Dal Vangelo secondo Giovanni 6,30-35.

Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. 

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca


Siamo abituati a credere vedendo. Abbiamo bisogno di poterci appoggiare a segni che ci siano familiari, non sopportiamo la precarietà di ciò che sfugge al rigido incasellamento della realtà che abbiamo prodotto. Come i Giudei in dialogo con Gesù che hanno sperimentato qualcosa di incredibile, hanno intuito l’eco di segni passati, vorrebbero la certezza che quel Gesù di Nazaret sia proprio il Profeta simile e più grande di Mosè che attendevano. Chiedono ancora un segno, magari più esplicito, ed una bella didascalia che rientri nelle loro categorie. Non escludono la possibilità che Gesù sia il Messia, ma reclamano un segno cui siano abituati, intellegibile, decodificabile. Ma mancano degli strumenti adatti per discernere il significato cui esso rimanda, è la carne che li muove, non è lo Spirito che li guida nella comprensione delle Scritture, della Storia, dei segni.
Anche se apparentemente religiosa e secondo tradizione, la questione che essi pongono sale dalla pancia, dall’esperienza della sazietà che restringe inesorabilmente il campo visivo all’istinto primordiale, mangiare per vivere. Il miracolo è schiacciato su una prospettiva tutta immanente, il Cielo è solo una finestra che si apre per sfamare gli appetiti, risolvere i problemi, provvedere alle necessità. E’ questo il criterio che muove i loro occhi e le loro menti, ed appare evidente quando confondono l’umanissimo Mosè con Dio stesso. Essi non superano le sembianze, idolatrano la creatura dimenticando il Creatore. Fissano lo sguardo sulla carne pur guardando al Cielo. Come ciascuno di noi, che confondiamo gli eventi della nostra vita quali prodotti delle nostre o delle altrui forze, siano essi positivi o negativi. Dio aggiusta, aiuta, collabora, elargisce qualche strumento perchè noi si possa operare, ma nulla di più. “Aiutati che Dio ti aiuta”, frase assurta al rango di Parola di Dio mentre di essa nella Scrittura non v’è traccia.
Per questo, quando le cose girano diversamente dai nostri progetti, quando non siamo esauditi nelle nostre preghiere, mormoriamo, ci chiudiamo, e tagliamo con Dio. La nostra relazione con Lui non è altro che una spruzzatina di zucchero a velo sulla torta che ci sforziamo di preparare. E Gesù oggi spiazza noi come ha spiazzato i Giudei che lo seguivano. Non è stato Mosè, ma Dio stesso a dare il Pane del Cielo, e, volgendo il verbo dal passato al presente, Gesù annuncia che l’azione di Dio non è ferma ad un momento di cui si attende la ripetizione. Mosè era un segno per il Popolo, un indicatore di Dio stesso. Non le opere degli uomini, fossero anche profeti, ma l’Opera di Dio. La fede è l’Opera di Dio perchè è incastonata nella sua stessa esistenza, nel suo amore che dona, senza riserve, la Vita. La manna, il pane del Cielo, è un segno che sfugge ai limiti dello spazio e del tempo, è il Cielo stesso che appare sulla terra; paradossalmente, proprio nel suo corrompersi giorno dopo giorno, richiama a una dipendenza quotidiana, di ogni istante, la stessa che costituiva Adamo ed Eva nel Paradiso come creature libere e felici, nude e senza difese, abbandonate al proprio Creatore. La manna annuncia il Cielo, il riposo escatologico, la Terra Promessa, il destino d’ogni uomo. Per questo solo il venerdì era concesso prenderne doppia razione, profezia del giorno senza tramonto dove non vi sarà più bisogno di nulla perchè l’amore di Dio colmerà eternamente ogni uomo.
Così si comprende l’annuncio di Gesù, il suo dichiararsi Pane della Vita. L’accostarsi a Lui, il credere, cioè il mangiare, istante dopo istante, la sua stessa Vita è la vera e definitiva sazietà. Lui è Dio stesso, il Cielo approdato sulla Terra, la Vita che non muore e che si fa cibo, manna da accogliere, semplicemente, giorno dopo giorno, rinnovando l’abbandono fiducioso alla sua Opera. Passare dalla carne allo Spirito, odiare padre, madre, figli, fratelli, finanche la propria vita per seguire Lui, lasciando che sia Lui ad operare in noi. “La fede non ha permanenza di per se stessa. Non la si può mai semplicemente presupporre come una cosa già in se conclusa. Deve continuamente essere rivissuta. E poiché è un atto, che abbraccia tutte le dimensioni della nostra esistenza, deve anche essere sempre ripensata e sempre di nuovo testimoniata” (da La fede della Chiesa di Roma, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993). Solo la fede che cresce e si rinnova in un continuo andare a Cristo ci fa capaci di accogliere quello che realmente il nostro cuore desidera; non avere più fame, non dover più operare perchè gli altri ci sazino con pani che non sfamano, affetti, consolazioni, gioie che passano in un istante. Lasciamoci oggi stupire dal Signore, abbandonando quei criteri attraverso i quali filtriamo tutto, e accogliamo il segno che ci è dato, Gesù stesso, Dio fatto pane, amore sbriciolato per ciascuno di noi.

San Giustino (circa 100 -160), filosofo, martire
Prima Apologia, 67.66 ; PG 6, 427-431

«Il pane del cielo, quello vero »

Nel giorno chiamato “del Sole” [la domenica] ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne, e si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo consente. Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere; e, come abbiamo detto, terminata la preghiera, vengono portati pane, vino ed acqua, ed il preposto, nello stesso modo, secondo le sue capacità, innalza preghiere e rendimenti di grazie, ed il popolo acclama dicendo: “Amen”.

Questo cibo è chiamato da noi Eucaristia, e a nessuno è lecito parteciparne, se non a chi crede che i nostri insegnamenti sono veri, si è purificato con il lavacro per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e vive così come Cristo ha insegnato. Infatti noi li prendiamo non come pane comune e bevanda comune; ma come Gesù Cristo, il nostro Salvatore incarnatosi, per la parola di Dio, prese carne e sangue per la nostra salvezza, così abbiamo appreso che anche quel nutrimento, consacrato con la preghiera che contiene la parola di Lui stesso e di cui si nutrono il nostro sangue e la nostra carne per trasformazione, è carne e sangue di quel Gesù incarnato. Infatti gli Apostoli, nelle loro memorie chiamate vangeli, tramandarono che fu loro lasciato questo comando da Gesù, il quale prese il pane e rese grazie dicendo: “Fate questo in memoria di me, questo è il mio corpo”. E parimenti, preso il calice e rese grazie disse: “Questo è il mio sangue”; e ne distribuì soltanto a loro (Mt 26,26s; 1 Cor 11,23s)… Ci raccogliamo tutti insieme nel giorno del Sole, poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, creò il mondo; sempre in questo giorno Gesù Cristo, il nostro Salvatore, risuscitò dai morti.