dal Vangelo secondo Mc 7,1-13
In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame – quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?”. Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”. E aggiungeva: “Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korban, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte”. 
IL COMMENTO di don Antonello Iapicca
Annulliamo la Parola in nome della nostra scienza, ovviamente presunta. Tradizioni di uomini, oggi come ieri, tra gli scribi e i farisei di ogni tempo, tradizioni di famiglia, di lavoro, di gruppo. Principi assoluti, gli unici capaci di sostenere l’architettura del mondo. I nostri. E quel mantra ripetuto ed esibito come un lasciapassare: Per principio… E, oggi come allora, le nostre alchimie e i nostri castelli giuridici eretti perchè tutto funzioni secondo le nostre ragioni, immancabilmente esatte, senza l’ombra del minimo dubbio. E quel tono saccente di chi insegna sempre senza bisogno di apprendere nulla. Sicuri e al calduccio, infilati nelle calde pelliccie delle nostre idee fatte legge. Nelle case, nei rapporti matrimoniali, nei condomini, dal fruttivendolo, al bar, a scuola, al lavoro, anche durante una partita di calcio. Ovunque posiamo i piedi giunge sempre il nostro giudizio di merito, la soluzione pronta e infallibile, il rullo compressore dei nostri criteri.
Come negare una morte dignitosa ad un malato? Come negare il diritto a vedere esaurito, ad ogni costo e con ogni mezzo, il desiderio di un figlio, se è scritto proprio nella Bibbia, lì all’inizio, in quel bel “Crescete e moltiplicatevi”? Come negare il diritto ad avere diritto di pensare-decidere-fare secondo i propri diritti? Il sofisma antico, “se Dio vi ama perchè proibisce? Se sei Figlio di Dio perchè devi obbedire? Se il Creatore ti ha dato la ragione e i desideri, come è possibile soffocarli nell’abbraccio mortale dei limiti imposti dagli altri? Meglio sperimentare su un embrione e ucciderlo che milioni di malati, che diamine! A casa come nelle aule parlamentari, in famiglia come tra le urla delle piazze, assassiniamo soavemente la Parola, cioè la Vita, cioè Cristo. Eludiamo abilmente il “comando”, il cammino per la vita, camuffando le nostre tradizioni e spacciandole per Parola divina e sostituendole ad essa. E sono solo precetti di uomini, forieri di corruzione e di morte. Delle famiglie come degli embrioni. Per i precetti umani, per il bene carnale, si uccide il bene spirituale. Per una menzogna si cancella il vero.
“Invano essi mi rendono culto”. Una parola durissima per chi, come i farisei, avevano innalzato una barriera intorno alla Legge per impedire che fosse violata per inavvertenza. 613 comandamenti avevano la funzione di attualizzare la legge per la vita concreta. Solo l’obbedienza scrupolosa alla Legge e la dipendenza assoluta dalla loro interpretazione precettistica definiva l’appartenenza al popolo di Dio. E «un ignorante non può essere pio», amavano ripetere. Il precetto umano circoscriveva così il campo del puro e dell’impuro, che non atteneva alla sfera prettamente morale, ma che era in funzione del culto. I precetti avrebbero dovuto costituire il regolamento cui attenersi scrupolosamente per essere atti al culto. Ma, nelle parole di Gesù, i precetti della tradizione si svelano al contrario come un impedimento al culto, e i Farisei, insegnandoli, lo rendono vano. Le labbra ripetono vuote parole mentre il cuore scivola via lontano. La superficie diviene un assoluto mentre evapora la sostanza. Al punto di non comprendere più la libertà per la quale il Popolo ha ricevuto la Legge. E’ lo stesso stordimento che sperimentiamo quando, issando i nostri criteri quali assoluti a prova di dubbio, cadiamo preda del giogo peggiore, quello del moralismo, che, schiacciandoci, trascina con noi chi ci è accanto.
I discepoli di Gesù invece sono entrati nel cuore della Legge, ne hanno assaporato la Verità compiuta in quel Profeta di Nazaret, e per questo sono ormai liberi. Li muove il cuore rinnovato nell’amore, e rendono così un culto autentico. Esso infatti è espressione di una relazione d’amore, non è frutto di sforzi moralistici che sporcano di giudizio ogni presunta opera pia. Non è un culto rattoppato come un vestito vecchio, è vino nuovo in otri nuovi. Così in famiglia, al lavoro, in parrocchia, ovunque. La libertà di chi ha consegnato a Cristo la propria vita senza riserve, facendo di ogni istante il frammento di una liturgia di lode. Un culto senza lode è sempre falso, una ipocrita esibizione di un certificato di buona condotta con il quale comprarsi il Cielo. Un culto vano, idolatrico, vanaglorioso. La lode invece scaturisce sempre dalla debolezza rivestita di misericordia, da un cuore contrito che ha conosciuto il perdono. Per questo il culto autentico, quello che Dio desidera, è il frutto di labbra che confessano il suo Nome, un cuore grato e stupito dinanzi al suo amore smisurato. I discepoli avevano conosciuto questo amore, e per loro tutto era ormai divenuto puro, perchè tutto era stato bagnato dalla misericordia. Ogni istante, ogni persona, tutto era santo, perchè tutto era stretto nell’abbraccio pieno di benevolenza del Signore.
Chi ha conosciuto Cristo, chi ne ha sperimentato il perdono, guarda tutto con occhi puri. La Legge non è più un giogo opprimente, ma è invece il gioco dolce di Cristo, la Croce che ha salvato dalla morte la propria vita. Chi ha conosciuto Cristo prende su di sé il suo giogo, e impara da Lui, mite e umile di cuore. Attrae la moglie, il marito, i figli, gli amici, i colleghi, nella sua vita trasformata in una liturgia di lode, e guarda tutti con occhi di speranza e misericordia. Chi ha conosciuto Cristo e gli ha consegnato il cuore ama, e nell’amore pensa, parla, lavora, prega. Ha rinnegato se stesso, i propri criteri, i precetti modellati dalla propria ragione. E’ abbandonato alla Volontà del Padre, segue il Signore sul sentiero della conversione, della felicità e della vita, desiderando che si compia in lui il Comandamento, il primo e il più grande, la sintesi della Legge e dei Profeti: l’amore a Dio e al prossimo, l’amore riversato nel cuore dallo Spirito di Cristo risorto. Non vi è giudizio, esigenza, moralismo. Solo misericordia, pazienza, e quella letizia che solo chi ha sperimentato la liberazione autentica dalla schiavitù del peccato può gustare e diffondere. La letizia dei misericordiosi.
APPROFONDIRE

Clemente d’Alessandria (150-circa 215), teologo
Il Pedagogo, III 89, 94, 98 ; SC 158
La legge nuova scritta nel cuore degli uomini
Abbiamo il Decalogo, dato da Mosè … e tutto ciò che viene raccomandato dalla lettura dei libri santi. « Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista ! Imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova. Su, venite e discutiamo, dice il Signore » (Is 1, 16-18)… Ma abbiamo anche le leggi del Verbo, le parole di esortazione scritte non su tavole di pietra dal dito di Dio ( Es 24, 12), ma nel cuore dell’uomo (2 Cor 3, 3)… Per questo le tavole dei cuori duri sono state spezzate (Es 32, 19) ; la fede dei bambini imprima i suoi tratti negli spiriti docili. Queste due leggi sono servite al Verbo per la pedagogia dell’umanità, prima per bocca di Mosè, poi per bocca degli apostoli…
Tuttavia abbiamo bisogno di un maestro per spiegarci queste parole sante… Lui ci insegnerà le parole di Dio. La scuola, è la Chiesa ; il nostro unico Maestro, è il Fidanzato, che è volontà buona di un Padre buono, saggezza originaria, santità della conoscenza. « Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati » (1 Gv 2, 2). Guarisce l’uomo intero, sia i nostri corpi, sia le nostre anime, lui, Gesù, che è « vittima di espiazione non soltanto per i nostri peccati, ma anche per quelli di tutto il mondo. Da questo sappiamo d’averlo conosciuto : se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice « lo conosco » e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui » (1 Gv 2, 3-4).
Allievi di questa beata pedagogia, completiamo il bel volto della chiesa e accorriamo come bambini, verso questa madre piena di bontà. Diventiamo gli ascoltatori del Verbo ; glorifichiamo la beata provvidenza, la quale ci guida per mezzo di questo Pedagogo e ci santifica come figli di Dio.
Santa Teresa d’Avila (1515-1582), carmelitana, dottore della Chiesa
Il cammino di perfezione, ch. 28, 9-11
« Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me »
Immaginiamoci che, dentro di noi, c’è un palazzo di una ricchezza immensa, costruito con oro e pietre preziose, dunque degno,del Padrone a cui appartiene. Poi ditevi, sorelle mie, che la bellezza di tale edificio dipende anche da voi. Infatti, c’è forse edificio più bello di un’anima pura e piena di virtù ? Quanto più le gemme sono grandi, tanto più risplendono. Infine, pensate che in questo palazzo abita il grande Re che si è degnato di farsi nostro Padre ; siede su un trono preziosissimo, che è il vostro cuore…
Forse riderete di me, e direte che questo è evidente, e avrete ragione. Eppure questo per me è stato oscuro per un certo tempo. Avevo capito che avevo un’anima, però la stima che meritava quest’anima, la dignità di colui che vi abitava, non lo avevo capito. Le vanità della vita erano come una benda che mi mettevo sugli occhi. Se io avessi capito, come oggi, quale grande Re abitava in quel piccolo palazzo della mia anima, non l’avrei lasciato da solo così spesso ; sarei rimasta di tanto in tanto accanto a lui, e avrei fatto il necessario affinché il palazzo fosse meno sporco. Quanto è mirabile pensare che colui la cui grandezza potrebbe riempire mille mondi e anche molto di più, si rinchiude così in una così piccola dimora.