dal Vangelo secondo Lc 17, 7-10

In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimbóccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Siamo stati comprati a caro prezzo. Il Sangue di Cristo ci ha strappato da una vita inutile e meschina per trasferirci nel suo Regno. Già ora, già oggi. Ci ha riscattati perchè gli appartenessimo come il suo tesoro più prezioso. Per questo la nostra vita può donarsi gratuitamente. Senza “utili”, senza altro guadagno che Lui. E ci pare poco? E’ Lui la nostra ricompensa: “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice, nelle tue mani è la mia vita. Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, la mia eredità è magnifica” (Sal. 16). Così ogni cosa è trasfigurata, liberata dai pesi del possesso e dei compromessi; ogni uomo diviene oggetto delle nostre attenzioni, dell’oblazione gratuita della nostra vita, perchè in lui non si cerca più un utile, sparisce dall’orizzonte l’interesse. Chi, come i leviti, non ha una terra è libero per dedicarsi al servizio del santuario: giorno e notte la sua vita è presa dal servizio, perchè il Signore è la sua ricompensa, la sua terra, non deve preoccuparsi di null’altro; serve senza cercare nulla, come Marta ai piedi di Gesù ha scelto la parte buona, che nessuno potrà mai sottrarle. Il Signore è colui che dà senso e sostanza alla sua vita, ed ogni istante è un luogo delizioso colmo della sua presenza dove offrirsi a Lui incontrato nelle persone e negli eventi. Così il levita è un segno per Israele, come, a loro volta, Israele e la Chiesa lo sono per le Nazioni: una profezia del Cielo che si rivela e si compie nel servizio “inutile”, senza utile, gratuito, perchè la vera ricompensa è nei Cieli. Poveri, senza patria, i cristiani servono ogni uomo nella precarietà che spera nella provvidenza, primizia della ricompensa celeste. E’ questo il senso delle Parole del Signore secondo il testo greco. Inutili è proprio senza “utile”, e non senza utilità come normalmente comprendiamo seguendo l’interpretazione della traduzione latina della “Vulgata”. E’ pur certo che siamo nulla, e che senza di Lui non possiamo fare niente. “Puro impedimento” come diceva S. Ignazio di Loyola. Ma anche la consapevolezza della nostra povertà, dell’estrema debolezza che caratterizza ogni nostra azione è una porta che dischiude sull’abbandono totale alla sua potenza. E’ Lui che opera tutto in noi, e per questo qualsiasi pensiero, azione, in famiglia come nella Chiesa, al lavoro come a scuola, è naturalmente gratuito: non ci appartiene, è suo!

La castità ad esempio: è il segno della gratuità, dell’amore autentico, il dono che non ricerca utili per se stesso. La castità pre-matrimoniale e poi matrimoniale è la cifra di un amore che guarda al bene dell’altro, purificato dalla soddisfazione di se stesso, e non rende l’altro un oggetto da utilizzare. E’ casto chi ha il Signore come sua eredità, ed ogni atto che concerne la sessualità diviene un servizio del santuario di Dio che è l’altro, un’apertura costante alla vita che in esso è custodita, la presenza stessa di Dio nel Santo dei Santi che il partner custodisce nel suo intimo. La castità è la realizzazione di un amore autentico che rispetta e serve il bene e la libertà dell’altro; è l’amore che fa quello che deve fare, ciò che risponde autenticamente alla natura dell’uomo, persona creata ad immagine e somiglianza di Dio, che è puro amore e dono senza riserve: “Uomo e donna, nel mistero della creazione, sono un reciproco dono… E l’uomo vi riscoprirà continuamente se stesso come custode del mistero del soggetto, cioè della libertà del dono, così da difenderla da qualsiasi riduzione a posizioni di puro oggetto. Il corpo, infatti, e soltanto esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: lo spirituale e il divino. Esso è stato creato per trasferire nella realtà visibile del mondo il mistero nascosto dall’eternità in Dio, e così esserne segno. L’uomo appare nel mondo visibile come la più alta espressione del dono divino, perché porta in sé l’interiore dimensione del dono” (Giovanni Paolo II, Catechesi del 20 febbraio 1980).

Quanto scritto dal Beato Giovanni Paolo II è valido per ogni relazione umana, chiamata ad essere casta perchè a servizio del bene dell’altro, orientata al dono, alla gratuità. Per questo in un altro momento il Signore ci ammonisce a non invitare a pranzo quanti hanno di che ricambiare, accogliere parenti, amici, colleghi come poveri, per amore, senza doppi fini, gratuitamente. Siamo chiamati a fare quanto Dio ha preparato per noi, ad essere sua immagine, perfetti come il Padre nostro. Un figlio fa quello che deve fare non per obbligo ma per la natura che lo rende somigliante ai genitori: ha gli occhi di suo padre o di sua madre, il modo di camminare, spesso proprio il loro stesso carattere e il loro modo di fare; ha assorbito ciò che ha visto dalla nascita, custodisce il Dna inconfondibile. Così, se siamo figli di Dio gli assomiglieremo: a poco a poco, nel cammino di fede che dura tutta la vita, saremo conformati alla sua immagine che è stata seminata in noi: in Lui ameremo come Lui, anche il nemico, dal quale non solo non ci aspettiamo gratitudine, ma, al contrario, attendiamo insulti, rancore, odio e gelosia, e forse anche la morte: “amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste… Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt, 5, 33 ss.).

Siamo dunque figli nel Figlio, servi nel Servo: apparteniamo interamente al nostro Signore. Ogni istante ed ogni opera sono da Lui, per Lui e in Lui. Servi che vivono in una specialissima intimità con Cristo. Scriveva Elisabetta della Trinità: “Vorrei dire a tutte le anime quali sorgenti di forza, di pace e anche di felicità troverebbero se provassero a vivere in questa intimità con Dio. Egli è l’Amore, e vuole che noi viviamo in sua compagnia”. Eseguire gli ordini di un Signore che ha donato tutto se stesso per i suoi servi vuol dire pace, gioia, libertà, vita piena. E Lui i suoi servi li chiama amici, attratti nella Sua intimità, oggetto delle sue più intime confidenze. Amici ai quali consegna, come perle preziose, le parole udite dal Padre. Parole come gocce di Grazia a suscitare in noi il volere e l’operare secondo la volontà di Dio. Gli ordini del Signore che danno luce agli occhi e pace al cuore, sono le stesse parole del Padre che ci fanno liberi di donarci. Servi nel Servo per vivere nell’obbedienza imparata, con il Signore, attraverso la Croce e le sofferenze di ogni giorno. L’obbedienza che, istante dopo istante, ci salva, e ci fa essere quello che Dio ha pensato per noi. Senza aspettare o sperare ricompense in questo mondo. Sulla terra si tratta di perdere la vita, seguire il Signore per servirlo, per essere eternamente laddove Lui è. Il Vangelo di oggi ci invita a guardare al Cielo, alla corona che ci aspetta dopo aver lottato e combattuto la buona battaglia che dà morte a ciò che appartiene alla terra: “impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria» (Col. 3,5-6). Fare tutto pensando alle cose di lassù ci fa gustare la libertà dell’uomo nuovo ricreato in Cristo, rivestiti della carità; la libertà che, sola, può farci vivere intensamente le cose della terra. Intensamente perchè autenticamente, come occasioni per donare e servire, sperando solo il riscatto di ogni uomo. “E’ vero che noi siamo cittadini di un’altra «città», dove si trova la nostra vera patria, ma il cammino verso questa meta dobbiamo percorrerlo quotidianamente su questa terra. Partecipando fin d’ora alla vita del Cristo risorto dobbiamo vivere da uomini nuovi in questo mondo, nel cuore della città terrena” (Benedetto XVI, Udienza del 27 aprile 2011).

In questo contesto si comprende anche la missione della Chiesa, chiamata a servire l’umanità, senza nulla sperare se non lo stesso destino del suo Signore: persecuzione, croce e morte. Tutto il resto è pura menzogna: al di fuori della Croce non abbiamo su questa terra dove reclinare il capo; consolazioni, successi, prestigio, ricompense non si coniugano con l’amare. La Chiesa è mossa dalla carità di Cristo che urge e spinge sino ai confini della terra, senza sperare alcun utile. La Chiesa è la serva inutile come Cristo, l’unico servo realmente disinteressato, che lava i piedi di coloro che – e lo sapeva – lo avrebbero tradito e abbandonato. Laddove la Chiesa è libera di chinarsi e lavare i piedi gratuitamente, quando fissa il Cielo ove riportare i figli dispersi, può annunciare la Verità, perchè questa sarà sempre intrisa di misericordia, senza i compromessi che le servano quale salvacondotto per le coscienze e passaporto per essere accolta e legittimata nel mondo. Nella Chiesa siamo tutti chiamati ad essere servi che fanno quello che devono fare, la parte assegnata dalla provvidenza, secondo l’azione dello Spirito Santo. Chi pastore, chi madre, chi padre, chi sul letto del dolore, chi nella vedovanza, chi nella verginità o nei mille altri modi escogitati dalla fantasia di Dio colma di zelo per ogni anima. Ciascuno servo libero e autentico, che vive controcorrente, segno di contraddizione e per questo di salvezza, incarnazione dell’agape riversata nel suo cuore. I discepoli che lavano i piedi ai nemici muoiono ogni giorno “per cause di servizio“. Costellano la storia di “morti bianche” per le quali nessuno si indigna, il martirio che semina, silenziosamente e nascostamente, la salvezza nella storia. Per questo, ogni giorno, di fronte al loro sacrificio, si rinnova quanto descritto dal Libro della sapienza: “Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d’immortalità” (Sap. 2, 24 ss.) Una madre è madre, si sveglia presto, prepara la colazione, riassetta la casa, prepara da mangiare, rammenda i pantaloni, soffre accanto a suo marito e ai suoi figli: è madre nelle sue stesse viscere, solo l’inganno del demonio può spingerla a ribellarsi e ad esigere gratitudine, accampando diritti che avvelenano la natura stessa del suo essere sposa e madre, puro dono che imprime il carattere dell’amore a tutta la famiglia. Così ciascuno di noi è servo nella forma nella quale Dio lo ha scelto per vivere, in virtù della vocazione celeste; ogni giorno senza alcuna bramosia di utili, abbandonati alla fedeltà di Dio, nella certezza che Lui opera anche laddove sembra il contrario, nel fallimento umano, nella totale inutilità.

E’ infatti nella notte oscura della fede, dei sentimenti, di qualsiasi utile per la carne e per lo spirito che il servo vive il culmine della sua chiamata, la perfezione della sua vita. E’ ancora una volta il paradosso della sapienza crocifissa che il mondo non può comprendere. Santa Teresa d’Avila, San Giovanni della Croce, Santa Teresa di Lisieux, Padre Pio e la Beata Teresa di Calcutta, per citarne alcuni, hanno vissuto lunghi anni nell’aridità totale. Innescati da una fiamma d’amore che ne ha sconvolto l’esistenza, hanno poi trascorso il resto della vita nel servizio autentico, purificato da ogni passione, da ogni sensibilità, da qualunque desiderio. “C’è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua – e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto” (Beata M. Teresa di Calcutta, Lettere al suo direttore spirituale). Nell’abisso di questa esperienza lo scalpello di Dio dà compimento alla sua opera plasmando il servo perfetto; quando tutto ci sembra assurdo, quando anche il servizio più puro – quello di una madre, di un missionario, di una suora di clausura – invece di pace reca sofferenza, è il momento privilegiato dove essere, sino in fondo, servi autentici. Quando sperimentiamo l’abbandono di tutti, e nulla ci consola e dà senso alla nostra vita, siamo crocifissi nel servizio di Cristo, che ha sperimentato, lancinante, anche l’abbandono del Padre. Lì sulla Croce ha servito pienamente ogni uomo; inchiodato al Legno ha compiuto l’opera affidatagli dal Padre. Non aveva che la sua carne, la sua vita di quel momento, quel dolore acuto a percuotergli le membra e a spaccargli l’anima. Lui solo, senza poter fare nulla se non restare inchiodato resistendo alle lusinghe del demonio, spogliato di tutto, inutile e peggio, morente come un fallito e bestemmiatore. Dopo aver arato e pascolato il gregge dalla Galilea a Gerusalemme, era Lì, su quella Croce: con le vesti strappate serviva al Padre il banchetto più buono, la vita perdonata e riscattata di ogni uomo. Crocifisso, era il servo diletto nel quale il Padre si compiaceva perchè traboccante dell’unico amore capace di salvare, quello gratuito che, nell’ora del martirio, fa dire: “Padre, perdonali perchè non sanno quello che fanno”. Così anche noi, sulla croce di ogni giorno, specialmente quella che azzera la nostra vita, quando, come scriveva Taulero, “veniamo abbandonati in tal modo da non aver più nessuna conoscenza di Dio e cadiamo in tale angoscia da non sapere più se siamo mai stati sulla via giusta, né più sappiamo se Dio esiste o no, o se noi stessi siamo vivi o morti”; quando “su di noi cade un dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprima”; nel tempo in cui “non abbiamo più nessuna esperienza né conoscenza di Dio, ma anche tutto il resto ci appare ripugnante, sicché ci pare di essere prigionieri tra due mura”, siamo pronti per servire davvero. Non ci resta che la nostra vita, le cose fatte senza alcun gusto divengono i sacrifici perfetti e di soave odore, la quotidianità intrisa di aridità e dubbi e angosce è trasfigurata nel servizio puro e innocente che profuma di Paradiso. E’ questa vita inutile, che sembra non recare alcun guadagno né a noi né al prossimo, che appare gettata via stoltamente come spazzatura, magari derisa e sottoposta alla tentazione di essere cambiata, è proprio questa vita di oggi il servizio per il quale ci siamo affacciati su questo mondo.

Prigionieri tra due mura diveniamo i servi che, come aveva scoperto il Card. Van Thuan nel carcere dove nulla ormai poteva fare, servono Dio e non le sue opere: “Una notte, dal profondo del mio cuore ho sentito una voce che mi suggeriva: «Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che tu hai compiuto e desideri continuare a fare, visite pastorali, formazione dei seminaristi, religiosi, religiose, laici, giovani, costruzione di scuole, di foyer per studenti, missioni per l’evangelizzazione dei non cristiani… tutto questo è un’ opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutte queste opere, mettendole nelle sue mani, fallo subito, e abbi fiducia in lui. Dio lo farà infinitamente meglio di te; lui affiderà le sue opere ad altri che sono molto più capaci di te. Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere!».

Card. Van Thuan

DIO E LA SUA OPERA
A causa del tuo amore infinito,
Signore,
mi hai chiamato a seguirti,
a essere tuo figlio e tuo discepolo.
Poi mi hai affidato una missione
che non somiglia a nessun’altra,
ma con lo stesso obiettivo degli altri:
essere tuo apostolo e testimone.
Tuttavia, l’esperienza mi ha insegnato
che io continuo a confondere le due realtà:
Dio e la sua opera.
Dio mi ha dato il compito delle sue opere.
Alcune sublimi,
altre più modeste;
alcune nobili,
altre più ordinarie.
Impegnato nella pastorale in parrocchia,
tra i giovani,
nelle scuole,
tra gli artisti e gli operai,
nel mondo della stampa,
della televisione e della radio,
vi ho messo tutto il mio ardore
impiegando tutte le capacità.
Non ho risparmiato niente,
neanche la vita.
Mentre ero così appassionatamente
immerso nell’azione,
ho incontrato la sconfitta
dell’ingratitudine,
del rifiuto di collaborazione,
dell’incomprensione degli amici,
della mancanza di appoggio dei superiori,
della malattia e dell’infermità,
della mancanza di mezzi…
Mi è anche capitato, in pieno successo,
mentre ero oggetto di approvazione,
di elogi e di attaccamento per tutti,
di essere all’improvviso spostato
e cambiato di ruolo.
Eccomi, allora, preso dallo stordimento vado a tentoni,
come nella notte oscura.
Perché, Signore, mi abbandoni?
Non voglio disertare la tua opera.
Devo portare a termine il tuo compito,
ultimare la costruzione della Chiesa…
Perché gli uomini attaccano la tua opera?
Perché la privano del loro sostegno?
Davanti al tuo altare, accanto all’eucaristia,
ho sentito la tua risposta, Signore:
«Sono io colui che segui e non la mia opera!
Se lo voglio mi consegnerai il compito affidato.
Poco importa chi prenderà il tuo posto;
è affar mio.
Devi scegliere Me! ».
Nell’isolamento
a Hanoi (Nord Viet Nam),
11 febbraio 1985,
Memoria dell’ Apparizione dell’Immacolata a Lourdes

Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
A Simple Path, p. 106

« Siamo servi inutili »

Non preoccupatevi di cercare la causa dei grandi problemi dell’umanità; accontentatevi di fare ciò che potete fare per risolverli, portando il vostro aiuto a coloro che ne hanno bisogno. Alcuni mi dicono che facendo la carità agli altri, solleviamo gli Stati dalle loro responsabilità verso i bisognosi e i poveri. Non per questo m’inquieto, perché, di solito, gli Stati non offrono l’amore. Faccio semplicemente quanto posso fare, il resto non è di mia competenza.

Dio è stato tanto buono per noi! Lavorare nell’amore, è sempre un mezzo per avvicinarsi a lui. Guardate ciò che Cristo ha fatto durante la sua vita sulla terra ! L’ha passata beneficando (At 10,38). Ricordo alle mie sorelle che egli ha passato i tre anni della sua vita pubblica curando i malati, i lebbrosi, i bambini e altri ancora. Proprio questo facciamo predicando il Vangelo con le nostre azioni.

Consideriamo un privilegio servire gli altri ; e proviamo ad ogni istante di farlo con tutto il cuore. Sappiamo bene che la nostra azione non è altro che una goccia di acqua nell’oceano, eppure senza la nostra azione, questa goccia mancherebbe.

Madre Teresa di Calcutta: «la notte della fede» accettata come un dono


di Raniero Cantalamessa

Cosa successe dopo che Madre Teresa disse il suo sì all’ispirazione divina che la chiamava a lasciare tutto per mettersi a servizio dei più poveri dei poveri? Il mondo ha conosciuto bene ciò che avvenne intorno a lei – l’arrivo delle prime compagne, l’approvazione ecclesiastica, il vertiginoso sviluppo delle sue attività caritative -, ma fino alla sua morte nessuno ha conosciuto ciò che avvenne dentro di lei.

Lo rivelano i diari personali e le lettere al suo direttore spirituale, di cui è imminente la pubblicazione a cura della Postulazione della causa per la canonizzazione. Non credo che gli editori, prima di decidersi a darli alle stampe, abbiano dovuto superare la paura che tali scritti possano suscitare sconcerto o addirittura scandalizzare i lettori. Lungi da diminuire la statura di Madre Teresa, essi infatti la ingigantiscono, ponendola a fianco dei più grandi mistici del cristianesimo.

«Con l’inizio della sua nuova vita a servizio dei poveri – scrive il gesuita Joseph Neuner che le fu vicino -, una opprimente oscurità venne su di lei». Bastano alcuni brevi stralci per darci un’idea della densità delle tenebre in cui si venne a trovare: «C’è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua – e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto».

Non è difficile riconoscere subito in questa esperienza di Madre Teresa un caso classico di quello che gli studiosi di mistica, dietro san Giovanni della Croce, sono soliti chiamare la notte oscura dello spirito. Taulero fa una descrizione impressionante di questo stato: «Allora veniamo abbandonati in tal modo da non aver più nessuna conoscenza di Dio e cadiamo in tale angoscia da non sapere più se siamo mai stati sulla via giusta, né più sappiamo se Dio esiste o no, o se noi stessi siamo vivi o morti. Cosicché su di noi cade un dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprima. Non abbiamo più nessuna esperienza né conoscenza di Dio, ma anche tutto il resto ci appare ripugnante, sicché ci pare di essere prigionieri tra due mura».

Tutto lascia pensare che questa oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte, con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere giubilante: «Oggi la mia anima è ricolma di amore, di gioia indicibile e di una ininterrotta unione d’amore». Se a partire da un certo momento non ne parla quasi più, non è perché la notte è finita, ma perché ella si è ormai adattata a vivere in essa. Non solo l’ha accettata, ma riconosce la grazia straordinaria che racchiude per lei. «Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché credo ora che essa è una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla terra».

Il silenzio di Madre Teresa

Il fiore più profumato della notte di Madre Teresa è il suo silenzio su di essa. Aveva paura, parlandone, di attirare l’attenzione su di sé. Anche le persone a lei più vicine non hanno sospettato nulla, fino alla fine, di questo interiore tormento della Madre. Su suo ordine, il direttore spirituale dovette distruggere tutte le sue lettere e se alcune se ne sono salvate è perché egli, con il permesso di lei, ne aveva fatto una copia per l’arcivescovo e futuro cardinale Trevor Lawrence Picachy, tra le cui carte furono trovate dopo morte. L’arcivescovo, per nostra fortuna, si era rifiutato di accondiscendere alla richiesta di distruggerle, fatta anche a lui dalla Madre.

Il pericolo più insidioso per l’anima nella notte oscura dello spirito è di… accorgersi che si tratta, appunto, della notte oscura, di quello che grandi mistici hanno vissuto prima di lei e quindi di far parte di una cerchia di anime elette. Con la grazia di Dio, Madre Teresa ha evitato questo rischio, nascondendo a tutti il suo tormento sotto un eterno sorriso. «Tutto il tempo a sorridere, dicono di me le sorelle e la gente. Pensano che il mio intimo sia ricolmo di fede, fiducia e amore…Se solo sapessero come il mio essere gioiosa non è che un manto con cui copro vuoto e miseria!». Un detto dei Padri del deserto dice: «Per quanto grandi siano le tue pene, la tua vittoria su di esse sta nel silenzio». Madre Teresa lo ha messo in pratica in maniera eroica.

Non solo purificazione

Ma perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita? Qui c’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che hanno vissuto e spiegato i maestri del passato, compreso san Giovanni della Croce. Questa notte oscura non si spiega con la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta via purgativa, che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva. Madre Teresa era convinta che si trattasse proprio di questo nel caso suo; pensava che il suo «io» fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerla così a lungo in quello stato.

Ma non era certo questo. La interminabile notte di alcuni santi moderni è il mezzo di protezione inventato da Dio per i santi di oggi che vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. È la tuta d’amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l’isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi, provocando corti circuiti…

San Paolo diceva: «Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne» (2 Cor 12,7). La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace. «Il dolore interiore che sento – diceva – è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente». Quanto è lontano dal vero Christopher Hitchens quando nel suo saggio velenoso Dio non è grande. La religione avvelena ogni cosa (Einaudi 2007) fa di Madre Teresa un prodotto dell’era mediatica!

C’è una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: l’imitazione di Cristo, la partecipazione all’oscura notte dello spirito che avvolse Gesù nel Getsemani e in cui morì sul Calvario, gridando: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Madre Teresa è giunta a vedere sempre più chiaramente la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il Sitio di Gesù sulla croce: «Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi…Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore…Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l’eternità».

Sarebbe grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. Nel fondo dell’anima, queste persone godono di una pace e gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio. Santa Caterina da Genova paragona la sofferenza delle anime in questo stato a quella del Purgatorio e dice che essa «è così grande, che solo è paragonabile a quella dell’Inferno», ma che c’è in esse una «grandissima contentezza» che sola si può paragonare a quella dei santi in Paradiso. La gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell’unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima. Era lei che si «ingannava» sul suo conto, non la gente.

A fianco degli atei

Il mondo d’oggi conosce una nuova categoria di persone: gli atei in buona fede, coloro che vivono dolorosamente la situazione del silenzio di Dio, che non credono in Dio ma non si fanno un vanto di ciò; sperimentano piuttosto l’angoscia esistenziale e la mancanza di senso del tutto; vivono anch’essi, a loro modo, in una notte oscura dello spirito. Nel suo romanzo La peste Albert Camus li chiamava «i santi senza Dio». I mistici esistono soprattutto per essi; sono loro compagni di viaggio e di mensa. Come Gesù, essi «si sono assisi alla mensa dei peccatori e hanno mangiato con loro» (cf. Lc 15,2).

Questo spiega la passione con cui certi atei, una volta convertiti, si sono buttati sugli scritti dei mistici: Claudel, Bernanos, i due Maritain, L. Bloy, lo scrittore J.-K. Huysmans e tanti altri sugli scritti di Angela da Foligno, T.S. Eliot su quelli di Giuliana di Norwich. Vi ritrovavano lo stesso paesaggio che avevano lasciato, ma questa volta illuminato dal sole. Pochi sanno che l’autore di Aspettando Godot, Samuel Beckett, nel tempo libero leggeva san Giovanni della Croce.

La parola «ateo» può avere un senso attivo e un senso passivo. Può indicare uno che rifiuta Dio, ma anche uno che – almeno così gli sembra – è rifiutato da Dio. Nel primo caso, si tratta di un ateismo di colpa (quando non è in buona fede), nel secondo di un ateismo di pena, o di espiazione. In quest’ultimo senso possiamo dire che i mistici, nella notte dello spirito, sono degli a-tei, dei senza Dio e che anche Gesú, sulla croce, era un «ateo», un senza-Dio.

Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei: «Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’Inferno è la perdita di Dio… Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del danno, di Dio che non mi vuole, di Dio che non è Dio, di Dio che in realtà non esiste. Gesù, ti prego perdona la mia bestemmia». Ma si rende conto della natura diversa, di solidarietà e di espiazione, di questo suo «ateismo»: «Voglio vivere in questo mondo così lontano da Dio e che ha voltato le spalle alla luce di Gesù, per aiutare la gente, prendendo su di me qualcosa della loro sofferenza». Il rivelatore più chiaro che si tratta di un «ateismo» di ben altra natura è la sofferenza indicibile che esso provoca nei mistici. Gli atei comuni non si tormentano in questo modo per il loro ateismo!

I mistici sono giunti a un passo dal mondo dove vivono i senza Dio; hanno sperimentato la vertigine di buttarsi giù. È ancora Madre Teresa che scrive al suo padre spirituale: «Sono stata sul punto di dire No… Mi sento come se qualcosa un giorno o l’altro dovesse spezzarsi in me». «Prega per me, che io non rifiuti Dio in quest’ora. Non lo voglio ma temo di poterlo farlo». Per questo i mistici sono gli ideali evangelizzatori nel mondo post-moderno, dove si vive etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. Ricordano agli atei onesti che non sono «lontani dal regno di Dio»; che basterebbe loro spiccare un salto per ritrovarsi dalla sponda dei mistici, passando dal nulla al tutto. Aveva ragione Karl Rahner di dire: «Il cristianesimo del futuro, o sarà mistico, o non sarà». Padre Pio e Madre Teresa sono la risposta a questo segno dei tempi. Non dobbiamo «sprecare» i santi, riducendoli a distributori di grazie, o di buoni esempi.