Vangelo Lc 13,18-21

In quel tempo, Gesù diceva: “A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo rassomiglierò? È simile a un granellino di senapa, che un uomo ha preso e gettato nell’orto; poi è cresciuto e diventato un arbusto, e gli uccelli del cielo si sono posati tra i suoi rami”.
E ancora: A che cosa rassomiglierò il regno di Dio? È simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre staia di farina, finché sia tutta fermentata”.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

E’ l’insignificanza che redime la vita, il paradosso di quel sepolcro che ha aperto le fauci e ha inghiottito il Signore. Egli ha deposto il Regno di Dio – il destino eterno per il quale siamo stati creati – al di là dell’ultimo gradino che l’uomo possa discendere. Dal momento in cui Cristo è stato adagiato nella tomba, ogni tomba è divenuta Regno di Dio. La domanda che si pone Gesù stesso, rivela l’assoluta novità annunciata dal Vangelo: “A che cosa paragonerò il Regno di Dio? A cosa lo rassomiglierò?” Non dice a che cosa paragonerò il principio del Regnola sua crescita, il suo compimento. Dice: il Regno di Dio è simile a un granello di senapa, è simile a un po’ di lievito. Il Regno di Dio è già compiuto nel suo inizio, e in tutta la sua storia. Il Regno di Dio è qui ed ora. In altre parabole il Signore descrive il suo diffondersi, ma con le parole di oggi ci svela una notizia capace di cambiare radicalmente la nostra vita. Il granello di senapa, il più piccolo tra i semi, è immagine dell’estrema piccolezza cui si avvia la nostra vita, la situazione nella quale viviamo oggi, esito dell’umiliazione cocente subita. Il lievito, farina vecchia e putrida, è immagine di quanto, nella nostra vita, si sta oggi corrompendo. Il Regno di Dio è l’esatto contrario di ciò che immaginiamo, e si nasconde dove meno ce lo aspettiamo: “Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Isaia 56,8-9).

Regno di Dio vuol dire: Dio c’è. Dio vive. Dio è presente e agisce nel mondo, nella nostra – nella mia vita. Dio è la realtà più presente e decisiva in ogni atto della mia vita, in ogni momento della storia” (J. Ratzinger, Discorso al Convegno dei catechisti, 10 dicembre 2000). Questa realtà si rivela presente e decisiva nella morte. Come per il seme, come per il lievito. Come per Gesù. Il Regno è laddove tutto scappa dalle mani e non si può più controllare; laddove non si comprende nulla di quanto sta accadendo, al limite esatto oltre il quale ci attendono la disperazione, l’esaurimento, la resa. Il Regno di Dio è Cristo stesso adagiato su quel limite, il suo sepolcro che si fa terra e farina, ciò che sono, oggi, le nostre esistenze. 
Il chicco caduto in terra infatti, se non muore resta solo. Il Signore gettato in questo mondo come un banalissimo chicco di Vita, abbandonato in un giardino, giustiziato su una croce, sepolto in una grotta, ha salvato una moltitudine immensa, e tra questa anche noi. E’ Lui che fa della nostra vita il suo Regno, proprio laddove essa ci viene strappata. Gesù ci attende oggi al capolinea dei sogni e dei progetti, dell’amore e degli affetti, degli ideali e delle filosofie, della politica e della finanza; Egli ci attende per riscattarci, per colmarci di Lui, della Sua vita piena ed eterna. Non è morte, è vita! Non è sepolcro, è Regno di Dio! “La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. Nella sua profondità l’uomo non vive di pane, ma nell’autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e gli è permesso di amare” (J. Ratzinger, Omelia per il Sabato Santo).
Il granello di senapa, il lievito, l’umana e carnale insignificanza, costituiscono l’autenticità del nostro essere; spogliati di ogni orpello sperimentiamo che non viviamo di pane e che siamo nati per divenire pane; laddove tutto ci è tolto si erge, vittorioso, l’amore di Cristo, quale unica fonte e ragione di vita. Gettati nella storia come un granello di senapa, impastati nei giorni come lievito, siamo chiamati ad essere, in Cristo, cittadini del Regno di Dio: esso è in noi e con noi visita la storia, i luoghi della nostra vicenda umana, per divenire un albero capace di accogliere – tra le nostre braccia crocifisse – gli uccelli del cielo, immagine biblica dei popoli pagani. La nostra insignificanza redenta fermenta i mille non senso che atterriscono gli uomini, schiudendo loro le porte del Regno. Così, il martirio silenzioso di ogni giorno che ci attende, incruento e quindi neppure eroico, rivela l’autenticità e il valore della nostra vita.
In Giappone la Chiesa vanta decine di migliaia di martiri. Essa ha conosciuto quasi trecento anni di solitudine, stretta da una persecuzione feroce. Nulla che lasciasse presagire un cambiamento. Non fu una settimana, un mese, un anno. Furono migliaia di giorni, e generazioni che sorgevano e tramontavano nella cappa asfissiante di una vita nascosta, nel timore delle delazioni, ogni preghiera sussurrata, le feste celebrate con gli abiti di ogni giorno: niente sacerdoti, niente sacramenti dopo il battesimo, niente chiese. Solo la propria vita dentro un’interminabile e buia catacomba. Ma il Regno di Dio era lì, nascosto, invisibile, disciolto come lievito nella storia comune di ogni giorno. Insignificanti, i kakure kiristan (cristiani nascosti) hanno vissuto aggrappati alla promessa dei missionari: “torneremo un giorno…”. La fede è stata l’unica roccia cui aggrappare la loro vita. Moltissimi di loro, i più, non hanno visto quel giorno con gli occhi della carne. Ma il regno di Dio non si è mai allontanato dal Giappone: in mezzo alle persecuzioni, nell’insignificanza e nel disprezzo, nel dissolversi quotidiano di ogni speranza umana, esso ha fecondato quella terra, ha fermentato quel popolo. In quei giorni intrisi di fede Dio era presente in loro, nascosto con loro. Nessuno poteva sapere o immaginare. Anche a Roma erano convinti che non vi fossero più cristiani in Giappone. Invece, un giorno di marzo del 1865, a Nagasaki dove aveva costruito una cappella per i commercianti stranieri, ancora vigente l’editto di persecuzione, un missionario francese è raggiunto da una notizia sconvolgente: “abbiamo lo stesso cuore!”. Erano un pugno di uomini e donne, un granello di senapa, un po’ di lievito. Erano i discendenti dei martiri, nascosti nella terra, nella farina, nella solitudine di ogni giorno. Ed ora erano lì, pronti a stendere ancora le braccia, ad offrire la propria vita, con lo stesso cuore di Cristo. L’insignificanza aveva partorito il senso autentico e profondo celato in essa. Molti di essi morirono martiri poco tempo dopo, testimoniando l’amore di Dio sino alla fine. E’ questa è la comunità cristiana, la Chiesa di Cristo: braccia distese sulla Croce della misericordia, distese verso ogni uomo, il peggiore, il più peccatore, il più perduto.

ABBIAMO LO STESSO CUORE! IL SEME DI NAGASAKI HA DATO IL SUO FRUTTO

Il chicco di grano caduto in terra a Nagasaki e scoperto, ormai albero forte e robusto, quando si pensava fosse ormai seccato.

A Nagasaki, quel 17 marzo del 1865, sembrava una giornata come qualsiasi altra. Padre Petitjean, dopo aver finito il pranzo, prese un panno asciutto ed entrò nella nuova cappella di Oura, nel quartiere di Murakami. Come ogni giorno, poteva scorgere, attraverso la porta parzialmente aperta, la folla di spettatori che lo scrutavano con curiosità. A causa del divieto del magistrato, i giapponesi non avrebbero fatto un ulteriore passo avanti verso la chiesa. Quando ebbe finito le pulizie, si inginocchiò davanti all’altare e strinse le mani. Pasqua era vicina.
Erano appena passate le dodici e trenta quando udì un lieve rumore dietro di lui; si voltò, e vide quattro o cinque giapponesi in silenzio intenti a fissarlo. Gli uomini indossavano abbigliamento trasandato e le loro facce sembravano cotte al sole. Lo guardavano timidamente, i loro occhi erano come quelli dei topi quando scrutano l’ambiente circostante; ma quando Padre Petitjean girò la testa verso di loro, si ritirarono velocemente. Con un sorriso forzato congiunse di nuovo le mani e riprese la sua preghiera.
Ancora una volta udì un debole rumore. Questa volta però rimase inginocchiato e non prestò attenzione ai curiosi, così da offrire loro del tempo per guardare l’altare e le statue di Gesù e Maria. Gli uomini presero un po’ di coraggio: sentì dei passi, i giapponesi sembravano venire ancora più vicino. “Queste cose strane in fila qui. . . Sai come si chiamano? “. Erano ormai tanto vicini da poter ascoltare la loro conversazione. Padre Petitjean Era così nervoso da trovarsi sul punto di piangere.
Ad un tratto una donna gli chiese: «Signore. . . Dove si trova la statua di Santa Maria? “
Padre Petitjean cercò di alzarsi, ma non riusciva a rimettersi in piedi. L’intensità di quelle emozioni gli rendeva impossibile muoversi. “La statua. . . di Santa Maria”, sussurrò. “Vieni con me”. Padre Petitjean  condusse la donna alla base della statua della Madonna a destra dell’altare. La giovane Madre sorrideva, aveva una corona sulla testa e il bambino Gesù in braccio. [La statua stessa è ancora in mostra oggi nella cattedrale di Oura a Nagasaki.]
La donna, insieme ad altri uomini e donne nel gruppo, sollevò gli occhi per guardare dove Petitjean stava indicando. Stettero in silenzio per un po’ di tempo, finché la donna mormorò, quasi come un sospiro o un gemito, “E’ così bella!”. Anche gli altri sospirarono. Poi, con alcuni di loro, gli chiese se fosse per caso sposato. E ancora, se lo avesse inviato lì il Papa di Roma.
Poi, una voce di donna si udì scandire alcune parole: “Signore . .  Abbiamo lo stesso cuore”.
Era la voce di una donna di mezza età. Si fermò dietro di lui, sussurrando dolcemente come a svelare un importante segreto. “Signore . .  Abbiamo lo stesso cuore”. Padre Petitjean ne rimase talmente sbalordito che non potè cogliere immediatamente il significato di quelle parole. Ma nell’istante in cui il loro significato gli divenne chiaro, si sentì come colpito da un fulmine. Erano loro! Erano apparsi finalmente! Erano i cristiani!

Padre Petitjean allora chiese con voce rauca: “Sei Kirishitan. . . ? “. Aveva la gola riarsa.
“Sì”, rispose un giovane di fronte al gruppo.
Petitjean avrebbe voluto dire loro che era un sacerdote. Ma non c’era ancora una parola giapponese per dire “prete”. “Petitjean. Petitjean”. Indicò il naso e ripetè il suo nome. Poi chiese al giovane: “Da dove vieni?” Questi rispose: “Urakami”.
Proprio in quel momento, una voce gridò dall’ingresso, “Presto! Sta arrivando un ufficiale!”, Quelli nella cappella si allontanarono rapidamente sparendo come fumo attraverso l’uscita.
Petitjean rimase immobile nella cappella vuota. Ondate di emozioni inesprimibili si infrangevano nel suo cuore. Aveva voglia di urlare. Voleva gridare al Padre Furet: “Vedete! Sono qui a Nagasaki! Essi esistono davvero! Che splendida città è questa!”. Attraverso 200 anni di persecuzione spietata e feroce oppressione, i cristiani giapponesi, come un unico albero, avevano subito un acquazzone, e alcuni di loro erano ancora rimasti vivi!. “Abbiamo lo stesso cuore!”.

Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Commento al Vangelo di Luca, 7, 176-180

Il granellino di senapa

Vediamo dunque perché il sublime regno dei cieli è paragonato a un granello di senape. Ricordo di aver letto, anche in un altro passo, del granello di senape, dove dal Signore è paragonato alla fede con queste parole: “Se avrete fede pari a un granellino di senape, direte a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” (Mt 17,20)… Orbene, se il regno dei cieli è come un granellino di senape e anche la fede è come un granellino di senape, la fede è certamente il regno dei cieli, e il regno dei cieli è la fede. Quindi, chi ha la fede ha il regno dei cieli… E infine Pietro, che aveva tutta la fede, ricevette le chiavi del regno dei cieli, per aprirne le porte agli altri (cfr. Mt 16,19).

Consideriamo ora, tenendo conto della natura della senape, la portata di questo paragone. Il suo granello è senza dubbio una cosa modesta e semplice, ma se si comincia a tritarlo, diffonde il suo vigore. E così la fede sembra semplice di primo acchito, ma triturata dalle avversità, diffonde il suo vigore… Granello di senape sono i nostri martiri Felice, Nabor e Vittore : essi avevano il profumo della fede, ma li si ignorava. Venne la persecuzione; essi deposero le armi, porsero il collo e, abbattuti dal fendente della spada, diffusero la grazia del loro martirio per tutto il mondo, tanto da potersi dire giustamente: “La loro eco si è propagata per tutta la terra”  (Sal 19,5).

Lo stesso Signore è un granello di senape. Egli non aveva subito ingiurie, ma, come il granello di senape, prima di essersi accostato a lui, il popolo non lo conosceva. Egli volle essere stritolato…; volle essere premuto, sicché Pietro disse: “Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia” (Lc 8,45); ed infine volle essere anche seminato come il granello che fu « preso e gettato da un uomo nel suo orto ». Infatti in un orto Cristo fu catturato e poi seppellito; in un orto crebbe, dove pure risorse… Dunque, anche tu semina Cristo nel tuo orto… Tu semina il Signore Gesù: egli è un granello quando viene arrestato, un albero quando risuscita, un albero che fa ombra a tutto il mondo. È un granello quando viene sepolto in terra, ma è un albero quando si eleva al cielo.

San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di
Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sul Vangelo di Matteo, 46, 2

«Finché sia tutta fermentata»

Il Signore presenta poi l’immagine del lievito… Come il lievito diffonde la sua forza in tutta la pasta, così anche voi trasformerete tutto il mondo. (Considerate la sapienza del Salvatore. Egli vuol far intendere questo: come è impossibile che i fatti naturali non si realizzino, così quanto io ho preannunciato avverrà infallibilmente)… Il lievito fermenta
la massa quando lo si accosta alla farina; e non semplicemente lo si accosta, ma lo si mescola. Gesù non dice che la donna mette il lievito nella farina, ma che lo nasconde dentro, impastandolo con essa.

Così anche voi, quando sarete spinti dentro e vi troverete in mezzo alle folle che da ogni parte vi faranno guerra, allora le vincerete. Il lievito si nasconde nella massa, ma non va perduto; anzi, a poco a poco, le comunica la sua forza: lo stesso avviene per il messaggio evangelico. Non abbiate quindi timore delle numerose difficoltà che vi ho preannunciato: è
in questo modo che risplenderà la vostra forza e vincerete.

Simeone il Nuovo Teologo (circa 949-1022), monaco
Inno 17

Il regno di Dio


Ti mostrerò chiaramente che ti occorre ricevere quaggiù tutto il Regno dei cieli, se vuoi entrarvi anche dopo la tua morte. Ascolta Dio che ti parla in parabole : « A che cosa è simile il Regno dei cieli ? È simile, ascolta bene, ad un granellino di senapa, che un uomo ha preso e gettato nell’orto ; poi è cresciuto e, in verità, è diventato un albero ». Questo granellino, è il Regno dei cieli, è la grazia dello Spirito divino, mentre l’orto, è il cuore di ogni uomo, là dove, chi l’ha ricevuto, nasconde lo Spirito nel profondo del suo animo, nei recessi delle sue viscere, perché nessuno possa vederlo. E lo custodisce con ogni cura perché cresca, e diventi un albero e si innalzi verso il cielo.
Se dunque dici : « Non quaggiù, ma dopo la morte, riceveranno il Regno coloro che l’avranno desiderato con fervore », sconvolgi le parole del Salvatore nostro Dio. E se non prenderai quel granellino, quel granellino di senapa, come egli ha detto, se non lo gettera i nel tuo orto, rimarrai completamente sterile. In quale altro momento, se non ora, pensi di poter ricevere quel seme ?
« Quaggiù, ricevi il pegno, dice il Maestro ; quaggiù, ricevi il sigillo. Fin da quaggiù accendi la tua lampada. Se avrai buonsenso, per te, quaggiù, diventerò la perla (Mt 13,45), quaggiù sarò il tuo chicco di grano e come il granellino di senapa. Quaggiù divento per te il lievito che fa lievitare la pasta. Quaggiù sono per te come acqua e divento un dolce fuoco. Quaggiù divento il tuo vestito e il tuo cibo e la tua bevanda, se lo desideri ». Questo dice il Maestro : « Se dunque, fin da quaggiù, mi riconoscerai come tale, lassù allora mi possederai ineffabilmente, e diventerò tutto per te ».

«Gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra»


Sant’Ambrogio nel quarto secolo

Il Signore stesso è un granello di senapa… Se Cristo è un granello di senapa, in quale modo egli è il più piccolo, e come cresce? Non nella sua natura egli cresce, ma secondo l’apparenza. Volete sapere come egli è il più piccolo? “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi” (Is 53,2). Imparate che egli è il più grande: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 44,3). Infatti colui che non aveva apparenza né bellezza è diventato superiore agli angeli (Eb 1,4) superando tutta la gloria dei profeti di Israele… Egli è il più piccolo di tutti semi, perché non è venuto con la regalità, né con le ricchezze, né con la sapienza di questo mondo. Ora, come un albero, ha fatto crescere l’alta cima della sua potenza, cosicché diciamo: “Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo” (Ct 2,3).
Secondo me, sovente sembrava contemporaneamente albero e seme. È seme quando dicono: “Non è egli forse il figlio del carpentiere,” (Mt 13,55). E proprio durante queste parole é improvvisamente cresciuto: “Da dove mai viene a costui questa sapienza? ” (vs. 54). Nel fogliame dei suoi rami potranno ripararsi con sicurezza l’uccello notturno nella sua dimora, l’uccello solitario sopra il tetto (Sal 101,7), quello che fu rapito fino al terzo cielo (2 Cor 12,3), e quello che sarà “rapito tra le nuvole, nell’aria” (1 Tes 4,17). Là riposeranno anche le potenze e gli angeli dei cieli e quanti hanno, grazie alle loro azioni spirituali, preso il volo. San Giovanni vi si è riparato quando riposava sul petto di Gesù (Gv 13,25)…
E noi che “eravamo lontani” (Gal 2,13), radunati da mezzo alle nazioni, a lungo sballottati nel vuoto del mondo dalle tempeste dello spirito del male, spiegando le ali delle virtù, dirigiamo il nostro volo affinché questa ombra dei santi ci ripari dal caldo soffocante di questo mondo.