di Don Antonello Iapicca

Dal Vangelo secondo Luca 11,37-41. 

Dopo che ebbe finito di parlare, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli entrò e si mise a tavola. 
Il fariseo si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. 
Allora il Signore gli disse: «Voi farisei purificate l’esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? 
Piuttosto date in elemosina quel che c’è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo. 

IL COMMENTO

La purezza assillava i farisei. Essere puri significava appartenere a Dio: Siate santi perchè io sono santo! Santo significa separato, per cui, in senso strettamente letterale, si potrebbe dire: siate separati perchè io sono separato. I farisei, separati secondo il significato originale del termine ebraico perushim, volevano vivere in pienezza l’elezione di Israele. Siate farisei come io sono fariseo, e non tradurremmo male. Il totalmente Altro, Adonai, l’Impronunciabile, eleggendo Israele lo ha attratto nella sua santità, separandolo così dal resto del mondo. I farisei si preoccupavano di “formare sulla terra una provincia di Dio, sulla quale fosse dato aspettare l’ampio Regno finale di Dio stesso” (C. Thoma). Essi estendevano così quanto i saggi di Israele dicevano per spiegare il precetto di costruire un santuario: “Essi mi faranno un santuario affinchè io possa abitare fra di loro” (Es. 25,8). “Il mondo intero era intriso di male a causa del peccato di Adamo. Quando scelse Israele, Dio gli disse di costruire un santuario in cui questo male non sarebbe dovuto penetrare. Il santuario doveva essere come un giardino dell’Eden in miniatura, dedicato totalmente al servizio di Dio, e ne sarebbe stata esclusa qualsiasi cosa appartenuta allo stato decadente dell’uomo” (A. Kaplan, Le acque dell’Eden).

In principio l’uomo era separato dal male, e, paradossalmente, proprio il divieto di appropriarsi del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male lo proteggeva da qualunque contaminazione. Mangiarne avrebbe significato morire, separarsi da Dio, entrare nell’impurità. Tutto ciò che è impuro infatti è di ostacolo al culto e impedisce la relazione con Dio. E’ il culto di Caino, segnato dalla morte dell’invidia e della gelosia, sgradito a Dio e quindi incapace di salvarlo dal peccato: Caino infatti ucciderà Abele. Mangiando dell’albero, l’uomo ha varcato la siepe originaria che Dio aveva eretto a protezione della sua felicità, l’Albero piantato nel mezzo del giardino, sperimentando così la nudità della morte. Il cuore s’era irrimediabilmente ammalato, si era insinuato in esso uno Yetzer Harà, un impulso malvagio al quale nessuno può sfuggire. Unica salvezza quella offerta da Dio: “Io ho creato l’impulso malvagio, ma ho creato anche la Torah come suo rimedio”. Dio ha fatto l’esterno e l’interno, la Torah per salvare e il cuore libero per accoglierla, e per rifiutarla.

Per questo nel cuore del santuario vi era la Torah, le tavole dell’Alleanza consegnate a Mosè custodite nell’Arca che divenne, una volta costruito il tempio, il Santo dei Santi, il separato dei separati. Ma Israele tradì e di nuovo scomparì dalla Terra quel frammento di Paradiso: fu il tempo dell’Esilio. Ma proprio sulle rive dei fiumi di Babilonia Dio purificò il suo Popolo. Israele aveva sperimentato le conseguenze dell’idolatria e dell’adulterio: “Ora invece, Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati. Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia. Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è confusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto” (Dan. 3,37-41).

Nell’esilio, privato di tutto, Israele aveva imparato a mettere in gioco cuore e spirito; nella fornace ardente della Babilonia pagana, Dio lo aveva condotto a fare del proprio intimo la primizia e il luogo dove presentarla per trovare misericordia. La vita stessa diveniva il santuario, il frammento di Paradiso che Israele doveva testimoniare al mondo. Di ritorno da Babilonia, sotto Esdra “lo scrivano”, la riscoperta della Torah ormai dimenticata e quasi sconosciuta, aveva dato origine alla halakah orale, la “tradizione dei Padri”, considerata la “siepe della Torah” (Misnah Abot, 1,1b…); essa era una spiegazione e una sorta di codice di prevenzione volto a impedire la trasgressione della Torah biblica. I farisei accolgono la Tradizione orale e ne fanno il cuore della loro religiosità per divenire quel Paradiso incontaminato eletto da Dio. Per essere ammessi tra i farisei bisognava accettare di osservare in modo speciale i precetti della purificazione, particolarmente quelli del rituale del lavaggio delle mani e ai pasti, e una dettagliatissima osservanza del Decalogo. Questi doveri costituivano la siepe e il loro adempimento rendeva e custodiva puri, santi, separati. La “siepe” era così divenuta l’essenza della separazione e  dello stesso essere farisei.

Le parole di Gesù hanno l’ardire di toccare questa siepe. Esse fanno appello alla radice della storia stessa dei farisei. Sono parole d’amore che chiamano a conversione, a ritornare alla propria esperienza. Esterno ed interno, l’al di quà e l’al di là della siepe è opera di Dio! Il male è opera del demonio. Non sono le forze dell’uomo che difendono la purezza. Per Gesù la stoltezza consiste proprio nel dimenticare l’esperienza del peccato e la dura verità di un cuore ormai capace del male. “Chi confida nel proprio cuore è uno stolto” (Pr. 28,26). Per questo la purezza che stringe nell’intimità con Dio è un cuore contrito e uno spirito umiliato che supplica misericordia. La purezza della Vergine Maria, l’umiliazione che Dio ha guardato con benevolenza facendone il grembo dove dar carne al suo Figlio, il Tempio santo che accoglie il Santo dei Santi. L’esilio aveva insegnato essenzialmente questo, preparando il cuore ad accogliere, nello stupore, l’opera di Dio impossibile agli uomini. La primogenitura compiuta in Gesù è un dono gratuito che viene dal Cielo. “Colui che evita il male in virtù di un precetto del Signore non è libero. All’opposto, chi evita il male perché è male, costui è libero. E’ qui che opera lo Spirito Santo che perfeziona interiormente il nostro spirito comunicandogli un nuovo dinamismo, e così è per amore che egli non commette il male, e dunque è libero, non nel senso che egli non sia sottomesso alla legge divina, ma in quanto il suo dinamismo interiore lo porta a fare ciò che la legge divina prescrive” (San Tommaso).

Gesù oggi ci invita a riconoscerci peccatori, bisognosi del suo amore che rigenera e purifica quanto ferito e reso impuro dal demonio. Allora la siepe diverrà uno strumento di libertà, un aiuto a non cadere in tentazione; mostrando il cammino della vita ci spingerà a confidare in Lui, a seguirlo con tutto il cuore. Il Signore ci chiama ad essere autentici farisei, separati dal peccato, santi della sua santità, immersi completamente nel battesimo della sua misericordia. E’ questa la vera purificazione che coinvolge tutta la nostra vita trasformandola in un’elemosina, misericordia pura offerta ogni giorno a Dio e ad ogni uomo, il dinamismo nuovo dell’amore. La siepe che Dio ha eretto è infatti in mezzo al Paradiso: è nel cuore che Dio pianta l’albero di vita, la Croce che purifica e ci fa uno con Lui per dare frutti di vita eterna al mondo. Crocifissi con Lui che purifica interno ed esterno, cuore e membra, si compie in noi la primogenitura nella quale siamo stati chiamati: essere il Cielo, la sposa di Cristo, pura e senza macchia, che dona se stessa per amore, nella libertà e nella gratuità.

Santa Teresa d’Avila (1515-1582), carmelitana, dottore della Chiesa
Il cammino di perfezione, cap. 28


« Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno ? »

Se io avessi capito, come oggi, quale grande Re abitava in quel piccolo palazzo della mia anima, non l’avrei lasciato da solo così spesso ; sarei rimasta di tanto in tanto accanto a lui, e avrei fatto il necessario affinché il palazzo fosse meno sporco. Quanto è mirabile pensare che colui la cui grandezza potrebbe riempire mille mondi e anche molto di più, si rinchiude così in una così piccola dimora. È vero che, da una parte, essendo sovrano Signore, porta con lui la libertà, e dall’altra, essendo pieno di amore per noi, si fa alla nostra misura.

Sapendo bene che un’anima principiante potrebbe turbarsi al vedere se stessa, così piccola, destinata a contenere tanta grandezza, egli non si fa conoscere immediatamente; ma, poco a poco, fa crescere la capacità dell’anima, alla misura dei doni che egli si propone di collocare in essa. A motivo di questo suo potere di allargare il palazzo della nostra anima, ho detto che porta con lui la libertà. Il punto capitale è fargliene un dono assoluto e vuotarsi completamente, affinché egli possa riempire o svuotare a suo piacimento, come in una dimora che gli appartiene. A ragione, nostro Signore vuole che così sia; non rifiutiamoci. Egli non vuole forzare la nostra volontà; riceve quello che essa gli dà. Ma lui si dà interamente solo quando anche noi ci diamo interamente.

La cosa è certa, e ve la ripeto così spesso perché è importantissima. Finché l’anima non è interamente sua, sgombrata di tutto, egli non agisce in essa. Del resto, non so come potrebbe farlo, colui che ama tanto l’ordine perfetto. Se riempiamo il palazzo con gente volgare e ogni sorta di ninnoli, come il sovrano, con la sua corte, potrebbe trovarvi posto? È già molto che si degni di fermarsi qualche momento in mezzo a tanto ingombro.

Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Commento sul vangelo di Luca 7, 100-102 ; SC 52, 44

« Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno ? »

«Voi farisei purificate l’esterno della coppa e del piatto». Lo vedete, i nostri corpi sono designati qui coi nomi di oggetti di terra cotta e fragili, che una semplice caduta può spezzare. E i sentimenti intimi dell’animo sono designati con le espressioni e i gesti del corpo, come ciò che è racchiuso all’interno della coppa si fa vedere fuori… Vedete dunque che non l’esterno della coppa o del piatto ci rende impuri, ma l’interno.

Come un buon maestro, Gesù ci ha insegnato come si devono purificare le macchie del nostro corpo, dicendo: «Piuttosto date in elemosina quel che c’è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo». Vedete quanti sono i rimedi! La misericordia ci purifica. La parola di Dio ci purifica, come sta scritto: «Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato» (Gv 15, 3)…

È l’inizio di un bellissimo passaggio. Il Signore ci invita a cercare la semplicità e a non applicarci a ciò che è superfluo e terra terra. I farisei, a causa della loro fragilità, sono paragonati, e non senza ragione, alla coppa e al piatto: osservano regole provviste di alcuna utilità per noi, mentre trascurano quelle nelle quali sta il frutto della nostra speranza. Fanno dunque uno sbaglio madornale, nel disprezzare ciò che è il migliore. Eppure il perdono è promesso anche a questa colpa, se viene coperta dalla misericordia dell’elemosina.

Baldovino di Ford ( ?-circa 1190), abate cistercense
Omelia 6, sulla Lettera agli Ebrei, 4,12 ; PL 204, 466

« Purificate l’esterno… Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno ? »

Il Signore conosce i pensieri e le intenzioni del nostro cuore. Indubbiamente, lui li conosce tutti ; noi invece conosciamo soltanto quelli che egli ci rende manifesti mediante la grazia del discernimento. Infatti lo spirito dell’uomo non sempre sa ciò che è dentro di lui ; persino quando si tratta dei propri pensieri, siano essi voluti o non voluti, si fa di essi un’idea che non sempre corrisponde alla realtà. Non può discernere con precisione neanche i pensieri che gli si presentano con evidenza allo sguardo dello spirito, tanto il suo sguardo è ottenebrato.

Spesso succede che, per un motivo umano o che dipende dal Tentatore, il nostro pensiero ci porti a ciò che è soltanto l’apparenza della pietà, che agli occhi di Dio non merita assolutamente la ricompensa promessa alla virtù. Infatti certe cose possono assumere l’aspetto di virtù vere, come pure di vizi, e ingannare gli occhi del nostro cuore. Con la seduzione possono turbare la vista della nostra intelligenza, così da farle spesso scambiare per bene delle realtà cattive e, viceversa, farle discernere il male là dove, in effetti, il male non c’è. Questo è un aspetto della nostra miseria e ignoranza, che bisogna deplorare e temere seriamente…

Chi può accertare se gli spiriti vengono da Dio, salvo aver ricevuto da Dio il discernimento degli spiriti ? … Tale discernimento infatti è all’origine di tutte le virtù.

S. AGOSTINO. DISCORSO 106 SULLE PAROLE DEL VANGELO DI LC 11, 39-42:
“ORA VOI, FARISEI, CHE LAVATE L’ESTERNO DEL BICCHIERE” ECC.

La purezza dei farisei era solo esteriore.

1. 1. Avete inteso alla lettura del santo Vangelo come Gesù nostro Signore, con ciò che diceva ai farisei ammoniva di certo i propri discepoli di non stimare che la giustizia consistesse nella purezza del corpo. I farisei infatti ogni giorno, prima di mangiare, si lavavano con l’acqua, come se la purezza del cuore potesse consistere nel lavarsi ogni giorno. Mostrò dunque che specie d’individui fossero quelli. Lo diceva proprio Colui il quale vedeva; egli infatti vedeva chiaramente non solo il loro volto ma anche il loro interno. Affinché dunque lo sappiate, quel fariseo, al quale rispose Cristo, aveva formulato un pensiero tra sé, senza esprimerlo con la sua voce, ma tuttavia Cristo l’aveva udito. Aveva biasimato tra sé Cristo Signore perché era andato al suo convito senza aver fatto le abluzioni. L’uno aveva pensato, l’altro aveva udito e perciò rispose. Che cosa dunque rispose? Ora voi, farisei, lavate l’esterno della coppa, ma all’interno siete pieni di cattiverie e di furti 1. Fu bello accettare l’invito a pranzo; ma come mai il Signore non fu indulgente verso colui che l’aveva invitato? Eppure il Signore gli usò più riguardo col rimproverarlo perché si correggesse e lo perdonasse nel giudizio. Che cosa inoltre ci ha voluto insegnare? Che anche il battesimo, il quale viene conferito una volta sola, ci purifica mediante la fede. La fede però è un fatto interiore, non esteriore. Ecco perché è detto e si legge negli Atti degli Apostoli che Dio purificava i loro cuori in virtù della fede 2. Anche l’apostolo Pietro così dice nella sua lettera: Così anche a voi ha dato un’immagine con l’arca di Noè, come cioè solo otto persone si salvarono passando attraverso l’acqua. E aggiunge: Così salverà anche voi il battesimo allo stesso modo: esso non è una lavanda destinata a togliere le sporcizie del corpo, ma la domanda d’una coscienza pura 3. I farisei disprezzavano questa domanda d’una coscienza pura e pulivano l’esterno delle stoviglie, ma nel loro interno erano quanto mai corrotti.

Può l’elemosina rendere puri senza la fede?

2. 2. Che cosa dice loro in seguito? Tuttavia fate elemosine e tutto sarà puro per voi. È lodata l’elemosina: fatela e sperimentate questa verità. Ma aspettate un poco: questa frase fu rivolta ai farisei. Questi farisei erano giudei, quella che si potrebbe dire l’aristocrazia dei giudei. Infatti i giudei di allora più nobili e istruiti si chiamavano farisei. Non erano stati purificati col battesimo di Cristo, non avevano ancora creduto in Cristo, Figlio unigenito di Dio, che camminava in mezzo a loro, ma da essi non era riconosciuto. Come mai dunque dice loro: Fate elemosine e per voi tutto sarà puro? Se i farisei gli avessero dato ascolto e avessero fatto elemosine, allora certo tutto per loro sarebbe stato puro; che bisogno ci sarebbe stato che credessero in lui? Se invece non avessero potuto essere purificati se non credendo in Colui che purifica il cuore mediante la fede, che significa: Fate elemosine e tutto sarà puro per voi? Consideriamo attentamente la cosa e forse ce ne darà la spiegazione lui stesso.

Le elemosine dei farisei erano insufficienti.

2. 3. Dopo ch’egli ebbe parlato in quel modo, senza dubbio essi immaginarono che adempivano il precetto di fare elemosine. Ma in qual modo le facevano? Davano la decima di tutte le loro cose, cioè toglievano la decima parte da tutte le loro cose e la davano [al tempio]. Non si troverebbe facilmente un cristiano che faccia così. Ecco ciò che facevano invece i giudei. Davano la decima parte non solo del grano, ma anche del vino e dell’olio; e non solo di ciò ma, in forza del precetto di Dio, anche di cose spregevoli, come il cumino, la ruta, la menta, l’aneto; di tutto davano la decima, cioè ne toglievano la decima parte e la davano in elemosina. Credo perciò ch’essi ricordarono ciò che facevano, e pensarono che Cristo Signore parlasse senza fondamento come a persone che trascurassero il dovere di fare elemosine, mentre essi erano consapevoli di quanto facevano, poiché prendevano le decime dei più minuti e spregevoli loro frutti e le davano in elemosina. Nel loro cuore schernirono Colui che diceva siffatte cose a persone che credeva non facessero elemosine.

2. 3. Ma il Signore, conoscendo questo loro pensiero, soggiunse immediatamente: Tuttavia guai a voi, scribi e farisei, che offrite la decima della menta, del cumino, della ruta e d’ogni specie d’ortaggi  Sappiatelo, io conosco le vostre elemosine. Certamente queste sono le vostre elemosine, le vostre decime; offrite perfino le cose più minute e spregevoli dei vostri frutti, ma trascurate i precetti più gravi della Legge, la giustizia e la carità. Riflettete bene! Trascurate la giustizia e la carità e offrite la decima degli ortaggi. Non è questo fare elemosine. Bisogna fare – dice – anche queste cose, ma senza trascurare le altre. Quali cose bisogna fare? La giustizia e la carità, la giustizia e la misericordia, ma senza trascurare quelle altre. Fate quelle cose, ma preferite queste altre.

La vera elemosina che ci viene comandata.

4. 4. Se le cose stanno così, per qual motivo disse a quelli: Fate l’elemosina ed ecco che per voi tutto sarà puro 8? Che vuol dire: Fate elemosina? Praticate la misericordia. Che vuol dire: “Praticate la misericordia”? Se lo capisci, comincia da te. In qual modo infatti sarai misericordioso verso gli altri, se sarai crudele verso te stesso? Fate l’elemosina e tutto sarà puro per voi. Fate la vera elemosina. Che cos’è “l’elemosina”? La misericordia. Ascolta la Scrittura: Abbi pietà dell’anima tua col renderti grato a Dio. Fa’ l’elemosina, cioè abbi pietà dell’anima tua rendendoti accetto a Dio. Chiede l’elemosina a te l’anima tua, rientra nella tua coscienza. Chiunque sia tu che vivi male, che vivi cioè in maniera infedele alla legge di Dio, rientra nella tua coscienza e lì troverai l’anima tua che ti chiede l’elemosina, la troverai bisognosa, povera, piena d’affanni, forse non la troverai neppure bisognosa, ma diventata muta per la miseria in cui versa. Poiché se chiede l’elemosina, ha fame della giustizia. Quando troverai l’anima ridotta in tale stato (è nell’interno del tuo cuore che si trovano questi affanni) falle prima l’elemosina, dalle il pane. Quale pane? Se il fariseo lo avesse chiesto al Signore, gli avrebbe risposto: “Fa’ l’elemosina all’anima tua”. Effettivamente gli disse proprio così, ma quello non capì, quando espose loro minutamente le elemosine che facevano mentre credevano che Cristo ne fosse all’oscuro; ma egli disse loro: “So che le fate, che offrite la decima della menta, dell’aneto, del cumino e della ruta, ma io parlo d’altre elemosine; voi invece trascurate la giustizia e la carità”. Fa’ l’elemosina all’anima tua con il praticare la giustizia e la carità. Che significa: “praticando la giustizia”? Rifletti bene e troverai; dispiaci a te stesso, condanna te stesso. E che cos’è la carità? Ama il Signore Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente; ama il tuo prossimo come te stesso, e così avrai fatto prima l’elemosina all’anima tua nella tua coscienza. Se invece tralascerai di fare questa elemosina, da’ pure ciò che vuoi, offri pure tutto quel che vorrai, sottrai pure dai tuoi frutti non la decima parte ma la metà, da’ pure nove parti e lasciane pure una sola per te, non farai nulla, dal momento che non fai l’elemosina a te e rimani povero con te stesso. È la tua anima che deve nutrirsi, per non perire di fame. Dalle il pane. “Quale pane?” mi si chiede. Il Signore stesso parla con te. Se tu lo ascoltassi e comprendessi e credessi al Signore, egli ti direbbe: Sono io il pane vivo disceso dal cielo. Non daresti forse prima questo pane all’anima tua e le faresti elemosina? Se dunque avrai fede, farai in modo di alimentare prima la tua anima. Credi in Cristo e sarà reso puro l’interno e sarà puro anche l’esterno. Rivolti al Signore, ecc.