Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37.

Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà». Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni. Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Il Signore ci istruisce. E non ci inganna. Camminando dinanzi a noi ci indica il suo e il nostro destino. Non fa sconti sentimentali, non annacqua le parole. Per dirci oggi la serietà del peccato Gesù ce ne mostra le conseguenze. E il suo amore, tanto grande da far paura. Gesù già ne aveva parlato. ” La prima volta…. satana uscì allo scoperto, con un’opposizione netta, “questo non ti accadrà mai…”. Questa volta si nasconde nell’incomprensione, e fa seccare il seme nel mutismo di un cuore di pietra” (S. Fausti, Ricorda e racconta il Vangelo). Quante volte ci ritroviamo come pietrificati dinanzi agli avvenimenti! Il timore di capire e di accedere al mistero celato dietro gli eventi ci paralizza la lingua, perchè la mente non le invia nessun impulso, gelata dalla paura. Terribile paura della morte, di scoprire una verità che abbiamo rimosso, che non abbiamo voluto credere, il male vero, quello capace di uccidere la speranza, la fiducia, ogni relazione. O, più banalmente, la paura che sperimentiamo al mercato, o sul tram: quando qualcuno ci parla di un evento luttuoso vorremmo tagliar corto, non approfondire, voltare lo sguardo a cercare la vita. In un ospedale, al capezzale di un malato terminale, le parole ci escono a brandelli, caricature fuori luogo di pronte guarigioni, di future mangiate, vacanze e lunghe passeggiate in montagna. Di fronte alla morte, l’unico che ci viene da dire sono speranze illusorie balbettate come una pacca sulla spalla mentre il cuore gela. Eufemismi. Il cancro è diventato un ” brutto male”. E guai ad evocare la morte, perchè la morte mette paura. E diventa ancor più incomprensibile quando appare come un segno d’amore: la morte che Gesù annuncia ai suoi discepoli e a ciascuno di noi, la consegna della propria vita alle mani degli assassini, è il suo amore vero, perfetto, autentico.

Non si comprende la morte di Gesù se non si accoglie il suo amore che ne è la causa prima e fondamentale. Lo ha detto Lui, e tutti i passi evangelici che ne fanno riferimento lo illustrano inequivocabilmente: è Lui che consegna la Sua vita per amore, molto prima che altri gliela togliessero. Risuona infatti in tantissimi testi il verbo “consegnare” (“paradìdomi”)Gesù è consegnato: il tradimento di uno dei suoi apostoli lo consegna agli avversari. Il sinedrio lo consegna al potere romano. Pilato lo consegna alla Croce compiendo così quanto Gesù ha preannunciato.

Eppure nella trama di consegne di cui sarà fatto oggetto emerge qualcosa di infinitamente più grande di una semplice sequenza sfortunata di eventi, come quelli di cui spesso anche noi crediamo di essere vittime. Prima ancora d’essere consegnato da mani umane, è il Figlio a consegnarsi. Per amore. L’ha espresso con evidenza Paolo: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Gesù, consegnandosi al Padre e alla sua volontà, si consegna a ciascun uomo, perchè tutti fossimo riconsegnati al Cielo, in un unico e perfetto amore: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!» e «Chinato il capo consegnò lo Spirito». La sua offerta lo consegna alla solitudine, al cuore d’ogni dolore, alla madre della nostra paura. Gesù si consegna alla morte, all’assenza di Dio, alla patria del peccato di cui tutti facciamo dolorosa esperienza. E, consegnando lo spirito, grida l’estrema solitudine, «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Il Padre e il Figlio uniti in un’unico, infinito amore, un dolore lancinante che spinge il perdono a bussare alla porta della nostra tomba, quella di oggi. E’ scandaloso, ma è andata proprio così: il Padre ha voluto consegnare suo Figlio per noi, non è stato un incidente a cui Dio, con la resurrezione, ha messo fine. Uomini empi hanno ucciso Gesù, ma proprio quell’empietà con cui l’uomo raggiungeva il limite estremo della lontananza tra Dio e la sua creatura diveniva lo strumento con cui Dio stesso raggiungeva quel luogo di solitudine e angoscia, l’ultimo gradino dell’inferno, per riscattarvi il peccatore peggiore, il più lontano da Lui: “Il dramma tra l’uomo e Dio raggiunge qui il suo acme, poiché la perversa libertà finita getta tutta la sua colpa su Dio come sull’unico imputato e capro espiatorio, e Dio se ne lascia totalmente colpire non solo nell’umanità di Cristo, ma nella sua stessa missione trinitaria, dove nel mistero dell’ottenebrazione e della alienazione tra Dio ed il Figlio portatore del peccato, compare l’onnipotente impotenza dell’amore di Dio” (Von Balthasar, Teodrammatica).

La consegna alla morte per amore, il dolore per amore: «Il Padre, Dio dell’universo, paziente e misericordioso, sente egli stesso in certo modo il dolore… Il Padre stesso non è senza dolore! Se qualcuno lo implora egli è preso da pietà e compassione; soffre attraverso l’amore; ha sentimenti che non potrebbe avere secondo la sua natura sublime. Riguardo a noi egli sente il dolore umano» (Origene, Hom. in Ezech. 6,6). L’incomprensibile si svela oggi dinanzi a noi. «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati». Gesù è inchiodato sulla Croce per un amore che ha esigito la morte, il salario d’ogni peccato. Come l’amore d’una madreesige il dolore del parto. E molto di più. Amore divino, geloso, compassionevole, pietoso, misericordioso. La morte di Gesù ci parla dunque di noi, dei nostri peccati, che hanno esigito la morte di Gesù. Senza la sua morte saremmo ancora nei peccati dice san Paolo. Senza la sua morte il suo amore non ci avrebbe raggiunti, salvati. risuscitati, perchè il peccato conduce alla morte, sempre. E lì, nella morte, doveva giungere il suo amore, per distruggere la radice della paura. E lì, nel freddo silenzio del terrore, oggi possiamo incontrarlo per mezzo dello Spirito Santo, quando Gesù, al culmine della sua passione, dopo aver gridato la Sua incarnazione nella nostra carne morta, «Chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv 19,30).

Siamo peccatori: «E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati». (San Francesco d’Assisi, Admonitio, 5, 3). Ecco perchè l’annuncio di Gesù terrorizza i discepoli e tutti noi. Ecco perchè la morte ci fa paura. Perchè il peccato ha avvelenato la nostra vita, e non lo possiamo accettare, siamo abituati a dare la colpa a tutto ciò che si trova fuori di noi, alle circostanze, agli eventi sfortunati e alla malvagità altrui. Discutiamo sempre su chi sia il più grande, il più perfetto, ed è un’immagine delle relazioni avvelenate di chi non accetta la propria debolezza, la realtà dei propri peccati. L’orgoglio che, scalando prestigio, potere e affetto, camuffa l’estrema indigenza di un cuore malvagio. Non possiamo accettare di essere smascherati come peccatori, empi che hanno ucciso davvero Cristo. Causerebbe un terremoto nella nostra vita, certezze e rendite di posizione evaporerebbero come neve al sole, non potremmo più discutere e lottare per essere i più grandi, non ne avremmo diritto, l’evidenza ci getterebbe piuttosto all’ultimo posto. Dovremmo umiliarci, e guardare con occhi diversi la nostra storia, la moglie, il marito, i figli, i genitori, noi stessi. E, come peccatori, sperimentare un perdono che non abbiamo mai conosciuto, divino, e così ricevere un amore scandaloso, gratuito, che ci farebbe bambini, pura accoglienza perchè pura debolezzaL’amore infatti è consegnato per essere accolto, e Gesù cerca un bambino che accolga il suo dono.

L’umiltà di sapersi piccoli, gli ultimi, non per una virtù morale , ma perchè è proprio così. Un bambino è quello che è. L’annuncio di Gesù oggi fa luce su chi noi siamo veramente. La verità sulla nostra piccolezza emerge dall’enormità del suo amore. Dinanzi alla Croce non possiamo che scoprirci bambini, infinitamente piccoli. Dinanzi al peccato il suo amore svela la nostra identità: mendicanti d’amore. Come san Francesco, che infatti ai piedi della Croce è stato abbracciato da Gesù, perchè Lui prende in braccio i piccoli, i poveri, i peccatori. La sua Croce è il suo abbraccio consegnato a ciascuno di noi, il suo perdono, il suo amore. «Non sono che una fanciulla, incapace e debole, tuttavia è la mia stessa debolezza che mi dà l’audacia di offrirmi Vittima al tuo Amore, o Gesù! Una volta solo le vittime pure e senza macchia erano gradite al Dio Forte e Potente. Per soddisfare la Giustizia Divina, erano necessarie vittime perfette, ma alla legge del timore è succeduta la legge d’Amore, e l’Amore mi ha scelta per olocausto, me, debole e imperfetta creatura… Questa scelta non è forse degna dell’Amore?… Si, perché l’Amore sia pienamente soddisfatto, bisogna che Egli si abbassi, che si abbassi fino al nulla e che trasformi in fuoco questo nulla… » (Santa Teresa di Lisieux). Ecco il segreto: l’amore si fa bambino perchè noi si diventi bambini: indifeso perchè smettiamo di difenderci, piccolo perchè abbandoniamo i miseri sogni di grandezza. La storia che oggi ci crocifigge, che ci fa paura è il suo amore che si fa fanciullo, che dal Cielo discende sulla terra, e si fa vita nostra, ore e lavoro, famiglia e amicizia, amore che si fa carne nella nostra carne: aspra nelle conseguenze del peccato, ma che reca, misteriosamente, proprio laddove dovrebbe uccidere e gettare all’inferno, l’amore capace di riscattare, il perdono che rigenera e trasforma il nulla nella pienezza di gioia e pace. Accogliere la storia in ogni suo aspetto, perchè in essa Gesù si fa bambino, da abbracciare, come si abbraccia la Croce. E così scoprirsi figli del Padre che lo ha inviato. Abbracciare Gesù laddove Egli stesso abbraccia la nostra vita, la piccolezza che ci fa autentici, l’indigenza che ci fa suoi prediletti. Fin dall’infanzia il demonio ha tenuto schiavo ciascuno di noi, all’infanzia ci riconduce il Signore; laddove l’abbiamo perduta, Egli ci riconsegna l’innocenza che crede oltre ogni evidenza, che ci fa consegnare l’intera nostra esistenza alla sua misericordia. Il suo amore che ci fa servi, gli ultimi di tutti, non perchè nella nostra presunta magnanimità ci spogliamo di una grandezza inesistente, ma perchè amati nella piccolezza e per questo primi nell’amarenel donare se stessi gratuitamente, perchè gratuitamente abbiamo ricevuto tutto.

San Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti

« Di che cosa stavate discutendo lungo la via ? »

O umiltà di Cristo ! All’anima doni una gioia indescrivibile. Di te ho sete, perché in te l’anima dimentica la terra e tende sempre più ardentemente verso Dio. Se il mondo capisse la potenza della parola di Cristo : « Imparate da me la mitezza e l’umiltà » (cfr Mt 11,29), metterebbe da parte ogni altra scienza per acquistare questa conoscenza celeste. Gli uomini non conoscono la forza dell’umiltà di Cristo ; e desiderano le cose della terra. Ma l’uomo non può giungere alla potenza di queste parole del Signore senza lo Spirito Santo. Chi le ha penetrate non le abbandona più, nemmeno se gli fossero offerti tutti i tesori del mondo… Chi ha assaporato questo amore di Dio infinitamente mite, non può più pensare alle cose della terra ; si sente attirato senza tregua da questo amore. Eppure, lo perdiamo a causa del nostro orgoglio e della nostra vanità, delle nostre inimicizie e dei nostri giudizi nei riguardi dei nostri fratelli ; lo abbandoniamo a causa dei nostri pensieri cupidi e della nostra propensione verso la terra. Allora ci abbandona la grazia, e l’anima turbata, depressa, desidera Dio e lo chiama, come Adamo scacciato dal Paradiso. La mia anima sospira e ti cerca con le lacrime ! Vedi la mia afflizione, illumina le mie tenebre affinché la mia anima sia nella gioia ! Signore, donami la tua umiltà, affinché il tuo amore sia in me, e il timore di te sia in me.

Santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897), carmelitana, dottore della Chiesa
Preghiera 20

« Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti»

Gesù !… Tale è la tua umiltà, o divino Re della Gloria, da sottometterti a tutti i tuoi sacerdoti senza fare nessuna distinzione tra coloro che ti amano e coloro che sono, purtroppo, tiepidi o freddi nel tuo servizio. A un loro richiamo, scendi dal cielo ; anche se loro anticipano o differiscono l’ora del santo sacrificio, tu sei sempre pronto. O mio Diletto, sotto il velo della bianca ostia, quanto mite e umile di cuore mi appari ! (Mt 11, 29) Per insegnarmi l’umiltà, non puoi abbassarti maggiormente ; perciò voglio, per rispondere al tuo amore, desiderare che le mie sorelle mi mettano sempre all’ultimo posto, e essere ben persuasa che questo posto è proprio mio… Io lo so, o mio Dio, che abbassi l’anima superba ; a quella invece che si umilia, doni un’eternità di gloria ; voglio quindi mettermi all’ultimo posto, condividere le tue umiliazioni per « avere parte con te » (Gv 13, 8) nel regno dei Cieli. Signore, conosci la mia debolezza ; ogni mattina prendo la risoluzione di praticare l’umiltà e, la sera, riconosco che ho commesso ancora molte mancanze, a causa della mia superbia. Per questo, sono tentata di scoraggiarmi, ma, lo so, anche lo scoraggiamento è superbia. Perciò, in te solo voglio fondare la mia speranza. Poiché puoi tutto, degnati di far nascere, nella mia anima, quella virtù che desidero. Per ottenere questa grazia dalla tua infinita misericordia, ti ripeterò molto spesso : « O Gesù, mite e umile di cuore, rendi il mio cuore, simile al tuo cuore ! ».

Cardinale Joseph Ratzinger (Papa Benedetto XVI)
Der Gott Jesu Christi

«Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me»

Dobbiamo ricordare che il titolo distintivo e teologicamente centrale di Gesù è «il Figlio». In che misura era già linguisticamente prefigurata questa designazione nel modo in cui Gesù si è egli stesso presentato? … E’ certo che si tratta del tentativo di riassumere in una parola l’impressione che si aveva della sua vita; l’orientamento, la radice ed  il suo punto d’arrivo avevano un solo nome «Abba»- babbo. Egli sapeva di non essere mai solo; fino all’ultimo grido sulla croce è interamente rivolto verso l’Altro, verso colui che chiama Padre. Per questo il vero titolo di distinzione non poteva essere né «Re» né «Signore» né avere altri attributi di potenza, ma una parola che si potrebbe tradurre anche col termine «bambino». Perciò si può dire che, se i bambini occupano un posto così grande nella predicazione di Gesù, è perché ciò è strettamente collegato al suo mistero personale, la sua filiazione. La sua più alta dignità, che rimanda alla divinità, non è una potenza posseduta per se stessa; consiste nell’essere rivolto verso l’Altro – verso Dio Padre… L’uomo vuol diventare Dio (Gen 3,5) e deve diventarlo. Ma ogni volta che, come nell’eterno dialogo col serpente in Paradiso, cerca di arrivarci distaccandosi dalla protezione di Dio e dalla sua creazione per contare solo su se stesso e affermarsi in modo indipendente da Dio, ogni volta che, in una parola, diviene completamente adulto, emancipato, e rigetta l’infanzia come stato di vita, finisce nel nulla, perché si oppone alla verità di se stesso che è la dipendenza. E’ proprio mantenendo ciò che è proprio dell’infanzia e dell’essere figlio, vissuto prima di tutto da Gesù, che egli entra col Figlio nella divinità.

Hans Urs Von Balthasar. L’Amore consegnato

Il tutto nel frammento

“Quel Logos, in cui tutto nel cielo e sulla terra è raccolto e possiede la sua verità, – scrive ancora Hans Urs von Balthasar- cade lui stesso nel buio, nell’angoscia… in un nascondimento, che è proprio l’opposto dello svelamento della verità dell’essere… L’indicativo è perduto, l’interrogativo è rimasto l’unico modo di parlare. La fine della domanda è il forte grido. È la parola che non è più parola… Anche il Logos, che ha accettato la forma a lui adatta, deve essere privato della sua figura… La parola di Dio nel mondo è diventata muta, nella notte essa non chiede più di Dio; essa giace sepolta nella terra. La notte che la copre non è una notte di stelle, ma notte di desolazione profonda e di alienazione mortale. Non è un silenzio pieno di mille segreti d’amore, che scaturiscono dalla avvertita presenza dell’amato; ma silenzio di assenza, di distacco, di vuoto abbandono, che arriva dietro tutti gli strappi dell’addio”.

Hans Urs von Balthasar. Il Figlio fatto peccato.

Meditazioni sul Credo Apostolico

L’ora e l’impero delle tenebre (Luca 22,53), quando gli uomini gli inflissero ogni sorta di dolore fisico e morale e anche il Padre lo abbandonò nei supplizi, è una notte per noi insondabile. Nessuna via Crucis, neppure le atrocità delle torture umane dei campi di concentramento possono darcene un’immagine. Portare il peso del peccato del mondo, sperimentare in sé la profonda perversione di una umanità che nega a Dio ogni culto, ogni riverenza e timore, di fronte a un Dio che distoglie lo sguardo da questi tormenti: chi può concepire che significa tutto ciò? E poiché sono qui raccolte tutte le sterminate età del mondo dal principio alla fine dei tempi, per il Sofferente la croce diventa atemporale; non si può più parlare di una prospettiva di resurrezione di due giorni dopo. Il peccatore può sperare, il “peccato” no: ma Cristo, per amore nostro, Dio “lo trattò da peccato”.