Dal Vangelo secondo Giovanni 16,5-11

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Ora vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore.
Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi.
E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato».

Il commento di don Antonello Iapicca

Con il Signore si può essere opportunisti; è Lui stesso che ci invita a guardare alla sua morte come al nostro bene. Senza di essa, senza il passaggio di Gesù attraverso l’angusto pertugio della Croce, la nostra vita come quella del mondo, resterebbe avvolta nel buio più fitto, e non saremmo “convinti” della verità. E chi vive senza certezze è come un cadavere che si lascia trascinare dalla corrente. Il mondo anche se vive è morto, afferrato dalla violenza della menzogna che sradica le radici acerbe di fragili certezze, come accade al seme nella parabola del seminatore: “tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto”. E’ la nostra esperienza quotidiana, quando ci ritroviamo senza forze di fronte a eventi che ci sorprendono e impauriscono. Non “comprendiamo” che cosa ci accade, siamo “incostanti” e ci “scandalizziamo” della Croce, siamo “soffocati” dalla “preoccupazione” e dall'”inganno” della carne, e la “tristezza riempie il nostro cuore”. E’ come se ogni volta che ci visitano il dolore, la precarietà, le contrarietà, vedessimo il Signore “andare via”, e con Lui sparire la speranza dall’orizzonte, mentre proprio la sua morte è l’unica nostra possibilità, per non restare intrappolati nella menzogna che corrompe ogni pensiero e ogni gesto: “la morte del Figlio di Dio vince la morte umana: «Ero mors tua, o mors», come il peccato di aver crocifisso il Figlio di Dio «vince» il peccato umano! Quel peccato che si consumò a Gerusalemme il giorno del Venerdì santo – e anche ogni peccato dell’uomo. Infatti, al più grande peccato da parte dell’uomo corrisponde, nel cuore del Redentore, l’oblazione del supremo amore, che supera il male di tutti i peccati degli uomini. Sulla base di questa certezza la Chiesa nella liturgia romana non esita a ripetere ogni anno, durante la Veglia pasquale, «O felix culpa!», nell’annuncio della risurrezione dato dal diacono col canto dell’«Exsultet!»” (Giovanni Paolo II, Dominum et vivificantem).

La morte di Cristo per ciascuno di noi è proprio la porta dischiusa allo spirare dello Spirito Santo, il Paraclito che ci guida alla Verità tutta intera, l’unica che può salvarci liberandoci dalla prigione della menzogna; la Croce, infatti, quella che non a caso i missionari ricevono e alla quale si appoggiano e che mostrano annunciando il Vangelo, non significa altro che una cosa: siamo peccatori, ma Gesù ha vinto il peccato e la morte. La porta che Egli ha attraversato per inoltrarsi nella morte di ciascun uomo e che, tornando vittorioso, ha oltrepassato anche se ormai chiusa sulla speranza, lascia oggi brillare su ciascuno di noi la luce incorruttibile sprigionata dallo spirare inesausto dello Spirito Santo. La morte esiste perché esiste il peccato. Accettare e abbracciare oggi la croce che ci accoglie in famiglia, a scuola, al lavoro, ovunque, è aprire la porta del nostro cuore alla Verità e alla salvezza, al soffio vivificante dello Spirito Santo, alla caparra della vita più forte di morte e peccato. In quella di Gesù, ogni morte diviene fonte di vita; nel mistero pasquale del Signore, ogni sofferenza, ogni “andare via” dalla effimera tranquillità che brama la carne, è il “bene” per ogni uomo, per te e per me. Sì, il cammino che conduce i figli, il coniuge, le persone care ad uscire da se stessi, ad “andare via” dall’egoismo attraverso le umiliazioni, i fallimenti e, a volte, gli stessi peccati, è il “bene” per ciascuno di loro. Lo crediamo? Ne siamo “convinti”? Forse no, forse ci difendiamo dalla morte, e cerchiamo di proteggere dalla Croce coloro che portiamo nel cuore, illudendoci di salvarli, mentre li lasciamo prede della menzogna e del maligno. Ma Cristo è risorto davvero, è vivo oggi, e bussa ancora una volta al nostro cuore per riversarvi il Paraclito, l’avvocato che ci “convince” del “peccato”, l’asebeia di cui parla San Paolo, l’empietà che rifiuta di “glorificare” e  “ringraziare” Dio e ci condanna a una vita meschina, incapace di gioia e pace, ripiegata su noi stessi e sulle alchimie che cerchiamo per sfuggire alla morte perché “non crediamo” al suo amore. Il Paraclito che oggi il Signore vuol donarci per “convincerci” riguardo alla “giustizia” della Croce, attraverso la quale Egli è andato al Padre  a presentare le sue piaghe gloriose in nostro favore, perché, anche oggi, possiamo essere certi del “giudizio” di misericordia che getta fuori dalla nostra vita il principe della menzogna per farci vivere da figli liberi del Padre celeste, ancorati alla certezza del suo amore incorruttibile, segno autentico della sua misericordia per questa generazione. Il Paraclito che ci “convince” su peccato, giustizia e giudizio – la strada, la roccia e i rovi – per fare di noi la “terra buona” dove Gesù possa crescere e divenire Parola di speranza e salvezza per ogni uomo.