Dal Vangelo secondo Luca 19,1-10.
Entrato in Gerico, attraversava la città.
Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E’ andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Oggi è speciale: per ciascuno di noi è come fu quel giorno per Zaccheo, “l’Arci-pubblicano, arci-peccatore” e ricco e perduto. Oggi non si può indurire il cuore, il sole è sorto per ascoltare la sua voce e farci entrare in Paradiso, come fu quel pomeriggio per il ladrone crocifisso accanto a Gesù: in un istante si vide spalancare le porte del Cielo, per uno sguardo, per una parola. Oggi è speciale, il Signore deve passare proprio dalle nostre parti, deve fermarsi a casa nostra, come fu per Zaccheo. Quel giorno Gesù era entrato in Gerico, come Giosuè; l’aveva conquistata guarendo un povero cieco: al suo grido di dolore s’era fatta risposta una parola del Signore, e le mura erano crollate; aveva votato allo sterminio ogni demonio, la  città era ormai bonificata; Gerico era “purificata”, come Zaccheo, il cui nome significa “puro”. La città degli uomini era divenuta, per amore di Zaccheo, la Città di Dio; scriveva Sant’Agostino: “Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste. Quella trova la sua gloria in sé stessa, questa nel Signore. Quella cerca la gloria tra gli uomini, per questa la gloria più grande è Dio, testimone della coscienza. Quella solleva il capo nella sua gloria, questa dice al suo Dio: Tu sei la mia gloria e sollevi il mio capo… Ambedue tuttavia ugualmente si servono dei beni temporali e ugualmente sono afflitte dai mali temporali, distinte solo da diversa fede, diversa speranza, diverso amore”. Gesù era entrato in Gerico, la attraversava, e così preparava Zaccheo ad essere cittadino della Città di Dio, a vivere nel diverso amore seminato dal suo passaggio.

Zaccheo non lo sapeva. Non poteva immaginare che Gesù, entrando nella sua città, aveva fatto scendere la sua Grazia tutto intorno a lui, perchè potesse correre, e cercarlo, e incontrarlo. Aveva conquistato una città intera per salvare lui, per dare compimento alla sua primogenitura, alla sua vita, per farlo puro, come già era scritto nel suo nome. Così oggi Gesù entra e conquista la nostra “città” per farne il luogo di Grazia dove poterlo incontrare, dove possa dirci come alla Vergine Maria: “Ti saluto o piena di Grazia, il Signore è con te!“. Nel luglio del 529, durante il Concilio omonimo, fu sottoscritto nella città di Orange, vicina ad Avignone, un testo di fondamentale importanza, che nel gennaio 531, Papa Bonifacio II approvò con una sua lettera. Nella conclusione del documento, non a caso, si trovano le figure evangeliche del buon ladrone, del centurione Cornelio e di Zaccheo, a testimonianza che «quella fede così mirabile non proviene dalla natura ma è dono della bontà divina». Nella sua lettera il Papa si rallegra del sensus fidei cattolico apparso ad Orange e ne conferma le ispirazioni scrivendo che “la retta fede in Cristo e il sorgere della buona volontà viene ispirata, per grazia preveniente di Dio, alle facoltà proprie dei singoli individui…. è evidente che la fede per cui crediamo in Cristo, così come ogni bene, proviene ai singoli uomini dal dono della grazia divina, non dal potere della natura umana”.
Zaccheo aveva saputo qualcosa di Gesù e tentava di precederlo, spinto dalla Grazia che previene; intuiva che l’amore di quell’Uomo lo avrebbe condotto sino a lui. Di una cosa sola era certo: era un peccatore pubblico e ricco: oggetto di disprezzo e invidia; e poi quei “guai” annunciati da quel Rabbì di Galilea e che risuonavano, sinistri, anche da quelle parti: guai a chi ride, a chi è sazio, guai ai ricchi perchè sono già consolati… Ma Zaccheo aveva certamente ascoltato anche dell’originalità di quel Nazareno: andava a mangiare dai peccatori come lui, dai pubblicani e dai ricchi come lui, e non temeva di contaminarsi come tutti gli altri rabbini che lo guardavano con odio e disprezzo. Chissà, forse con un po’ di fortuna, avrebbe potuto averlo come ospite. Certamente, non era felice; era una vita scomoda la sua, con tutti quegli occhi sprezzanti e pieni di odio addosso. Per questo, anche la curiosità di Zaccheo, come la nostra, accesa dall’eco della fama di Gesù, è già opera della Grazia. Dentro quella curiosità si addensava anche l’insoddisfazione e l’eco di una promessa che ogni uomo reca sigillata nel cuore: è Gesù la risposta, la salvezza, la felicità vera. Così Zaccheo corre per vederlo, e noi con lui, e non sospettiamo che quella corsa ci sta portando dritti a un appuntamento che non abbiamo preso; ma che ha preso Gesù, e lo tiene annotato da sempre sull’agenda del suo zelo. E saliamo sul sicomoro, immagine della nostra storia, incapaci di accettare la nostra piccolezza e inadeguatezza, e che ci sembra soffocare in mezzo agli altri. Eppure, anche questo arrampicarsi per paura di non poter vedere e capire, diviene un luogo santo, il Sinai dove vedere Dio e non morire. Ogni sicomoro allora è, misteriosamente e paradossalmente, pienezza del tempo e dello spazio; siamo quel che siamo, ci arrampichiamo, sgomitiamo, vogliamo emergere, siamo affamati di senso e compiutezza, e combiniamo di tutto. Ma in questo tutto così meschino e ridicolo sul quale ci issiamo, è già inscritta la salvezza. L’oggi che ci vede sul sicomoro è l’oggi dell’incontro con la salvezza. Il sicomoro è piantato nella città purificata, è debolezza innestata sulla potenza di Dio. Dobbiamo imparare a guardare con occhi diversi le nostre debolezze, come quelle di chi ci è accanto. I moralismi che vorrebbero sradicare i sicomori della fragilità e della precarietà, possono precludere il cammino incontro al Signore. Chi non guarda alla propria vita e a quella dei figli, di ogni prossimo, con la certezza che il Signore è già entrato nella città e la sta attraversando e purificando nel suo amore, dirigendosi proprio verso quel sicomoro, ha già chiuso le porte alla misericordia.
Ma Gesù sa tutto. Lui conosce il nostro nome, la nostra storia, il nostro cuore, come conosceva quello di Zaccheo: “Puro”, scendi subito, che devo fermarmi a casa tua. Così ci chiama oggi, e non importa se non siamo puri, i suoi occhi intrisi di misericordia ci vedono così… Gesù sa perfettamente dove ci siamo issati, e alza lo sguardo per incontrarci proprio lì. Lui ci ama, sempre e comunque, a prescindere. Per questo, spinto da un’irrefrenabile esplosione d’amore, Lui deve venire, e restare a casa nostra. Noi a cercare di vederlo, e Lui a cercare e a salvare quello che era perduto. E non c’è tempo di mettere ordine, di spazzare, non c’è tempo di prepararci all’incontro. Lui ci anticipa sempre. E’ solo la Sua Parola a cambiare, anche oggi, la nostra vita: “scendi”. Torna in te, rientra nella verità e non temere. Scendi i gradini del cammino che ti conduce al battesimo, perchè Gesù vuole stare con noi, con me, con te. Altro non conta. Passato, presente, futuro, tutto è racchiuso in una Parola d’amore: “Non temere, scendi, il ti amo così come sei“.
Gesù anche oggi è ai nostri piedi, come nella notte prima di morire sulla Croce, e si mette in ginocchio davanti a ciascuno di noi; ci guarda dal basso, lavandoci i piedi, perdonando ogni nostro peccato. Gesù è il Maestro, ha autorità, non come gli scribi e i farisei che insegnavano senza compiere nulla di quello che dicevano. Il Signore ha autorità perché ci chiama a raggiungerlo dove già Lui è arrivato. Se ci dice di scendere è perché Lui è già sceso, e ci aspetta lì, nella verità della nostra vita, dove ha deposto il suo amore. È questo un principio educativo molto importante, decisivo, per i genitori, per i presbiteri, per i catechisti, per qualunque educatore. Stare già dove si vuole chiamare e condurre i giovani, i figli, il gregge. È l’autorità dell’autenticità, quella di Gesù, alla quale Zaccheo ha ubbidito rapidamente e naturalmente. L’autorità che non è moralismo, se non misericordia e verità, amore infinito che compie già quello che annuncia chiamando all’obbedienza. Per entrare a casa sua Gesù non pone condizioni, non esige che cambi vita:  la conversione sarà un frutto, perchè l’agire segue sempre l’essere, e l’essere deve essere prima rinnovato.
La pedagogia di Cristo è questa, preparare tutto, purificare l’ambiente, fare bella ogni cosa, attraente, perchè laddove Lui è e si ferma, tutto acquista uno splendore, una luce, una bellezza nuova, che è impossibile resistergli. Perchè non scendiamo mai dai nostri sicomori? Perchè, mentre ci ripetiamo che sarebbe bello seguire Gesù, restiamo chiusi nei nostri progetti, nei criteri, e continuiamo la nostra vita? Perchè cadiamo sempre negli stessi peccati? Per debolezza? Certo, siamo piccoli come Zaccheo. Ma c’è una ragione più profonda, ed è quella che, in controluce, emerge dall’incontro di Gesù con Zaccheo. La spiega S. Agostino: “Se il poeta ha potuto dire [cita Virgilio, Ecl. 2 ]: “Ciascuno è attratto dal suo piacere”, non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo». Per convertirci, per obbedire alla grazia che ci previene e lasciare quello che abbiamo oggi tra le mani, per seguire Gesù occorre essere guardati da Lui, è necessario incontrare una bellezza che ci ferisca e ci rapisca il cuore. Bisogna innamorarsi al punto che tutto il resto, ma proprio tutto, divenga secondario rispetto a Cristo, spazzatura ed impedimento, come diceva San Paolo; “La vita dell’uomo” infatti, scriveva San Tommaso, consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione” (San Tommaso d’Aquino, Secunda secundae, in Summa Theologiae, q. 179, art. 1.).
Zaccheo ha incontrato lo sguardo di Cristo e se ne è innamorato; ha trovato l’affetto che sostiene la vita, la sua più grande soddisfazione. Commenta S. Agostino: “E il Signore vide proprio Zaccheo. Fu visto e vide; ma se non fosse stato veduto, non avrebbe visto… Siamo stati veduti perché potessimo vedere; siamo stati amati affinché potessimo amare” (S. Agostino, Discorso 174). Zaccheo è stato guardato, e per questo ha visto lo sguardo nel quale ha potuto specchiarsi, e vedersi bello, compiuto, realizzato. Zaccheo, piccolo, certamente nevrotico e sempre in lotta con se stesso e con i suoi complessi, in cerca di un sicomoro per raggiungere e superare gli altri, ha incontrato gli occhi di Gesù, e ci è potuto entrar dentro, e vedersi come non si era mai visto: innanzi tutto conosciuto, e per questo cercato, accolto e amato; e poi, in quello sguardo profondo come l’infinito che non puoi neanche abbracciare, ha trovato la pace, la statura ideale per la sua vita, l’amore di Cristo. In quello sguardo sono evaporati i complessi, e Zaccheo ha raggiunto l’equilibrio, si è riconciliato con se stesso; per lui, quegli occhi erano divenuti una piscina battesimale dove annegare l’uomo vecchio, schiavo delle menzogne, attaccato alla corruzione dei quattro denari sottratti per rubare spazio, dignità, statura, e da dove risorgere come una creatura nuova. Zaccheo incontrando Cristo si è ritrovato uomo, debole, piccolo, eppure perfetto e bello, perchè raggiunto e trasfigurato nell’amore: infatti, “noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2 Cor. 3,18).
Zaccheo, cercato e perdonato senza condizioni, vede il suo cuore trasformato in una sorgente d’amore. Liberato da se stesso si dona senza misura. E’ questa l’esperienza che ha cambiato la vita a San Francesco nella notte di Spoleto: “Appena giunto nella città più vicina (Spoleto), udì nella notte il Signore, che in tono familiare gli diceva: Francesco, chi ti può giovare di più: il signore o il servo, il ricco o il poverello? Il signore e il ricco, rispose Francesco. E subito la voce incalzò: E allora perché lasci il Signore per il servo; Dio così ricco, per l’uomo, così povero? Francesco, allora: “Signore, che vuoi che io faccia? Il Signore rispose: Ritorna nella tua terra, perché la visione, che tu hai avuto, raffigura una missione spirituale, che si deve compiere in te, non per disposizione umana, ma per disposizione divina. Venuto il mattino, egli ritorna in fretta alla volta di Assisi, lieto e sicuro. Divenuto ormai modello di obbedienza, restava in attesa della volontà di Dio”. Francesco, come Zaccheo, torna nella sua terra, nella sua storia, perchè “laddove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia”. E vi torna pieno di gioia accogliendovi Cristo. Ecco la sorgente della gioia! Accogliere Cristo che si è “auto-invitato” nella nostra casa, per legare l’uomo forte, il demonio, e strappargli i beni che aveva rubato. Accogliere la salvezza e vedere tutto con occhi nuovi, gli occhi di Cristo. “Io lo guardo ed egli mi guarda diceva il contadino di Ars in preghiera davanti al Tabernacolo. Questa attenzione a lui è rinuncia all’«io». Il suo sguardo purifica il cuore. La luce dello sguardo di Gesù illumina gli occhi del nostro cuore; ci insegna a vedere tutto nella luce della sua verità e della sua compassione per tutti gli uomini” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2715). Riconciliato con Dio e con se stesso e la propria storia, Zaccheo e ciascuno di noi, è ormai libero e può riconciliarsi con tutti, e di tutti avere compassione. Un cuore amato, toccato e abitato da Cristo già vive in un altro mondo, sua Patria è il Cielo, dove sono infrante le dure leggi della carne e del profitto. Olivier Clément ha scritto che i cristiani autentici sono riconosciuti nel mondo perché si sente che tali persone “hanno scoperto qualcos’altro, che si radicano in un altrove così reale da esser pronti a dare la propria vita per esso. Un altrove che non fa vivere in un altro posto, come una droga, ma che consente di amare in maniera disinteressata”. Nessuna difesa, l’uomo nuovo Zaccheo, ricreato in Cristo, non si appartiene più, è del suo Signore, e, in Lui, di ogni fratello. L’incontro con Lui fa scaturire la comunione, rompe le barriere dell’egoismo e apre orizzonti nuovi: nasce la Chiesa, il Popolo che gratuitamente riceve e gratuitamente dona.
Era necessario che Cristo si fermasse a casa sua perchè vi potesse entrare la salvezza. E, subito, la sua casa si trasforma in viscere di misericordia. Laddove si ferma il Signore regna infatti la misericordia, e anche le cose più ordinarie divengono occasioni nelle quali si compie una missione straordinaria: annunciare l’amore infinito di Dio compiuto in un peccatore, un traditore, un ladro. Zaccheo, con San Paolo, può ben dire che “lo stesso Iddio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2 Cor. 4, 6 ss.). Il volto di Cristo è davvero rifulso nel cuore malato e perduto di Zaccheo, come su quello di ciascuno di noi; resteremo quello che siamo – carattere, fisico, debolezze, non cresceremo e resteremo piccoli di statura – e la Grazia abiterà sempre in un vaso di creta; ma proprio perchè è così, la nostra vita sarà un riverbero dello sguardo di Cristo offerto al mondo perchè la salvezza entri in ogni casa; la vita di Zaccheo è divenuta un annuncio di speranza, nonostante le mormorazioni e lo scandalo che sempre provoca la conversione impensata, magari proprio di chi ci ha frodato e ingannato. Ma, come scriveva Sant’Agostino, “per quanto sia lodata e per quanto sia esaltata la virtù, che senza la vera pietas è utile alla gloria degli uomini, non la si può nemmeno paragonare ai primi piccoli passi dei santi, cioè di coloro la cui speranza è posta nella grazia e nella misericordia del vero Dio. Siamo chiamati infatti – attraverso i nostri piccoli passi che ad ogni oggi ridiventano i primi – a rivelare a tutti che in ogni desiderio di felicità è inscritto il desiderio di Dio. E che, prima ancora di essere desiderato, Lui è già lì, pieno di misericordia, a guardarci con amore infinito.
Mons. Luigi Giussani. Zaccheo
“Il capo della mafia di Gerico, Zaccheo, si arrampica su un sicomoro per vederLo, perché era piccolo di statura. Gesù gli passa vicino, guarda su, dove si era issato, e gli dice: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Immaginiamo che cosa ha dovuto sentire quell´uomo! È come se Cristo gli avesse detto: «Io ti stimo, Zaccheo, fai presto a scendere, vengo a casa tua». Ma quell´incontro non sarebbe vero – sarebbe come se non fosse avvenuto duemila anni fa – se non avvenisse adesso. Un uomo non può aderire a Cristo se non percepisce che è vero oggi! Gli incontri con persone che ci guardano e ci comprendono come Gesù ha guardato e compreso Zaccheo, e che noi possiamo guardare, sono i fatti più importanti della vita. «Guardate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi»: è l´invito di uno dei primi documenti cristiani, la Didaché”.
Un’altra volta c’era il capomafìa di un paese, di una grossa città, anche adesso se ne parla: Gerico. Lui, dicevo, era il capomafìa, il capo dei gabellieri, venduto ai romani. Sentì dire che c’era Gesù in paese, perché tutti ne parlavano in quelle zone. Passò davanti alla folla e si arrampicò su un sicomoro, una pianta non tanto alta, per poterlo vedere passare, perché lui era troppo piccolo. La folla si avvicina, Gesù sta parlando, Gesù passa, gli è lì davanti, si ferma: «Zaccheo, io ho stima di te, vengo a casa tua. Va’, perché vengo a casa tua». Non so cosa abbia fatto Zaccheo poi nella vita, potrà averne fatte peggio di prima, ma nella sua vita la cosa che stava in mezzo all’anima, attorno a cui il cuore si avvinghiava, nella speranza e nel dolore, nel pentimento e nell’espiazione, era il ricordo di quell’istante, l’istante in cui quell’uomo lo guardò e gli disse: «Zaccheo»
LEGENDA MAGGIORE – Vita di san Francesco d’Assisi 
di SAN BONAVENTURA DA BAGNOREGIO 1032-1033
Di lì a poco si mise in viaggio; ma, appena giunto nella città più vicina (Spoleto), udì nella notte il Signore, che in tono familiare gli diceva: “Francesco, chi ti può giovare di più: il signore o il servo, il ricco o il poverello? “. ” Il signore e il ricco “, rispose Francesco. E subito la voce incalzò: ” E allora perché lasci il Signore per il servo; Dio così ricco, per l’uomo, così povero? “. Francesco, allora: ” Signore, che vuoi che io faccia? “. ” Ritorna nella tua terra -rispose il Signore – perché la visione, che tu hai avuto, raffigura una missione spirituale, che si deve compiere in te, non per disposizione umana, ma per disposizione divina “. Venuto il mattino, egli ritorna in fretta alla volta di Assisi, lieto e sicuro. Divenuto ormai modello di obbedienza, restava in attesa della volontà di Dio.
Da allora, sottraendosi al chiasso del traffico e della gente, supplicava devotamente la clemenza divina, che si degnasse mostrargli quanto doveva fare. Intanto la pratica assidua della preghiera sviluppava sempre più forte in lui la fiamma dei desideri celesti e l’amore della patria celeste gli faceva disprezzare come un nulla tutte le cose terrene. Sentiva di avere scoperto il tesoro nascosto e, da mercante saggio, si industriava di comprare la perla preziosa, che aveva trovato, a prezzo di tutti i suoi beni. Non sapeva ancora, però, in che modo realizzare ciò: un suggerimento interiore gli faceva intendere soltanto che il commercio spirituale deve iniziare dal disprezzo del mondo e che la milizia di Cristo deve iniziare dalla vittoria su se stessi.
Benedetto XVI. “Oggi devo fermarmi a casa tua. In fretta scese e l’accolse”. 
L’autentica realizzazione dell’uomo e la sua vera gioia non si trovano nel potere, nel successo, nel denaro, ma soltanto in Dio, che Gesù Cristo ci fa conoscere e ci rende vicino. E’ questa l’esperienza di Zaccheo. Egli, secondo la mentalità corrente, ha tutto: potere e denaro. Può dirsi un “uomo arrivato”: ha fatto carriera, ha raggiunto ciò che voleva e potrebbe dire, come il ricco stolto della parabola evangelica, “anima mia hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divertiti” (Lc 12,19). Per questo il suo desiderio di vedere Gesù è sorprendente. Che cosa lo spinge a ricercare l’incontro con Lui? Zaccheo si rende conto che quanto possiede non gli basta, sente il desiderio di andare oltre. Ed ecco che Gesù, il profeta di Nazaret, passa da Gerico, la sua città. Di Lui gli è giunta l’eco di alcune parole inconsuete: beati i poveri, i miti, gli afflitti, gli affamati di giustizia.
Parole per lui strane, ma forse proprio per questo affascinanti, nuove. Vuole vedere questo Gesù. Ma Zaccheo, seppure ricco e potente, è piccolo di statura. Perciò corre avanti, sale su un albero, un sicomoro. Non gli importa di esporsi al ridicolo: ha trovato un modo per rendere possibile l’incontro. E Gesù arriva, alza lo sguardo verso di lui, lo chiama per nome: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5). Nulla è impossibile a Dio! Da questo incontro scaturisce per Zaccheo una vita nuova: accoglie Gesù con gioia, scoprendo finalmente la realtà che può riempire veramente e pienamente la sua vita. Ha toccato con mano la salvezza, ormai non è più quello di prima e come segno di conversione si impegna a donare metà dei suoi beni ai poveri e a restituire il quadruplo a chi aveva derubato. Ha trovato il vero tesoro, perché il Tesoro, che è Gesù, ha trovato lui! Amata Chiesa che sei in Venezia! Imita l’esempio di Zaccheo e vai oltre! Supera e aiuta l’uomo di oggi a superare gli ostacoli dell’individualismo, del relativismo; non lasciarti mai trarre verso il basso dalle mancanze che possono segnare le comunità cristiane. Sforzati di vedere da vicino la persona di Cristo, che ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
S. Agostino. Zaccheo
DISCORSO 174
L’episodio di Zaccheo in senso allegorico. Il sicomoro, la croce di Cristo. La croce sulla fronte.
3. 3. Ma tu dirai: Se io sarò Zaccheo, a causa della folla non potrò vedere Gesù. Non rattristarti, sali sull’albero dove, per te pendette Gesù e vedrai Gesù. E su quale specie di albero salì Zaccheo? Su di un sicomoro. Nelle nostre regioni o non esiste affatto o forse raramente cresce in qualche luogo, ma in quelle località abbonda questa specie e il frutto. Sono chiamati sicomori dei pomi simili ai fichi, ma tuttavia diversi; lo possono sapere coloro che li videro e li gustarono. Tuttavia, per quanto indicano con l’etimologia del nome, in latino i sicomori sono detti ” falsi fichi “. Ora guarda il mio Zaccheo, osservalo, ti prego, mentre vuole vedere Gesù in mezzo alla folla e non ne è capace. Egli era umile infatti, la folla era superba; e proprio la folla, come capita abitualmente in una ressa, impediva a se stessa di vedere bene il Signore; si sollevò al di sopra della folla e vide Gesù, non essendo di ostacolo la folla. La folla infatti si rivolge agli umili, a coloro che percorrono la via dell’umiltà, a coloro che affidano a Dio le ingiurie ricevutela e che non cercano la vendetta sui nemici, la folla insulta e dice: Uomo senza difesa, che non ti puoi vendicare. La folla fa in modo che non si veda Gesù; la folla, che si gloria, che si vanta quando è riuscita a vendicarsi, ostacola perché non si veda colui che, crocifisso, dice: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno 10. Perciò, volendolo vedere, Zaccheo, nel quale si figurava la persona degli umili, non badò alla folla che ostacolava, ma salì su un sicomoro come l’albero del falso frutto. Dice infatti l’Apostolo: Noi predichiamo Cristo crocifisso, certamente scandalo per i Giudei – considera il sicomoro – stoltezza invece per i Pagani 11. Infine, a motivo della croce di Cristo, i sapienti di questo mondo c’insultano e dicono: Che saggezza avete voi che adorate un Dio crocifisso? Quale sapienza abbiamo? Non di certo la vostra. La sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio 12. Non abbiamo davvero la vostra saggezza. Ma voi dite stolta la nostra saggezza. Dite pure quello che volete; noi possiamo salire sul sicomoro e vedere Gesù. Voi non potete vedere Gesù appunto perché vi vergognate di salire sul sicomoro. Si aggrappi Zaccheo al sicomoro, salga umile la croce. E’ poca cosa il suo salire: per non arrossire della croce di Cristo, la fissi sulla fronte dove ha posto l’onore, proprio là, là, sulla parte del volto dove appare il rossore, là si fissi per non provarne vergogna. Penso che tu te ne ridi del sicomoro, però esso mi ha permesso di vedere il Signore. Ma tu te ne ridi del sicomoro, perché sei uomo; ma la stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini 13.
Necessità della grazia preveniente.
4. 4. E il Signore vide proprio Zaccheo. Fu visto e vide; ma se non fosse stato veduto, non avrebbe visto. Quelli infatti che ha predestinati, li ha anche chiamati 14. Egli è colui che parlò a Natanaele, il quale – per così dire, con la sua testimonianza, già stava collaborando al Vangelo – disse: Da Nazareth può venire qualcosa di buono? 15 Il Signore a lui: Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto quando eri sotto l’albero di fico 16. Voi sapete come i primi peccatori, Adamo ed Eva, si adattassero delle cinture. Quando peccarono si adattarono delle cinture di foglie di fico e coprirono le parti vergognose 17; infatti a causa del peccato suscitarono il senso della vergogna. Pertanto, se si fecero cinture i primi peccatori – dai quali discendiamo, nei quali eravamo periti – venendo egli a cercare e a salvare ciò che era perduto, con foglie di fico si fecero di che coprire le parti vergognose, che altro si volle dire con: Ti ho visto quando eri sotto l’albero di fico, all’infuori di: Non saresti venuto a colui che purifica dai peccati se egli per primo non ti avesse veduto nel velamento del peccato? Siamo stati veduti perché potessimo vedere; siamo stati amati affinché potessimo amare. Il mio Dio, la sua misericordia mi precederà 18.
Accogliere Gesù nel cuore.
4. 5. Ora dunque il Signore, che aveva accolto Zaccheo nel cuore, si è degnato di essere ospitato nella casa di lui. Disse: Zaccheo, scendi subito, perché devo fermarmi in casa tua 19. (Quello riteneva un grande beneficio vedere Gesù). Egli, che considerava un grande e indicibile beneficio vederlo passare, meritò immediatamente di averlo in casa. Viene infusa la grazia, la fede opera per mezzo dell’amore; Cristo, che già abitava nel cuore, viene ricevuto in casa. Dice a Cristo Zaccheo: Signore, dò la metà dei miei beni ai poveri e, se in qualche cosa ho frodato alcuno, restituisco il quadruplo 20. Quasi a dire: Per questo mi trattengo una metà, non in possesso, ma per avere di che rendere. Ecco in realtà che vuol dire ricevere Cristo, accoglierlo in cuore. Era là infatti Cristo, era in Zaccheo e attraverso di lui Zaccheo diceva a se stesso ciò che ascoltava dalla bocca di lui. Dice infatti così l’Apostolo: Che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori 21.
Quanti si credono sani infuriano contro il medico. Il sangue del medico è il rimedio per l’uccisore.
5. 6. Perciò, perché si trattava di Zaccheo, che era il capo dei Pubblicani, che era assai peccatore, quella folla, apparentemente sana, che impediva di vedere Gesù, rimase stupita e contestò il fatto che Gesù era entrato nella casa di un peccatore. Era questo un riprovare l’ingresso del Medico nella casa di un malato. Perché appunto da peccatore Zaccheo fu deriso, fu deriso in realtà, lui sano, da gente insana, Gesù rispose ai derisori: Oggi la salvezza è entrata in questa casa 22. Ecco il motivo del mio ingresso: Oggi è entrata la salvezza. Se il Salvatore non fosse entrato, in quella casa non sarebbe assolutamente entrata la salvezza. Perché, infermo, ti meravigli allora? Chiama anche tu Gesù, non crederti sano. Chi riceve il medico è un malato che ha speranza; è un infermo senza rimedio chi, per insensatezza, fa morire il medico. Che follia è mai quella di chi uccide il medico? Non è grande veramente la bontà e la potenza del medico che del suo sangue ha fatto la medicina per il suo insensato uccisore? Colui che era venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto non diceva infatti: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno 23, mentre pendeva innocente sulla croce? Sono dei folli, io sono medico, infieriscano, tollero con pazienza; nell’uccidermi darò allora la sanità. Facciamo parte dunque di coloro che egli risana. E’ parola umana e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori 24; grandi e piccoli, a salvare i peccatori. Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto 25.
S. Ambrogio. Zaccheo
“Ritorniamo ora nelle grazie dei ricchi: non vogliamo offenderli, in quanto desideriamo, se possibile, guarirli tutti. Altrimenti, impressionati dalla parabola del cammello, e lasciati da parte nella persona di Zaccheo, essi avrebbero un giusto motivo per ritenersi ingiuriati!”. E prosegue con tono più confacente al contenuto: “ Essi debbono apprendere che non c’è colpa nell’essere ricchi, ma nel non saper usare delle ricchezze: le ricchezze, che nei malvagi ostacolano la bontà, nei buoni devono costituire un incentivo alla virtù. Ecco, qui il ricco Zaccheo è scelto da Cristo: dona la metà dei suoi beni ai poveri, e restituisce fino a quattro volte quanto aveva fraudolentemente rubato. Fare solo la prima di queste due cose non sarebbe stato sufficiente, poiché la generosità non conta niente, se permane l’ingiustizia!”.