Dal Vangelo secondo Matteo 5,43-48.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Il commento di don Antonello Iapicca

La perfezione è un amore che non è di questo mondo, quello che giunge sino al nemico. Ma chi è il nemico? Buona domanda. Le anime belle diranno che non hanno nemici. Ingannandosi. Niente pacifismo, e neanche non-violenza, che si traduce in un altro tipo di violenza, immancabilmente. Niente sfilate, niente manifestazioni, niente bandiere arcobaleno, ma amore. Amore crocifisso, la vita donata, senza riserve. Sant’Agostino ci insegna che “la misura dell’amore è amare senza misura”, ossia infinitamente, come ama Dio. L’amore manifestato in Cristo. L’amore che non resiste al male, che non fa calcoli, che, paziente, si lascia tradire, insultare, disprezzare. L’amore che non cerca il proprio interesse, o gratificazioni e gratitudine. L’amor puro che ama perché ama. E basta. Un amore che non ci appartiene per natura.

Scriveva H. De Lubac: “L’umanesimo cristiano deve essere un umanesimo convertito. Nessun amore naturale può esistere senza l’irruzione nel soprannaturale. Ci si deve perdere per trovarsi. Dialettica spirituale, la cui inesorabilità si impone all’umanità come al singolo, vale a dire sia al mio amore per l’uomo come al mio amore per me stesso. Legge dell’exodus, legge dell’exstasis” (H. De Lubac, Katholizismus als Gemeinshaft). L’amore che ci annuncia oggi il Signore è dunque l’amore pasquale, che passa attraverso la Croce per esplodere nella risurrezione, l’esodo che conduce all’estasi, la visione del Cielo, la visione di Cristo risuscitato.

E’ l’esperienza di Santo Stefano, inginocchiato in un amore che è esattamente quello di Gesù: sotto i colpi della lapidazione, il cuore di Stefano, ricolmo di Cristo, traboccante del suo amore, schiude i suoi occhi alla contemplazione del compimento, della “perfezione”. Nel martirio, nell’amore ai suoi persecutori egli è già nel Cielo. La preghiera per i nemici conduce lo sguardo di Stefano a contemplare il volto di Cristo risuscitato alla destra del Padre. E’ il Cielo in terra e la terra in Cielo. Per questo l’amore al nemico e’ un dono celeste, non può essere un frutto degli sforzi umani. Non si colora dell’indifferenza con la quale, indossando sorrisi e compromessi di tolleranza, crediamo di risolvere i problemi. No. In certe situazioni, quando appare il nemico, si può solo amare.

La moglie, il marito, i figli, sì proprio i figli, i colleghi, i condomìni, i parenti, gli amici, quando cercano di invadere i nostri territori si tramutano in nemici. Quando l’altro parte alla conquista delle nostre idee, dei nostri schemi, delle nostre certezze, delle decisioni, del tempo, del denaro, dei nostri diritti. Ecco, decine di volte al giorno ci imbattiamo nei nemici, spesso con i soliti nemici, e si finisce con il divorziare, giuridicamente o solo nel cuore, e, comunque, si spezza qualcosa, perché ci è impossibile amare oltre la morte che l’altro, diventatoci nemico, spesso solo con la presenza, ci procura. Come potremo amare allora? Come potremo essere “perfetti”, cioè felici, realizzati, compiuti, secondo il senso etimologicamente più profondo della parola che appare nel Vangelo? La perfezione, infatti, è innanzi tutto non mancare di nulla.

Solo chi è perfetto davvero, cioè colmo d’amore, può amare. Solo chi ha conosciuto il Buon Pastore che nulla fa mancare alle sue pecore, può vivere senza difendere nulla, perché sa e sperimenta ogni giorno che la vita ricevuta è eterna, non può finire. Anche se strappata non si esaurisce. Perfetto è il figlio che confida in suo padre, nella certezza che mai gli farà mancare qualcosa. Perfetto è Gesù, il Figlio che possiede tutto quello che è di suo Padre. Per questo ama, dona la sua vita ancora prima che qualcuno gliela tolga: “Nei discorsi di Gesù il Padre appare come la fonte di ogni bene, come il criterio di misura dell’uomo divenuto retto («perfetto»): «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni…». «L’amore sino alla fine», che il Signore ha portato a compimento sulla croce pregando per i suoi nemici, ci mostra la natura del Padre: Egli è questo Amore. Poiché Gesù lo pratica, Egli è totalmente «Figlio» e ci invita a diventare a nostra volta «figli» – a partire da questo criterio” (Benedetto XVI).

Perfetti sono i figli nel Figlio, i cristiani che tutto ricevono dal Padre, la pienezza della vita, della pace, della felicità. Ancora Benedetto XVI ci aiuta a comprendere, attraverso le parole dell’Enciclica “Deus caritas est”: “Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l’amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo « prima » di Dio, può come risposta spuntare l’amore anche in noi…. Si rivela così possibile l’amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell’apparenza esteriore dell’altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione, che io non faccio arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate, accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno”.

Ecco, l’amore è un dono di Dio che possiamo sperimentare in ogni istante della nostra vita. E’ la libertà autentica, che non ingabbia i rapporti nelle regole di una misera economia dei sentimenti, così diversa da quella di chi, illudendosi, ama prendendosi e dando spazi e tempo, idee e criteri, camminando sul falso equilibrio di due “io” che nulla hanno davvero consegnato all’altro. Quando quello dell’altro si “allarga” sino a scontrarsi e a invadere il proprio, è la fine del presunto amore, si cercano altri “io” che sappiano restare al loro posto, identificando in questo la comprensione, l’affinità, la complicità, e tutto il resto del campionario amoroso da blog e da film.  L’eros dei “pagani”, di chi non ha conosciuto l’amore rivelato in Cristo morto e risuscitato e il potere del suo Spirito, è passione, è sentimento che si esaurisce nel perimetro del contraccambio, che evapora quando l’altro non corrisponde al nostro affetto secondo quanto ci aspettiamo. L’amore di Dio è un amore che non calcola, non progetta: Dio ama e basta. Anche ora, che siamo nemici di Dio, nei pensieri, nelle parole, negli sguardi. Riflettiamo bene, cosa abbiamo pensato di quel collega? Come abbiamo guardato quella ragazza sull’autobus? E potremmo continuare. E Dio? Dio ci ama, ci perdona, di dona la sua vita. Ci dona Cristo, ora, completamente, “perfettamente”. Accoglierlo giorno per giorno è compiere questo Vangelo. E’ la perfezione dell’amore, essere uno con Gesù. Semplicemente, perché si compia in noi lo straordinario per il quale siamo nati: l’amore celeste compiuto nella nostra debolezza terrestre. Amare straordinariamente il marito, la moglie, i figli, il fidanzato, l’amico. Straordinariamente, oltre i confini dell’ordinario: l’amore all’altro sino alla fine, dove termina la sua dolcezza, la sua simpatia, la sua bellezza e iniziano i difetti, l’insopportabilità, i peccati. Amare sino a dove ci ha amato Dio, perché in quell’amore siamo stati uniti a Lui indissolubilmente, per sempre. L’amore che, “come pioggia”, scende sull’altro, sia come sia, che “sorge come sole” di giustizia ogni giorno; amore che si fa preghiera che intercede desiderando il bene autentico dell’altro, il suo incontro decisivo ed eterno con Cristo attraverso il dono di noi stessi.