dal vangelo secondo Mt 9, 32-38 

In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. Scacciato il demonio, quel muto cominciò a parlare e la folla presa da stupore diceva: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni». 
Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagòghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della mèsse che mandi operai nella sua mèsse!».

Il commento di don Antonello Iapicca

Troppe parole o troppo poche, comunque la si metta siamo affetti dallo stesso mutismo, quello del cuore. “Stanchi e sfiniti come pecore senza il pastore” che ci annunci il cammino della vita e ci conduca al pascolo dove saziare di amore il cuore, spesso non riusciamo a trovare le parole giuste al momento giusto; o serriamo le labbra per chiudere con il mondo, o con qualche suo abitante: moglie, marito, amici, genitori, suocera o colleghi, normalmente quelli che ci sono più vicini. Il demonio muto è il demonio che strozza la lode, che impedisce la gioia, perché ammutolisce la voce del Pastore, estirpa la fede dal cuore, disorienta il pensiero e spinge a vagare e a perdersi lontano dal gregge. Ne abbiamo esperienza. Scontenti, trasciniamo le nostre ore come le gambe di un vecchio che si affatica tra la camera e il bagno. Il demonio muto ci appesantisce, scolora le nostre esistenze, infiacchisce speranze ed entusiasmi. Ci assopisce sulla routine quotidiana smorzando la speranza. E ci ammutolisce e immalinconisce: “Un anziano diceva: «Tre poteri di Satana precedono tutti i peccati: il primo è l’oblio, il secondo la negligenza, il terzo la cupidigia. Difatti, dall’oblio nasce la negligenza, dalla negligenza la cupidigia, e questa fa cadere l’uomo. Ma se l’anima è abbastanza attenta da scacciare l’oblio, non giungerà alla negligenza, se non è negligente non sentirà la cupidigia, e se non ha la cupidigia mai peccherà»”.

Mutismo e malinconia nascono dunque dall’oblio, dal dimenticare le opere d’amore compiute da Dio nella nostra vita: sono segni di un cuore stanco e sfinito di rincorrere esiti mai raggiunti. Un cuore senza pastore, compiaciuto delle proprie parole vuote e senza costrutto, guidato da un mercenario che lo conduce diritto alla morte, all’estinzione della felicità e dell’attesa. Un cuore orgoglioso sigilla le labbra. Un cuore sconfitto e incapace d’accettare l’umiliazione della verità. Un cuore chiuso in un altezzoso silenzio: “Ora, con questi muscoli che non tengono, con questa stanchezza, con questa facilità alla malinconia, con questo masochismo strano che la vita di oggi tende a favorire o con questa indifferenza e questo cinismo che la vita di oggi rende, come rimedio, necessario per non subire una fatica eccessiva e non voluta, come si fa ad accettare sé e gli altri in nome di un discorso? Non si può rimanere nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza come è una presenza una madre per il bambino. Senza che Cristo sia presenza ora – ora!–, io non posso amarmi ora e non posso amare te ora” (Mons.Luigi Giussani).

Il Signore Gesù di questo cuore ha compassione, un cuore “stanco e sfinito” che ha smarrito l’amore, per se stesso innanzi tutto, in cui non trova nulla di affascinante e appassionante, speranze evaporate nei fallimenti di relazioni e progetti. Un cuore che ha smarrito l’amore all’altro, allo studio, al lavoro, al sole e al cielo. Un cuore chiuso nel petto, muto dinanzi agli eventi, come la sera del “dì di festa”, sul quale scende la coltre della disillusione: “e già non sai né pensi, Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto… E fieramente mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito Il dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente.” (Giacomo Leopardi, La sera del dì di festa).

Quante piaghe in mezzo ai nostri petti, e quante giornate sfiorite come il giorno di festa che scivola via senza aver lasciato orma duratura di gioia e di pace. Cuori stretti nella solitudine, “messe” di Dio che così “pochi operai” sanno riconoscere come tale; quanti farisei intorno e dentro di noi, quanti ipocriti che, ciechi su se stessi e sull’amore di Dio, scambiano il bene con il male, l’opera di Gesù con quella del “principe dei demoni”. Quanti si affannano a curare l’esterno della coppa, e lasciano l’interno pieno di corruzione: è proprio di chi ha perduto il discernimento che nasce dalla misericordia, scambiare Dio per il demonio; e quando questo avviene si sbaglia l’approccio al fratello, e la cura della sua malattia sarà sempre un palliativo che non risolve. Chi non riconosce Cristo e non crede nel suo potere ha ormai ceduto mente e anima a satana, abile a camuffarsi e a far dimenticare l’origine autentica di ogni male: l’oblio del peccato, infatti, rifiuta, di conseguenza, l’unico capace di perdonare e sanare davvero: “«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri” (Papa Francesco, Omelia a Lampedusa, 7 luglio 2013).

Quanti oggi credono ancora nella stoltezza della predicazione, autentico esorcismo per ogni uomo ingannato? Quanti guardano all’uomo con “compassione”, sino ad accogliere, come un pastore, la pecora perduta, nel cuore e nella vita, come i tanti “nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte” (Papa Francesco, Omelia a Lampedusa)? Essi sono immagine di ciascuno di noi e di chi ci è accanto, saliti su un barcone in cerca di una spiaggia dove risolvere i propri problemi, pressati da situazioni insopportabili, in famiglia, al lavoro, come nella patria povera e ormai inospitale. Come i tanti immigrati siamo incappati anche noi nelle mani dei trafficanti, e abbiamo perso dignità e, spesso la vita, divenendo prima sordi e poi muti di fronte al fratello, incapaci ormai di amare. E quante volte ci siamo trasformati anche noi in trafficanti che lucrano sulle sofferenze di chi ci è accanto, nell’indifferenza che lascia morire gli altri credendo così di difendere se stessi? “In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro” (Papa Francesco, Omelia a Lampedusa).

Ma ogni uomo, anche tu ed io come la moglie, il marito e i figli, i colleghi e chi incontriamo sulla metropolitana, è parte della “messe” di Dio, proprietà di Colui che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L’incompiutezza dell’opera rapita dall’inganno del demonio accolto nella libertà, grida nel petto come un graffio che impedisce la felicità: essa erompe solo nel compimento dell’opera iniziata con la nostra creazione. Per questo è necessario che, sulle strade d’ogni generazione e di ogni luogo, corrano con urgenza i piedi degli “operai” annunciatori del Vangelo del Regno. La predicazione è, infatti, la rugiada della compassione di Dio, le viscere di misericordia che generano la fede, danno sostanza alla speranza, muovono alla carità. “Operai” che operino il compimento dell’opera di Dio, di loro ha bisogno il mondo, sterminata “messe” di Dio; ciascuno di noi ha oggi bisogno di quest’unica opera di compassione e guarigione, di queste viscere materne che nella Parola del Regno, dell’amore e della vittoria sul peccato e sulla morte, rigenerano ad una vita nuova. Muti possiamo essere dischiusi alla parola, alla relazione e all’amore solo dalla Parola “stolta” e semplice del Vangelo.

Essa è, secondo il cuore della tradizione ebraica, l’atteso “dì di festa” e giunge a noi come carne della nostra carne, ossa delle nostra ossa. L’annuncio del Vangelo che bussa al nostro cuore è l’autentico Shabbat, il giorno del riposo che completa in noi l’opera che Dio ha iniziato creandoci. L’annuncio del vangelo è il settimo giorno, il giorno in cui Dio riposa perché, nell’incontro della sua Parola con il nostro mutismo, si compie la ricreazione, ed ecco ciascuno di noi ridiviene “cosa molto buona”. Secondo la tradizione rabbinica infatti, in occasione dello Shabbat si riceve una Neshamah yeterah (anima supplementare) che permette di apprezzare nel suo più giusto valore il calore dell’amicizia e dello spirito di famiglia (B. Betsah 16a e Taanit 27b). Shabbat porta a compimento la messe di Dio, il gregge ritrova il suo Pastore che lo conduce ai pascoli del riposo, la memoria vince l’oblio come accaduto al figliol prodigo, l’attenzione e l’amore prendono il posto dell’egoismo e dell’indifferenza: : ecco quello di cui il mondo ha bisogno, il miracolo che deve poter vedere per credere, il perdono che rigenera, proprio quello che “non si è mai visto di simile in Israele” e nel nostro quartiere, a Lampedusa come in ogni angolo della terra.

Ogni caricatura mondana della felicità ci ha sino ad ora delusi, ogni affetto, ogni progetto, ogni giorno di festa ci ha piagato il cuore nella malinconia colata dalla vanità della carne. Le viscere materne di Dio rivelate nella “compassione” del suo Figlio ci raggiungono oggi come la sposa che, in tutto, abbiamo atteso, l’aiuto simile a noi, l’Eva tratta dalla nostra stessa costola, il luogo ove riposare e deporre il nostro desiderio d’amare senza il timore che tutto si estingua nel volgere di un giorno. Per Israele Shabbat è la sposa da accogliere con onore e unzione. E’ la carne di Cristo che ha preso su di sé ogni nostra sofferenza, che ha vinto la morte che ci assedia e ci ammutolisce, la sua Parola nella carne e nella parola dei suoi messaggeri, “gli operai” della messe di Dio inviati a scacciare satana dal cuore degli uomini.

Gesù cerca i nostri silenzi sanguinanti per colmarli delle Sue parole di misericordia. Oggi la sua “compassione” è la nostra guarigione. Il suo amore senza condizioni anche oggi caccia dal nostro cuore il principe del silenzio, smascherando con la Parola le sue menzogne. Abbandoniamoci a Lui e consegniamogli malinconia e orgoglio e lasciamoci amare, per correre in mare ad accogliere e prendere sulle spalle i naufraghi in cerca di pace, magari proprio quando, sporco e affamato, si fa carne nel figlio ribelle o nel collega invidioso: “La tua volontà sia davanti a Te, Dio dei cieli, siano ascoltati e evangelizzati buoni vangeli, vangeli di salvezza, di conforto e consolazione dai quattro angoli della terra” (Liturgia di Shabbat per l’annuncio del mese, Rosh Odesh).