Dal Vangelo secondo Luca 10,38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Il commento di don Antonello Iapicca

Maria, “disoccupata” e felice: agli occhi di Marta, spenti su «quelle di quaggiù», la “sorella” è immagine dello scandalo della Chiesa che cerca le «cose di lassù». Ascoltare invece di fare? È lo scandalo nostro, di ogni giorno. La sveglia al mattino ci trova già inquieti e pre-occupati: abbiamo dato il cuore alle «cose della terra» per “inciamparci” rovinosamente. Corriamo, riempiamo le agende di impegni, trasciniamo marito, moglie, figli e amici nella stessa girandola, per ritrovarci ogni giorno più esausti e infelici. Nulla si realizza perché nulla ci sazia. “Accogliamo” e “serviamo” Gesù, ma senza la gioia piena con la quale Zaccheo è sceso dall’albero per ospitare Gesù. Era un peccatore, non si aspettava l’auto-invito del Signore, le sue parole l’avevano spiazzato: “Oggi conviene che io entri a casa tua”. Le abbiamo sentite queste parole, oppure siamo ancora convinti di avere invitato noi il Signore? Per Marta forse non era così “necessario” che Gesù entrasse a casa sua, e non si era accorta che, quando c’è Gesù, si è sempre suoi ospiti, perché ogni casa è la sua, ogni vita è la sua, ogni istante è il suo… Spesso pensiamo anche noi allo stesso modo: Gesù non è “l’unico necessario”, molto altro viene prima… Gli affetti ad esempio, le attenzioni e la stima. E, più di ogni altra, la giustizia nelle relazioni. Non a caso Marta e Maria sono “sorelle”: ci parlano delle nostre famiglie, dei matrimoni, dei fidanzamenti, delle amicizie. Ci parlano della Chiesa, la “donna” che “accoglie Cristo nella sua casa” ogni istante.

E, come in quella di Marta e Maria, quante rivendicazioni nelle nostre case… Quante Marta si aggirano per sale e sacrestie delle nostre parrocchie.. Quanta malizia si nasconde dietro ai nostri “molti servizi” di madri e di padri, di preti e suore, maestri e catechisti… E quanta ipocrisia… Sempre a chiedere giustizia, frustrati e delusi: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?”. Lo crediamo insensibile alle nostre ragioni, indifferente alla nostra solitudine. Ma come, proprio la sorella, proprio la moglie, il marito, il parroco o il fratello, proprio chi dovrebbe essere al nostro fianco nel “servizio” ci lascia “soli”? E Gesù? Niente, non ci dà ragione, mai. Ma è proprio questo il suo amore immenso, con il quale purifica tutto quello che non è “necessario” per la salvezza, a noi e ai fratelli. Lo stesso con il quale ha amato Marta: non le ha reso la giustizia che cercava, neanche una parola di comprensione. Gesù, infatti, ama Marta e ciascuno di noi non come vorrebbe la nostra carne ribollente di concupiscenze, che esige la propria giustizia. Gesù ci ama mostrandoci Maria, nostra “sorella”, proprio quella che disprezziamo e giudichiamo. Anche lei, come noi, è figlia della stesso padre e della stessa madre. Anche lei è stata creata da Dio e rigenerata nella Chiesa. E’, infatti, l’immagine della parte di noi che abbiamo nascosto sotto i detriti dell’orgoglio. E oggi Gesù viene a destarla, per riaccendere in noi l’amore, l’unico che genera il servizio autentico, il compimento della volontà di Dio. Sì, perché servire Gesù è, essenzialmente, stare “seduti ai piedi del Signore, e ascoltare la sua parola”. Questo è l’amore rivelato sul Sinai: se non si ascolta non si può obbedire, si è incapaci di compere la volontà del Padre, che è quella di donare noi stessi gratuitamente. Se non si ascolta si seguiranno solo i propri istinti.

Maria ascolta perché è innamorata. E si vede. Nulla più la «preoccupa», le «cose della terra» trovano il suo cuore «occupato» dall’unico Ospite «buono e necessario» capace di saziare ogni desiderio: Gesù Cristo. Era felice Maria, non aveva bisogno d’altro, aveva sperimentato che niente è “necessario”, neanche l’affetto, la stima, la salute o il denaro. Non sono “necessari” neanche la famiglia, i figli, o il ministero, perché passa la scena di questo mondo, e possiamo perdere tutto in un istante. Un ictus e tac, un prete non può più predicare, e un padre non può lavorare e parlare con i suoi figli o unirsi a sua moglie… Maria lo aveva capito e per questo stava dove era Gesù, e lo guardava come quando un ragazzo fissa estasiato gli occhi della sua amata, e ascolterebbe le sue parole per mesi. Amiamo così Cristo? Abbiamo conosciuto davvero il suo amore? Forse ancora no, forse speriamo ancora dalla terra il Cielo che non può darci. Forse ci deve essere ancora tolto quello che ci occupa il cuore. Solo allora potremo accogliere lo Sposo che viene a casa nostra, nello gratitudine e nella gioia, perché è “l’unico necessario” per noi e per chi ci è affidato. Per questo il Signore ci chiama a vivere “ai suoi piedi” come Maria, con un cuore innamorato di Lui, capace di ascoltare e obbedire alla sua voce, e riconoscerlo e amarlo in chi ci è accanto.

QUI IL COMMENTO ESTESO

Maria, “disoccupata” e felice: agli occhi di Marta, spenti su «quelle di quaggiù», la “sorella” è immagine dello scandalo della Chiesa che cerca le «cose di lassù». Ascoltare invece di fare? È lo scandalo nostro, di ogni giorno. La sveglia al mattino ci trova già inquieti e pre-occupati: abbiamo dato il cuore alle «cose della terra» per “inciamparci” rovinosamente. Corriamo, riempiamo le agende di impegni, trasciniamo marito, moglie, figli e amici nella stessa girandola, per ritrovarci ogni giorno più esausti e infelici. Nulla si realizza perché nulla ci sazia. La mormorazione acida di giudizi poi, ci avvelena il cuore rendendoci nemici della storia e di chi ci è accanto. Come Marta, ingannata dalla propria buona intenzione, ci illudiamo di amare. “Accogliamo” e “serviamo” Gesù, ma senza la gioia piena con la quale Zaccheo è sceso dall’albero per ospitare Gesù. Era un peccatore, non si aspettava l’auto-invito del Signore, le sue parole l’avevano spiazzato: “Oggi conviene che io entri a casa tua”. Le abbiamo sentite queste parole, oppure siamo ancora convinti di avere invitato noi il Signore? Così come nel matrimonio, pensiamo di aver scelto noi la sposa o lo sposo, oppure siamo persuasi di essere stati scelti da Dio l’uno per l’altra?

Per Marta forse non era così “necessario” che Gesù entrasse a casa sua. Forse era più importante se stessa che il suo Ospite. O forse aveva confuso le parti, e non si era accorta che, quando c’è Gesù, si è sempre suoi ospiti, perché ogni casa è la sua, ogni vita è la sua, ogni istante è il suo… E così Marta ha creduto di dover fare, e il servizio non nasceva dalla gratitudine, questo è certo. Le sue parole lo tradiscono. Spesso pensiamo anche noi allo stesso modo: Gesù non è “l’unico necessario”, molto altro viene prima… Gli affetti ad esempio, le attenzioni e la stima. E, più di ogni altra, la giustizia nelle relazioni. Non a caso Marta e Maria sono “sorelle”: ci parlano delle nostre famiglie, dei matrimoni, dei fidanzamenti, delle amicizie. Ci parlano della Chiesa, la “donna” che “accoglie Cristo nella sua casa” ogni istante.

E, come in quella di Marta e Maria, quante rivendicazioni nelle nostre case… Quante Marta si aggirano per sale e sacrestie delle nostre parrocchie… Sempre a chiedere giustizia, come i due fratelli che si avvicinano a Gesù perché giudicasse su chi aveva torto e chi ragione nel caso di un’eredità contestata. La rivendicazione della giustizia sorge sempre dal sentimento di profonda frustrazione che ha colto Marta: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?”. Così ci rivolgiamo a Gesù, immancabilmente. Lo crediamo insensibile alle nostre ragioni, indifferente alla nostra solitudine. Ma come, proprio la sorella, proprio la moglie, il marito, il parroco o il fratello, proprio chi dovrebbe essere al nostro fianco nel “servizio” ci lascia “soli”? E Gesù? Niente, non ci dà ragione, mai. Anzi, sembra favorire chi ci ha abbandonato, chi ci ha tradito… Siamo vittime di un’ingiustizia e proprio Colui che dovrebbe aiutarci ci delude…

E allora, ecco gli scoramenti, e quante gelosie nascoste, quanti rancori camuffati da attivismo ipertrofico con cui ci illudiamo di offrirci e di amare… Quanta malizia nascosta dietro ai nostri “molti servizi” di madri e di padri, di preti e suore, maestri e catechisti… Quanta ipocrisia… Ed è tutto veleno che si accumula e aggredisce la nostra anima, ferendola e macchiandola, senza che ce ne accorgiamo, così impegnati nel fare del bene… Ed è proprio per questo che Gesù non ci dà ragione e ci ripete: “chi mi ha costituito giudice tra di voi?”. Lui sa che “la vita non dipende dai beni”, dalla pancia piena di false adulazioni e di ragioni strappate al fratello. Questa è solo morte, che si fugge “affannandosi e agitandosi per molte cose”, tutte meritorie per carità, ma nessuna “necessaria”. Da schiantare… Non è “necessario” quello che faccio? Gesù per caso mi disprezza? Ecco perché alla fine mi va sempre male, e quando mi aspetto un minimo di riconoscenza ricevo solo indifferenza o dileggi… Niente, ci attendono solo fallimenti, in ogni opera delle nostre mani.

Ma sono fracassi benedetti, che Dio non solo permette, ma desidera e ci dona, con amore immenso, con il quale purifica tutto quello che non è “necessario” per la salvezza, a noi e ai fratelli. Lo stesso con il quale Gesù ha parlato a Marta: non le ha reso la giustizia che cercava, neanche una parola di comprensione. Avrebbe potuto almeno dirle “certo mia cara Marta, capisco le tue fatiche, avresti anche ragione, il tuo lavoro è per me molto “necessario” ma…..”; e invece niente, nessuna traccia di questa solidarietà pelosa e ipocrita. Gesù ama Marta e ciascuno di noi non come vorrebbe la nostra carne ribollente di concupiscenze, che esige la propria giustizia.

Gesù ci ama mostrandoci Maria, nostra “sorella”, proprio quella che disprezziamo e giudichiamo. Anche lei, come noi, è figlia della stesso padre e della stessa madre. Anche lei è stata creata da Dio e rigenerata nella Chiesa. E’, infatti, l’immagine della parte di noi che abbiamo nascosto sotto i detriti dell’orgoglio. E oggi Gesù viene a destarla, per riaccendere in noi l’amore, l’unico che genera il servizio autentico, il compimento della volontà di Dio. Sì, perché servire Gesù è, essenzialmente, stare “seduti ai piedi del Signore, e ascoltare la sua parola”. Questo è l’amore rivelato sul Sinai: se non si ascolta non si può obbedire, si è incapaci di compere la volontà del Padre, che è quella di donare noi stessi gratuitamente. Se non si ascolta si seguiranno solo i propri istinti. Magari di servizio e di solidarietà, come accade anche nella società e nella Chiesa, ma non per questo gratuiti, anzi; per questo poi si giudicano istituzioni e superiori, fratelli e sorelle, gli altri che, pigri, “lasciano soli a servire”.

Gesù ci ama annunciandoci la verità, per liberarci così dall’inganno con il quale il demonio ci tiene schiavi e ci conduce a giudicare tutto e tutti. Certo che un vestito e un piatto caldo sono “necessari”, ed è doveroso donarli a chi non li ha; certo che molto di quello che facciamo a casa e al lavoro, in parrocchia e tra gli amici è “necessario”. Ma Gesù, con amore, ci aiuta a discernere, anche a costo di farci star male: per chi e per che cosa è “necessario”? Per noi o per chi ci è accanto? Per la loro salvezza o per la nostra gratificazione? Per dare un senso e un ruolo alla nostra esistenza o perché gli altri conoscano il Signore? E’ qui che dobbiamo cercare le ragioni per le quali i figli non comprendono i nostri sforzi e la nostra dedizione, al netto dei loro peccati è ovvio. E perché la moglie non riesce a decodificare il nostro amore nell’alfabeto morse con cui la serviamo; o il marito non apprezza le mille camice stirate…. Serviamo, accogliamo, ma ci sfugge «l’unica cosa buona e necessaria», il dono riservato ai “disoccupati” che si sono arresi alla Grazia, che ascoltano e obbediscono invece di fare per non ascoltare…

Maria ascolta perché è innamorata. E si vede. Nulla più la «preoccupa», le «cose della terra» trovano il suo cuore «occupato» dall’unico Ospite «buono e necessario» capace di saziare ogni desiderio. Gesù Cristo, il Cielo disceso alla sua terra per farne la propria dimora. Era felice Maria, non aveva bisogno d’altro, aveva sperimentato che niente è “necessario”, neanche l’affetto, la stima, la salute o il denaro. Non sono “necessari” neanche la famiglia, i figli, o il ministero, perché passa la scena di questo mondo, e possiamo perdere tutto in un istante. Un ictus e tac, un prete non può più predicare, e un padre non può lavorare e parlare con i suoi figli o unirsi a sua moglie… Maria lo aveva capito e per questo stava dove era Gesù, e lo guardava come quando un ragazzo fissa estasiato gli occhi della sua amata, e ascolterebbe le sue parole per mesi. Amiamo così Cristo? Abbiamo conosciuto davvero il suo amore? Forse ancora no, forse speriamo ancora dalla terra il Cielo che non può darci. Forse ci deve essere ancora tolto quello che ci occupa il cuore. Solo allora potremo accogliere lo Sposo che viene a casa nostra, nello gratitudine e nella gioia, perché è “l’unico necessario” per noi e per chi ci è affidato. Per questo il Signore ci chiama a vivere “ai suoi piedi” come Maria, con un cuore innamorato di Lui, capace di ascoltare e obbedire alla sua voce, e riconoscerlo e amarlo in chi ci è accanto.