Dal Vangelo secondo Giovanni 17,1-11a.

Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. 

COMMENTO di don Antonello Iapicca

La Gloria dell’amore. La preghiera sacerdotale di Gesù è come un elettrocardiogramma fatto sotto sforzo; durante l’esame lo sforzo è progressivo, aumentando costantemente il carico di lavoro si tiene sotto controllo la frequenza cardiaca attraverso un monitor e viene rilevata, durante i vari carichi di lavoro, la pressione arteriosa. Questo elettrocardiogramma sotto sforzo serve a diagnosticare una sospetta  cardiopatia coronarica, ed è una metodica estremamente sicura. Le parole della preghiera di Gesù disegnano le curve del diagramma dell’attività cardiaca durante la sua Passione: abbiamo così dinanzi a noi un monitor che ci informa con estrema sicurezza sui moti del cuore del Signore, man mano che il carico della Croce lo schiacciava. Sino alla sua morte, il segno della cardiopatia di Gesù: troppo amore, come scrive San Paolo nella lettera agli Efesini (cfr. Ef. 2, 4). Esattamente come è accaduto ad alcuni santi, a San Filippo Neri per esempio, alla cui morte scoprirono che due costole si erano spostate per fare posto al cuore dilatato.

Ogni parola di questa preghiera trasuda amore. Amore al Padre, amore ai discepoli, amore ad ogni uomo. Gesù sta per inoltrarsi nella notte della Passione, della Croce e del Sepolcro e fissa una sola cosa, la Gloria di Dio; essa si manifesta nella glorificazione del Figlio che diviene la gloria dei discepoli. La Gloria della Croce, il cuore di Dio. L’ultimo posto del mondo, il più malfamato, l’angolo più sporco, la feccia della storia, la discarica di ogni peccato, qui è apparsa la Gloria di Dio. “La croce di Cristo, sulla quale il Figlio, consostanziale al Padre, rende piena giustizia a Dio, è anche una rivelazione radicale della misericordia, ossia dell’amore che va contro a ciò che costituisce la radice stessa del male nella storia dell’uomo: contro al peccato e alla morte” (Giovanni Paolo II, Dives in misericordia). E’ nel peggior pezzo della nostra storia, nell’anfratto più oscuro del nostro cuore che è scesa la Shekinà, la Gloria di Dio. La sua presenza colma di misericordia infinita accompagnò il Popolo d’Israele tra le angosce dell’esilio a Babilonia; allo stesso modo essa non ha mai abbandonato l’esilio dal paradiso di ogni uomo, scendendo sino ai bassifondi più corrotti. Non vi è luogo di dolore, di morte, di peccato, dove non sia giunta la Gloria di Dio. Proprio laddove la carne di ogni uomo lo rigettava come nemico, il Signore ha voluto deporre la sua carne, mostrando così il suo potere sopra ogni carne: Lui era, ed è malato d’amore, una cardiopatia inguaribile, un cuore dilatato all’infinito, ad abbracciare, perdonare, riscattare il peccatore più grande.

La Gloria del Padre si è manifestata nel suo Figlio crocifisso, umiliato, disprezzato, rifiutato. Come il figliol prodigo, esule dalla casa paterna, al culmine della disfatta è rientrato in se stesso mosso interiormente dalla Gloria di Dio che non lo aveva lasciato, anche noi possiamo conoscere il Nome di Dio, il suo amore, al fondo dei nostri fallimenti, nel perdono dei nostri peccati. La Parola di misericordia ci è stata svelata in Cristo crocifisso. Come il figliol prodigo eravamo del Padre, lo abbiamo sfuggito, e il Signore ci ha ricondotti a casa, sulle spalle della sua misericordia. Conoscenza crocifissa, mistero insondabile di un legame indissolubile. Oggi, nelle ore dure e dolorose che ci accompagnano, possiamo ancora vedere la sua Gloria, la Presenza ineffabile del suo amore. Nella morte che ci ghermisce sperimentare la vita eterna, la conoscenza intima di Cristo, l’amore del Padre più forte di ogni peccato. Frutti maturi della preghiera del Figlio, siamo chiamati anche noi a guardare ad ogni evento come all’ora che giunge perchè il Padre glorifichi il Signore in noi. Ogni situazione, ogni relazione è la terra che accoglie la nostra vita che vi cade come un seme: la morte che sembra inghiottirci – l’umiliazione, l’insignificanza, la contraddizione, la solitudine, il fallimento, l’impotenza – è il passo al frutto maturo, la salvezza di chi ci è accanto. Nella Chiesa, nella piccola comunità, nella famiglia, ovunque, la salvezza delle persone che Dio lega alla nostra vita, passa per il cammino angusto che ci scioglie nella terra, nell’oscurità dell’impotenza. Brucia certo, non poter parlare al figlio, non poter spiegare al marito, non poter fare quello che siamo persuasi si dovrebbe fare; ma quando ogni porta si chiude inesorabilmente, quando pungente giunge la frustrazione che taglia le ali ad ogni slancio, idea, progetto o ispirazione, è proprio allora che su ciascuno di noi sta per scendere la Gloria di Dio! I momenti che sanno di morte sono i più fecondi! Dare Gloria a Dio e ricevere la sua significa accogliere la storia così come si presenta, con il suo carico di fatti incomprensibili che urtano violentemente con la nostra ragione; significa offrire, proprio laddove tutto ci appare assurdo e addirittura contro le ragioni di Dio, la propria vita.

Il segreto dell’opera che Gesù ha compiuto e con la quale ha glorificato il Padre è nel potere che gli è stato dato: nessuno gli toglie la vita, ma è lui che la offre, perchè ha il potere di darla e di riprenderla. Gesù ha la vita eterna dentro, lo Spirito del Padre muove ogni sua fibra, non è schiavo di nessuno e di nulla, non difende se stesso. Gesù offre la sua vita! E’ questo il segreto per vivere pienamente, per compiere l’opera che ci è affidata, in famiglia, a scuola, al lavoro, ovunque e con chiunque; offrire la propria vita perchè essa è eterna, non ha fine, è la vita di Dio! Si può perdere la vita eccome, ed essere sempre tristi, pieni di mormorazioni, obbligati a vederci strappare quanto ci è di più caro. Oppure vivere in Cristo ed offrire tutto se stessi, nel potere che la vita celeste infonde in noi. Nessuna ci ruba nulla, perchè siamo noi ad offrire tutto! Così cambia radicalmente la prospettiva, e ogni istante diviene un’occasione per amare gratuitamente, per dare gloria a Dio. Usciamo dalla trincea per avviarci incontro alle persone e alla storia disarmati, come agnelli, per offrirci con amore a Cristo, attraverso le situazioni e le persone che il Padre ci dona. La stessa vita di Cristo, il cuore del Padre nel Figlio,e noi in loro, e loro in noi, oggi, ora, per mostrare al mondo la Gloria pronta ad abbracciare ogni uomo. Questa è la vita che non muore, che nulla può distruggere, conoscere Dio nella Verità, che Lui è l’unico perchè unico è il suo amore manifestato in Colui che ha inviato, Cristo Gesù nostro Signore.

Beato Guerrico d’Igny (circa 1080-1157), abate cistercense
Omelia per l’Ascensione, 1-2 : PL 185, 153-155

« Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre…disse »

        Il Signore ha fatto questa preghiera la vigilia della sua passione. Ma si può dire pure che riguarda il giorno dell’Ascensione, il momento in cui egli stava per separarsi, per l’ultima volta, dai suoi « figlioli » (Gv 13, 33) che aveva affidato al Padre suo. Lui che in cielo ammaestra e dirige la moltitudine degli angeli che ha creati, aveva legato a sè sulla terra un « piccolo gregge » (Lc 12, 32) di discepoli per istruirli mediante la sua presenza nella carne, fino al momento in cui, con il cuore allargato, sarebbero stati in grado di essere condotti dallo Spirito. Amava questi piccoli con un amore degno della sua grandezza. Li aveva staccati dall’amore di questo mondo. Li vedeva rinunciare ad ogni speranza di quaggiù per dipendere solo da lui. Tuttavia, finché viveva con loro nel suo corpo, non ha prodigato loro con superficialità l’espressione del suo affetto ; si è mostrato con loro più fermo che tenero, come conviene ad un maestro e ad un padre.

Ma, venuto il momento di lasciarli, egli sembra vinto dal tenero affetto che nutriva per loro, e non può dissimulare l’immensità della sua mansuetudine… Per cui è detto : « Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine » (Gv 13, 1). Infatti in questo momento ha versato, in un certo senso, tutta la forza del suo amore per i suoi amici, prima di versare se stesso, come acqua, per i suoi nemici (Sal 21, 15). Ha consegnato loro il sacramento del suo corpo e del suo sangue e ha prescritto loro di celebrarlo. Non so cosa deve essere ammirato maggiormente : la sua potenza o la sua carità, quando ha inventato questo nuovo modo di dimorare con essi per consolarli della sua partenza.