la stessa domanda che ci portiamo dentro, quella che angosciava anche Giobbe, e che abbiamo chiuso nel carcere della rassegnazione, spegnendola nell’unica ragione capace di placarci un po’: siamo vittime di un’ingiustizia, e tanto basta a deporci, come automi, sulla soglia di una tomba a piangere sconsolati. Ma quella domanda come uno scrutinio, fondamentale in ogni percorso di iniziazione alla fede, risuscita in noi innanzi tutto la verità, la forza e la prepotenza del bisogno di senso e pienezza per la nostra vita. E così, come Maria, ridestati dal sonno spirituale che ci chiude gli occhi su ogni possibile prospettiva celeste e su ogni risposta diversa da quella che la carne sa dare, siamo quasi pronti ad accogliere l’assoluta novità capace di cambiare la nostra vita.

Prendiamo consapevolezza di quello che ci è accaduto, ci rendiamo conto che il nostro Signore, il senso primo e ultimo della nostra vita, Colui nel quale avevamo riposto la speranza, non c’è più. Che la ragione delle nostre lacrime non è l’ingiustizia, presunta o autentica, che ci ha colpiti. Il motivo del nostro pianto è che neanche davanti alla tomba dove pensavamo di spegnere desideri e progetti nell’accidia e nel cinismo con cui attraversare il frammento di vita che ci rimane, riusciamo a riposare; soffriamo ancora e sempre di più perchè neanche l’evidenza della morte e la sua presunta accettazione bastano a imbalsamare il nostro cuore. Desideriamo di più, nel cuore grida inesausto il bisogno di un al di là oltre la fine; siamo fatti per passare all’altra riva, le illusioni, la rassegnazione e neanche il dolore possono cancellare l’immagine e la somiglianza dell’eterno Dio nella quale  e per la quale siamo stati creati. Piangiamo perchè abbiamo fatto la stessa esperienza di Maria, come quella di Abramo sul Moria: un midrash racconta infatti cosi l’istante in cui Abramo stava per sacrificare suo figlio: “sgorgavano lacrime dagli occhi di Abramo e le lacrime cadevano su Isacco legato”. Abbiamo incontrato il Signore, ne abbiamo gustato l’amore e il perdono, la nostra vita ha cominciato a cambiare, ma ora, più nulla, ed è il dolore più grande, la speranza strappata dal cuore come accaduto a Maria; come ha sperimentato Abramo, il dolore per un figlio, il miracolo stesso di Dio nella nostra vita, da dover abbandonare, sacrificare, perdere. Tutto questo è sintetizzato nelle parole di Maria: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Ci hanno portato via la speranza e non sappiamo dove sia, perchè qui, nella tomba dove l’avevamo vista discendere, non c’è più. Vogliamo piangere il nostro Signore e non possiamo.

Gesù è risorto, è vivo, e non lo sappiamo, ma è accanto a noi proprio per risvegliare il desiderio invincibile seminato in noi da sempre, la scintilla di eternità che nessuna morte può spegnere. La Chiesa con i suoi angeli ci attendono e ci raggiungono ogni giorno laddove precipitiamo privi di speranza per prepararci all’incontro con Gesù risorto. E’ nostra madre, è inviata dall’Amato e per questo ci ama dialogando con il nostro cuore, ci spinge a guardare al Signore che è già accanto a noi; attraverso la predicazione e i sacramenti sana la nostra carne perchè possa accogliere il Cielo. E’ un dialogo fecondo, che accompagna il cammino alla Verità. E, come Maria, cominciamo a capire, lentamente, il nostro dolore. Solo così potremo vedere e credere e accogliere il Signore risorto.

Ed è qui che Gesù aggiunge alla prima domanda degli angeli il “Chi cerchi?” con cui scende deciso ancora più in fondo nel nostro cuore. Piangiamo perchè cerchiamo qualcuno, e non per la disfatta che sembra la nostra vita! Le lacrime sono per Lui, ed è il primo passo per uscire da noi stessi, dall’egocentrismo che ci schiaccia. Ecco, così comincia il cammino! Abbiamo ancora nel cuore il “mio Signore”! E’ per Lui che piangiamo! Desideriamo ancora Lui! Comincia così la guarigione perchè, come ha detto Benedetto XVI, Gesù risorto “ci libera dal male non in modo superficiale, momentaneo, ma ce ne libera radicalmente, ci guarisce del tutto e ci restituisce la nostra dignità” (Benedetto XVI). Sì, la dignità, perchè essa si rivela solo in un cuore che desidera Lui e Lui incontra, perchè Lui è la nostra dignità. Chi piange se stesso, chi fa della tomba la sua dimora dove coccolare il suo uomo vecchio, perderà velocemente la dignità, si abbandonerà ai compromessi e poi ai peccati, perchè essi sorgono sempre da un cuore che ha smarrito la speranza.

Piangiamo perchè Cristo è risorto! Ecco il paradosso della nostra vita! Piangiamo per la sua vittoria sulla morte, sui nostri fallimenti, e non ce ne rendiamo conto.Piangiamo di dolore senza sapere che quelle lacrime sono i distillati della gioia più pura. Per questo la Scrittura profetizza che che sarà cambiato il nostro lutto in gioia. Gesù non è più dentro quella tomba, non è lo stesso di prima, ha varcato la soglia della morte, del peccato, della carne. E’ vivo, è il “mio Signore”, ma qualcosa in Lui è cambiato radicalmente; viene dal Cielo, è vivo della vita celeste, una vita che non abbiamo ancora conosciuto. Le apparizioni di Gesù risorto ci indicano inequivocabilmente il cambiamento che lo hanno coinvolto. E’ carne, ma non è più solo carne. Ciò che durante la vita terrena era stato svelato in anticipo nella Trasfigurazione, è divenuto la sua realtà definitiva: nella carne brilla, permanentemente, la sua divinità. Per questo, la sola carne non può riconoscerlo. La carne non è preparata, per credere alla resurrezione è necessario un parametro nuovo, che non ci appartiene; occorre un intervento esterno, qualcuno che ci dia questo parametro, e ci insegni ad usarlo. Un segno che possiamo riconoscere e che ci sospinga al di là dei nostri limiti; un anello che congiunga la nostra realtà alla sua realtà; una chiave che apra in noi la porta per entrare, esattamente come siamo, poveri, deboli, precari e limitati, laddove ora Egli è, il Regno celeste che non conosce i confini della carne. E’ Lui, è lo stesso che i discepoli avevano conosciuto, ma è anche molto di più. E’ necessario qualcosa di inconfondibilmente suo cui aggrapparsi per riconoscerlo, una parola, un segno che desti nei discepoli la memoria e la induca ad un salto al di là della carne. Occorre una breccia nel Cielo, un indizio che parli al cuore e dischiuda gli occhi perchè riconoscano lo stesso Gesù visto e ascoltato in quella presenza assolutamente nuova e sorprendente, al punto d’essere scambiata per il custode del giardino. Occorre che Lui li chiami a sé, in quel nuovo sé che è diventato. Un cammino attraverso la carne per superare la carne, senza dimenticare la carne. L’esperienza di Maria e dei discepoli sarà quella di essere attirati da Cristo risuscitato nel suo Mistero Pasquale, nella dinamica che lo ha fatto passare dal Venerdì, attraverso il Sabato, all’aurora della Domenica; dalla Passione, attraverso la morte, alla resurrezione. Quest’ultima non è un evento slegato da ciò che lo ha preceduto, ne è il compimento, non l’annullamento. Per questo Gesù mostra le ferite, accompagnando coloro ai quali appare risuscitato nello stesso passaggio da Lui compiuto, senza eludere alcun momento, ma sigillandolo nella luce nuova e trasfigurante della Pasqua.

E qui, il momento decisivo. Maria ha compreso la ragione delle sue lacrime, ma cerca la soluzione e la consolazione nell’unica forma che conosce: prendere Gesù morto e riportarlo nella tomba, dove poterlo piangere. Ma la Sua voce, il suo nome scaturito da quelle labbra, “Maria”, e nessun giardiniere poteva chiamarla così, e quel brivido nell’udire quella voce colma del suo nome. E’ Lui, è il Maestro del mio cuore! E’ Lui, mi ha spiegato l’amore, e ora mi insegna che è eterno! Così anche per noi, il nostro nome pronunciato dalle Sue labbra in modo così unico e così Suo, ci ha aperto gli occhi e il cuore ad una possibilità impensabile. La sua voce e dentro la sua parola che pronuncia il nostro nome, ecco la chiave, il parametro che ci fa accogliere l’impossibile: E’ risorto! Solo Lui mi può chiamare così, solo Lui mi conosce così: Maria!, Quel nome in quella voce era tutta la sua storia, il suo intimo, ogni centimetro, ogni secondo. Quel nome veniva dal Cielo, in Gesù era già scritto nell’eternità; era accaduto l’impossibile, il salto da un’esistenza carnale limitata ad una vita che non ha limite. E’ l’incontro con Gesù risorto, che ha vinto la morte, che ha distrutto alla radice ogni motivo per fallire, per aver paura, per tradire, per illudersi, per dubitare! E’ l’incontro che canta il preconio pasquale “Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, promuove la concordia e la pace”. Quel nome pronunciato, “Maria!” le ha ricordato il suo amore, il perdono si è fatto di nuovo cosa viva, quell’esperienza unica di essere stata amata laddove nessuna l’aveva amata, e ora ascolta nel suo nome la notizia vera che quell’amore non era finito dentro ad una tomba ma aveva oltrepassato il limite di ogni altro amore; in quel nome il Signore le consegnava la certezza che nessuno le aveva portato via quell’amore, e che non era più la tomba il luogo dove andarlo a cercare per riviverlo nel ricordo e nel dolore, nella delusione di un’occasione unica di riscatto andata anch’essa in frantumi. Maria può riconoscere il Maestro trasformato, risorto, e così si vede trasformata anche lei, perchè colma di un amore che non aveva mai gustato, più grande di quello già sperimentato, un amore che non conosce morte. E’ questa la risurrezione per Maria di Magdala, la stessa offerta anche a noi oggi. Lui infatti appare anche a noi allo stesso modo, chiamandoci per nome attraverso la sua Chiesa, la predicazione, la liturgia e i sacramenti, attraverso la Parola che ci raggiunge e che porta incastonato il nostro nome, la nostra storia, senza che nulla di essa sia disperso. Anche oggi il Signore ci ricorda la sua opera d’amore con noi, e ci dona la certezza che essa non è destinata ad esaurirsi. La Pasqua è la fonte e la garanzia che quanto Dio ha operato in noi è vero, autentico, e non si corromperà mai; la Pasqua è il fondamento della speranza che non delude!

E’ la risurrezione che appare oggi dinanzi a noi, come apparve agli occhi di Maria quel mattino di Pasqua, come apparve l’agnello agli occhi di Abramo nell’istante in cui si preparava a sferrare il colpo su suo figlio. E’ qualcosa di totalmente nuovo, che dobbiamo imparare a conoscere, per passare dalla paura alla Pace. E’ un inizio che non teme quello che sarà perchè non ha paura di quello che già è: nella carne vi è già il seme di una vita nuova, che supera le angustie di quanto è destinato a perire. Ciascuno di noi è quello che è, e sarà ciò che sarà, e a nessuno è dato di sapere come sarà tra dieci anni, non sappiamo neanche cosa accadrà tra un istante. Ma il punto non è qui! La certezza che cerchiamo in un luogo ed in una persona non sono in un sepolcro; la domanda autentica e per questo decisiva che Gesù pone a Maria, come ad Andrea e a Giovanni ha una sola risposta: Colui che abbiamo compreso di cercare, il “mio Signore” non è più qui dove lo avevamo visto discendere cadavere; non è nella tomba a noi così familiare! Non è nei nostri fallimenti, perchè essi non sono la parola definitiva, l’assoluto della nostra esistenza. Essi sono il passaggio nel sepolcro, sono reali le sofferenze accidenti, il male ferisce, ma non finisce nel male la nostra vita, no! Non si esaurisce l’amore perchè si evapora una passione o un’affezione; ogni aspetto della nostra vita, ogni esperienza, ogni dolore, tutto in noi ci conduce nel “passaggio” che trasfigura la carne, che purifica la visione dei fatti e delle persone nella nuova luce della Pasqua, che sottrae all’assolutezza tutto ciò che assoluto e definitivo non è. E’ il cammino di Maria, lo svelamento dalla Verità che schiude gli occhi sino a riconoscere nella propria vita, accanto al proprio dolore, la novità che è l’unico e legittimo assoluto che abbraccia l’intera esistenza: Non è qui, è risorto! Non cercate tra i morti Colui che è vivo! Venite e vedete il luogo dove era stato deposto, guardate, è vuoto!

Eppure la carne, come in Maria, la fa ancora da padrona: riconosciutolo, lo vorremmo “trattenere”. Vivo sì, ma per noi, per la nostra vita, per i nostri affetti, per ridar vita a quanto di noi credevamo perduto. Per sistemare i nostri cuori, le nostre menti, le nostre vite. Lo vorremmo trattenere nei limiti angusti della nostra esistenza terrena. “Un’ ultima soglia deve essere varcata, la più importante di tutte: quella che permetterà a Maria di elevarsi dall’attaccamento al sensibile al livello della fede. Di non volgersi più verso il passato ma verso l’avvenire…. Ma bisogna che Gesù stesso le comunichi il messaggio pasquale: “Io salgo verso il Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (cfr. De La Potterie, cit.). Il luogo è dunque il Cielo, e la persona è Gesù risuscitato, il Messia atteso e vincitore di ogni morte. Conoscere il Signore e credere, vederlo con occhi nuovi, di fede, nella nostra vita, percorrendo, ogni giorno, il cammino della Maddalena. Dalla carne allo Spirito. Dalla terra al Cielo. Imparare a non trattenere il Signore, vivere ogni rapporto nella totale libertà della novità di vita dettata dalla Spirito Santo. Essere nuova creatura. Dimentichi del passato e protesi verso il futuro, le cose vecchie ormai passate, e non ritornare a rimescolare la stanca minestra dei dubbi, delle debolezze, dei fallimenti. Abbandonarci a Lui, alla sua vita celeste che viene a prendere dimora in noi. Morti e risorti con Lui, per non vivere più nulla per noi stessi, foss’anche Cristo stesso, ma vivere tutto per Lui, in Lui, con Lui. Camminare in una vita nuova, nelle opere che Dio Padre ha preparato “già” per noi, perchè noi le praticassimo.

Non dobbiamo cercare o inventare nulla per essere santi. Solo camminare sulle orme di Cristo, che tracciano la via della Croce, il candelabro preparato per noi. E’ questa la novità: la vita di Cristo in noi crocifissi con LuiMorti ma vivi. Nella semplicità della vita di ogni giorno, nell’amore di Cristo che ci spinge a compiere la volontà del Padre. Non ci sono “altrove”, c’è il “qui ed ora” della Sua volontà. Lì è vivo Cristo. Lì, come i rinati dallo Spirito, vivere ogni giorno come il vento, discernendo il momento presente, il kairos della Grazia, e uniti a Lui, offrirci a chi si fa nostro prossimo. Con il cuore e la mente nel Cielo e il corpo qui sulla terra. Liberi, abbandonati, la nostra vita tutta per Lui, il Signore che ha donato tutto per noi. I nostri nomi pronunciati oggi dalla voce inconfondibile di Gesù sono il sigillo sulla nostra vita, la garanzia che tutto è santo in noi! Il nostro nome pronunciato per amore è scritto in Cielo, ed è l’unica ragione per la nostra gioia.

Un verso di una poesia di Antonio Machado, poeta straordinario, dice:

«Si un grano del pensar arder pudiera,
no en el amante, en el amor,
sería la mas honda verdad la que se viera».

Che, tradotto alla lettera, significa:

“se un seme del pensare potesse ardere,
non nell’amante, ma nell’amore,
si potrebbe vedere la verità più profonda”.

E’ l’esperienza cui siamo chiamati, la stessa di Maria: un seme, un piccolissimo seme dei nostri pensieri, circa la storia, noi stessi, il matrimonio, il lavoro, un seme di quello che ora stiamo pensando ardere in Lui, nel suo Amore, e non nella nostra povera carne, amante sì ma inesorabilmente limitata; se un seme del nostro intimo, sofferente o felice che sia, potesse ardere in Colui che pronuncia il nostro nome, in Cristo che ci ama, potremmo vedere la verità più profonda, il fondamento eterno della nostra vita, la risurrezione che assorbe ogni istante della nostra storia, facendone un frammento di eternità. La verità più profonda, l’amore infinito che vince la morte e ci fa liberi e felici davvero.

Benedetto XVI. Maria di Magdala incontra Gesù
Messaggio di Pasqua, 8 aprile 2012

«Surrexit Christus, spes mea» – «Cristo, mia speranza, è risorto» (Sequenza pasquale).

Giunga a tutti voi la voce esultante della Chiesa, con le parole che l’antico inno pone sulle labbra di Maria Maddalena, la prima ad incontrare Gesù risorto il mattino di Pasqua. Ella corse dagli altri discepoli e, col cuore in gola, annunciò loro: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). Anche noi, che abbiamo attraversato il deserto della Quaresima e i giorni dolorosi della Passione, oggi diamo spazio al grido di vittoria: “E’ risorto! E’ veramente risorto!”.
Ogni cristiano rivive l’esperienza di Maria di Magdala. E’ un incontro che cambia la vita: l’incontro con un Uomo unico, che ci fa sperimentare tutta la bontà e la verità di Dio, che ci libera dal male non in modo superficiale, momentaneo, ma ce ne libera radicalmente, ci guarisce del tutto e ci restituisce la nostra dignità. Ecco perché la Maddalena chiama Gesù “mia speranza”: perché è stato Lui a farla rinascere, a donarle un futuro nuovo, un’esistenza buona, libera dal male. “Cristo mia speranza” significa che ogni mio desiderio di bene trova in Lui una possibilità reale: con Lui posso sperare che la mia vita sia buona e sia piena, eterna, perché è Dio stesso che si è fatto vicino fino ad entrare nella nostra umanità.
Ma Maria di Magdala, come gli altri discepoli, ha dovuto vedere Gesù rifiutato dai capi del popolo, catturato, flagellato, condannato a morte e crocifisso. Dev’essere stato insopportabile vedere la Bontà in persona sottoposta alla cattiveria umana, la Verità derisa dalla menzogna, la Misericordia ingiuriata dalla vendetta. Con la morte di Gesù, sembrava fallire la speranza di quanti confidavano in Lui. Ma quella fede non venne mai meno del tutto: soprattutto nel cuore della Vergine Maria, la madre di Gesù, la fiammella è rimasta accesa in modo vivo anche nel buio della notte. La speranza, in questo mondo, non può non fare i conti con la durezza del male. Non è soltanto il muro della morte a ostacolarla, ma più ancora sono le punte acuminate dell’invidia e dell’orgoglio, della menzogna e della violenza. Gesù è passato attraverso questo intreccio mortale, per aprirci il passaggio verso il Regno della vita. C’è stato un momento in cui Gesù appariva sconfitto: le tenebre avevano invaso la terra, il silenzio di Dio era totale, la speranza una parola che sembrava ormai vana.
Ed ecco, all’alba del giorno dopo il sabato, il sepolcro viene trovato vuoto. Poi Gesù si mostra alla Maddalena, alle altre donne, ai discepoli. La fede rinasce più viva e più forte che mai, ormai invincibile, perché fondata su un’esperienza decisiva: «Morte e vita si sono affrontate / in un prodigioso duello. / Il Signore della vita era morto, / ma ora, vivo, trionfa». I segni della risurrezione attestano la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della misericordia sulla vendetta: «La tomba del Cristo vivente, / la gloria del Cristo risorto, / e gli angeli suoi testimoni, / il sudario e le sue vesti».
Cari fratelli e sorelle! Se Gesù è risorto, allora – e solo allora – è avvenuto qualcosa di veramente nuovo, che cambia la condizione dell’uomo e del mondo. Allora Lui, Gesù, è qualcuno di cui ci possiamo fidare in modo assoluto, e non soltanto confidare nel suo messaggio, ma proprio in Lui, perché il Risorto non appartiene al passato, ma è presente oggi, vivo.

San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie sul Vangelo, 25,1-2.4-5 ; PL 76, 1189-1193

« Avete visto l’amato del mio cuore ? » (Ct 3,3)

Dobbiamo considerare quanta forza d’amore aveva invaso l’anima di questa donna, che non si staccava dal sepolcro del Signore, anche dopo che i discepoli se ne erano allontanati. Cercava colui che non aveva trovato, piangeva in questa ricerca e, accesa di vivo amore per lui, ardeva di desiderio, pensando che fosse stato trafugato. Accadde perciò che potè vederlo lei sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della Verità: “Chi persevererà sino alla fine sarà salvato” (Mt 10,22)…
I santi desideri infatti crescono col protrarsi dell’attesa. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri. Ha provato questo ardente amore chiunque è riuscito a giungere alla verità. Così Davide che dice: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 41,3). E la Chiesa dice ancora nel Cantico dei cantici: “Io sono malata d’amore” (Ct 5,8). E di nuovo dice: “l’anima mia è venuta meno” (Ct 2,5). “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Le viene chiesta la causa del dolore, perché il desiderio cresca, e chiamando per nome colui che cerca, s’infiammi di più nell’amore di lui.
“Gesù le disse: Maria!” (Gv 20,16). Dopo averla chiamata con l’appellativo generico del genere, senza essere riconosciuto, la chiama per nome; come se volesse dire: “Riconosci colui dal quale sei riconosciuta. Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale.” Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il Creatore e subito grida: “Rabbunì”, cioè “Maestro”: era lui che ella cercava all’esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca.

San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Discorsi sul Vangelo, 25 ; PL 76, 1188

« Perché piangi ? »

Maria, mentre piangeva, si chinò e guardò nel sepolcro. Eppure aveva già visto che era vuoto, e aveva annunciato la scomparsa del Signore. Perché allora si china ancora? Perché ancora desidera vedere? Perché l’amore non si accontenta di un solo sguardo; l’amore è una ricerca sempre più ardente. L’ha già cercato, ma invano; si ostina e finisce col ritrovarlo… Nel Cantico dei cantici, la Chiesa diceva dello Sposo: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore” (Ct 3,12). Due volte esprime la sua delusione: “L’ho cercato, ma non l’ho trovato”. Infine il successo corona i suoi sforzi: “Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: Avete visto l’amato del mio cuore. Da poco le avevo oltrapassate, quando trovai l’amato del mio cuore” (Ct 3,3-4).
Quanto a noi, quando, sul nostro letto, cerchiamo l’Amato? Durante i brevi riposi di questa vita, quando sospiriamo in assenza del nostro Redentore. Di notte lo cerchiamo, perché anche se il nostro spirito veglia già su di lui, i nostri occhi non vedono null’altro che la sua ombra. Ma poiché non troviamo l’Amato, alziamoci, facciamo il giro della città, cioè della santa assemblea degli eletti. Cerchiamolo con tutto il nostro cuore; guardiamo per le strade e per le piazze, cioè nei passaggi ripidi della vita o nelle sue vie spaziose; apriamo gli occhi, cerchiamo i passi dell’Amato del nostro cuore… Questo desiderio faceva dire a Davide: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Senza sosta, cercate il suo volto” (Sal 42,3).

San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie sui vangeli, 25 ; PL 76, 1188-1196

Ti chiama per nome

« Se l’hai portato via tu … » Come se Maria avesse già detto il motivo delle sue lacrime, parla di « lui », senza nemmeno aver pronunciato il suo nome. Tale è il segno dell’amore : sempre fissi in colui che si ama, si crede che tutti gli altri ne siano ugualmente occupati… Maria non immagina che si possa ignorare l’oggetto del suo immenso dolore.
Gesù le disse : « Maria ! » Dopo averla chiamata con l’appellativo generico di donna, senza essere riconosciuto, la chiama per nome ; come se volesse dire : « Riconosci colui dal quale sei riconosciuta ». Dio diceva lo stesso a Mosè, l’uomo perfetto : « Ti ho conosciuto per nome » (Es 33, 12). « Uomo » è il nome comune a tutti, invece, « Mosè » è il nome proprio, e il Signore gli dice chiaramente che lo conosce con il suo nome, e sembra dichiarargli : « Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale ».
Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il suo creatore e subito grida : « Rabbunì », cioè Maestro : era lui che lei cercava all’esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca… « Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli : ‘Ho visto il Signore’ e anche ciò che le aveva detto ». In questo momento il peccato degli uomini abbandona il cuore da cui era entrato. Poiché nel Paradiso, è stata una donna a tendere all’uomo il frutto della morte ; al sepolcro, è nuovamente una donna, ad annunciare la vita agli uomini e a riportare le parole di colui che dà la vita.