dal Vangelo secondo Mt 21,28-32 

In quel tempo, Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò.
Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò.
Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Dicono: “L’ultimo”.
E Gesù disse loro: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

E’ splendido il Vangelo di oggi, che rivela un aspetto vero e fondamentale della vita cristiana. Da un lato le false certezze di chi presume di “farcela”, d’essere pronto a compiere la volontà di Dio, il pelagiano moralista che crede di poter risolvere le questioni con le sue sole forze. Dall’altro lato la fotografia di un comunissimo e realissimo “carnal mormoratore”. L’allora Card. Ratzinger affermava in una Conferenza: “La Chiesa può sorgere solo là dove l’uomo accetta la sua verità, e questa verità consiste precisamente nel fatto che egli ha bisogno della grazia. Dove l’orgoglio gli preclude questa conoscenza, egli non trova la strada che porta a Gesù”.

Su tutto invece, risplende la Grazia che coinvolge la natura. Essa, come diceva San Tommaso d’Aquino, non la cancella ma la trasforma: “Gratia non tollit naturam, sed perficit”, “la grazia di Dio non distrugge la natura umana, ma la porta alla perfezione”. Spesso il primo impulso di fronte ad una Volontà Divina che non ci piace è un moto di fastidio; “ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi” insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 407). E’ un’esperienza comune rifiutare di primo acchitto le situzioni sgradevoli. Le ferite del peccato originale non sono solo un’idea.

Per questo la pagina del Vangelo di oggi è la sintesi forse più profonda di quel che davvero accade nel cuore d’un uomo bagnato dalla Grazia. Di uomini, donne, reali e carnali, non semplici angeli passati per caso sulla terra. Per questo Gesù parla delle prostitute e dei pubblicani che hanno accolto la Buona Notizia di Giovanni, la possibilità di salvezza che si schiude dalla conversione, il cui frutto più evidente è il pentimento. Insegna ancora il Catechismo che “il mistero dell’iniquità (2 Ts 2,7) si illumina soltanto alla luce del mistero della pietà. La rivelazione dell’amore divino in Cristo ha manifestato ad un tempo l’estensione del male e la sovrabbondanza della grazia” (N. 385)

E’ stata questa l’esperienza dei peccatori in fila silenziosa per ricevere il battesimo di Giovanni. Un cuore contrito e umiliato che Dio non disprezza. L’unico atteggiamento possibile, un cuore frantumato dalle Parole di Grazia dell’Annuncio Evangelico. La Parola ascoltata, accolta e sigillata per mezzo dello Spirito Santo: “La preparazione dell’uomo ad accogliere la grazia è già un’opera della grazia. Questa è necessaria per suscitare e sostenere la nostra collaborazione alla giustificazione mediante la fede, e alla santificazione mediante la carità. Dio porta a compimento in noi quello che ha cominciato: « Egli infatti incomincia facendo in modo, con il suo intervento, che noi vogliamo; egli porta a compimento, cooperando con i moti della nostra volontà già convertita» (Sant’Agostino, De gratia et libero arbitrio, 17, 33: PL 44, 901)” come puntualizza ancora il Catechismo (N. 2001).

Ne restano fuori coloro che, chiusi in un malinteso atteggiamento “religioso”, presumono d’aver capito, d’essere a posto. I tanti “giustizieri” che, immaginandosi perfetti o quasi, s’arrogano il diritto di dispensare scudisciate a destra e a manca contro le tante ingiustizie che insanguinano il mondo. Non che non si debbano denunciare le ingiustizie e i peccati, ma è la superbia che fa suonare anche le più sacrosante verità d’una musica falsa ed ipocrita. Gli strepiti dei Catari e Manichei d’ogni tempo che giudicano, dimenticando d’esserne responsabili esattamente come tutti gli altri. L’allora Card. Ratzinger definiva questo vizio come il pelagianesimo dei pii. “Essi non vogliono avere nessun perdono e, in genere, nessun dono da Dio. Essi vogliono essere in ordine, non perdono ma giusta ricompensa. Vorrebbero sicurezza, non speranza… un diritto alla beatitudine. Manca loro l’umiltà essenziale ad ogni atto d’amore, l’umiltà di ricevere doni al di là del nostro agire o meritare… Così questo pelagianesimo è un’apostasia dall’amore e dalla speranza, ma, in profondità, anche dalla fede. Il cuore dell’uomo allora diventa duro verso gli altri, verso se stesso e verso Dio… Mette se stesso nel diritto e un Dio che non collabora diventa suo nemico.” (J. Ratzinger, Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità).

Non a caso il Signore, ancora una volta, ci presenta una parabola con due figli, per ricordarci che l’apparenza inganna. Quanti genitori, educatori e pastori si lasciano abbacinare dalla parvenza di giustizia sfoderata dai pelagiani pii. Quanto rancore, quanta menzogna si nasconde dietro agli atteggiamenti pseudo – remissivi dei nostri figli, dei giovani, e non solo. Spesso è proprio sotto la scorza più dura, come ad esempio fu quella di San Francesco Saverio, che invece si cela un cuore docile, contrito, balbettante il desiderio di obbedire. Ignazio di Loyola confidava al segretario della Compagnia Polanco: “Tra i primi compagni, l’impasto più grezzo che mi capitò di maneggiare fu il giovane Francesco Saverio”. A volte occorre guardare ai nostri figli come a dei pubblicani e a delle prostitute, e non si tratta di un’iperbole. Metterli controluce, al chiarore del Vangelo di oggi, e lasciare che si svelino le forme autentiche del loro intimo, le loro debolezze, i loro peccati. Per aiutarli, per amarli laddove si trovano. Guardarli senza sconti, per illuminare l’ipocrisia che cela la paura, e la paura travestita da arroganza. Per accompagnare, l’uno e l’altro, sul cammino della volontà di Dio, ciascuno secondo la propria natura. Disinnescare il pelagianesimo incipiente nel figlio perfettino, e sciogliere l’acido polemico che scorre nel figlio ribelle. Educare entrambi nella certezza che la Grazia supplisce e completa sempre la natura, qualunque essa sia, senza distruggerla, come al contrario vorremmo fare noi, per toglierci d’impaccio e respirare un po’ di pace. Basta invece non prendere abbagli e confondere le diverse nature: per questo è necessario restare aggrappati alla Parola di Dio, e, alla sua luce, discernere momento per momento.

Ma i due figli sono anche il paradigma di ogni relazione: quante liti potrebbero essere evitate se, invece di arrestarsi ai primi moti dell’animo altrui, alle resistenze e alle mormorazioni, sapessimo guardare oltre, con gli occhi di Dio. Egli non guarda l’aspetto, punta sempre diritto al cuore; anche quello del marito quando torna nervoso e accidioso da una giornata di lavoro e trascura sua moglie; o quello della moglie, presa nelle ragnatele dei suoi pensieri, o affogata tra pannolini, capricci e crisi adolescenziali dei figli, e vomita tutto sul marito appena rientrato; anche quando il primo impatto è con un cumulo di macerie, vite distrutte, franate sotto le scosse dei peccati. Gli occhi del Padre sanno intercettare sempre la vita che si nasconde sotto i calcinacci della storia dei propri figli. Come anche l’inganno celato dietro i villini a schiera di esistenze “a posto”, senza crepe e storture.

Come quelle, tutta apparenza, dei principi dei sacerdoti e degli anziani del popolo, ma non solo. E’ infatti un atteggiamento diffuso e non lontano da noi, dalle nostre famiglie, dai nostri uffici, dalle file agli uffici postali, dalle nostre riunioni di condominio, dalle vie trafficate che ci conducono ai posti di lavoro o ai luoghi delle vacanze. E sembra impossibile che il nostro cuore possa cambiare, che la pietra divenga carne. Ma c’è la Grazia. Essa è come una goccia d’acqua che instancabilmente scivola su un pezzo di ferro sino a corroderlo e a frantumarlo. E’ ferro il nostro cuore oppresso dalle concupiscenze, dalle passioni, dal peso d’un passato non riconciliato. Dai peccati accumulati in una vita. Ed è acqua pura e silenziosa la Grazia che nel tempo lo bagna attraverso la predicazione, la Parola di Dio, i sacramenti, le persone e i fatti che Dio manda alla nostra vita, come in un cammino di conversione che spezzetta l’uomo vecchio sino a lasciarlo cadavere nelle acque del battesimo. Siamo duri e cocciuti, ma di tutto è più forte la Grazia d’amore del Signore.

C’è una figura nella letteratura che illustra magistralmente l’opera silenziosa della Grazia nel cuore dell’uomo. E’ Kristin, la protagonista del romanzo “Kristin figlia di Lavrans”. «L’ultimo pensiero chiaro [è scritto nelle ultime pagine, quando Kristin sta per morire] che ebbe fu che sarebbe morta prima che quei segni [i segni fatti misteriosamente da Dio sulla sua mano] fossero scomparsi, e la cosa le fece un gran piacere. Era un miracolo, qualcosa di incomprensibile, ma una cosa certa: Dio, ella lo sapeva, aveva stretto un patto con lei, un patto d’amore col quale la legava a sé in eterno, indipendentemente dalla sua volontà [la volontà ferita, il primo impulso di fronte ai fatti, alle tentazioni, un impulso che spesso si risolve in una catena di impulsi e anche, drammaticamente, di peccati], dai suoi pensieri terreni, questo amore era esistito sempre in lei [vi è un grido dello Spirito Santo al fondo del cuore di ciascuno, per quanto corrotto sia, un grido che non si può sopprimere e che accompagna l’uomo sino all’ultimo istante dell’agonia, un grido che può spegnersi solo con lo spirare, e per questo ogni uomo è un mistero e la Chiesa non può assolutamente dire chi sia sceso all’inferno, pur decretandone dogmaticamente l’esistenza], questo amore aveva agito come il sole sulla terra che dà alla fine i suoi frutti. Questi frutti nessuno avrebbe potuto distruggerli, né il fuoco dei desideri carnali, né l’orgoglio, né l’ira folle. Era stata serva di Dio, anche se ribelle, restìa, infedele nel cuore, con una preghiera falsa sulle labbra; una serva maldestra, insofferente davanti alla fatica, indecisa, ma Dio aveva voluto mantenerla lo stesso al suo servizio».

Kristin era stata una donna ferita, ma non mortalmente. La sua carne non era la parola definitiva sulla sua esistenza. La Grazia, inspiegabilmente, misteriosamente, l’aveva condotta ed ora, al crepuscolo della vita, le stigmate incancellabili dell’Amore divino le si svelavano. Nell’infedeltà la Fedeltà. Nell’incoerenza, la Coerenza. Nella carne la Grazia. E lei v’era stata. Era lì. Forse non avrebbe voluto, forse le sue labbra avranno detto mille volte che no, non ci sarebbe andata in quella vigna. Ma si trovava, ora, al limite estremo dell’esistenza, proprio lì, in quella vigna tante volte negata. E vi aveva lavorato e faticato, il sudore d’ogni giorno; e non se n’era accorta. Il mistero della santità è tutto racchiuso in questo sguardo rivolto alla vita dalla soglia del Cielo: “Chi ha fatto tutto questo nella mia vita?”.

Farisei e sapientoni, ritti dinanzi all’altare, s’illudono di poter ringraziare per aver operato povere opere di carne senza Grazia alcuna. I pubblicani e le prostitute nascosti nella penombra dell’umiltà non alzano neanche lo sguardo. Ogni loro istante carnale è pregno di Grazia, la chiave per il Cielo. «Dopo l’esilio della terra, spero di gioire furtivamente di te nella Patria; ma non voglio accumulare meriti per il cielo: voglio spendermi per il tuo solo amore […]. Alla sera di questa vita comparirò davanti a te con le mani vuote; infatti non ti chiedo, o Signore, di tener conto delle mie opere. Tutte le nostre giustizie non sono senza macchie ai tuoi occhi. Voglio perciò rivestirmi della tua giustizia e ricevere dal tuo amore l’eterno possesso di te stesso… » (Santa Teresa di Gesù Bambino, Atto di offerta all’Amore Misericordioso). L’Avvento è anche questo, ogni giorno l’anticipo dell’ultima sera della nostra vita, le nozze eterne con l’eterno amore. Per Lui, anche oggi, ogni nostra miseria, per noi, anche oggi, ogni Sua Grazia. Perchè, dopo aver visto le meraviglie del suo amore, possiamo convertirci ed entrare nel Regno preparato per noi. Non siamo migliori di nessuno, anzi. I nostri occhi hanno visto quello che molti avrebbero voluto vedere, e siamo ancora così chiusi e superbi… Che il Signore addolcisca il nostro cuore sino a convertirlo davvero; che possiamo abbandonarci al suo amore, nella consapevolezza di essere stati perdonati in anticipo, come diceva Santa Teresina, ma non per questo meritevoli di nulla. Umili, dietro a quanti non hanno visto se non un piccolo barlume della Luce potente che ha rischiarato la nostra vita, e, accogliendo la verità palese che preclude ogni difesa, si sono convertiti. Umili, seguiamo le orme dei piccoli che ci precedono nel cammino verso il gaudio eterno, l’Avvento del Signore.

San Pietro Crisologo (circa 406-450), vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa
Discorsi, 167; CCL 248, 1025, PL 52, 636 (Matthieu commenté, DDB 1985, p. 34, trad. italiana)

«È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto»

Giovanni Battista insegna con le parole e con le azioni. Da vero maestro mostra con l’esempio ciò che afferma con le labbra. Il sapere fa il maestro, ma è l’esempio che conferisce l’autorità… Insegnare attraverso le azioni è l’unica regola di chi vuole istruire. L’istruzione con le parole è il sapere; ma quando passa attraverso le azioni, diviene virtù. Quindi il sapere è autentico se unito alla virtù: solo quest’ultima è divina e non umana…

«In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: ‘Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!’» (Mt 3,1-2). «Convertitevi». Perché non dice piuttosto: «Rallegratevi»?  «Rallegratevi perché le realtà umane cedono il posto a quelle divine, le terrestri alle celesti, le momentanee alle eterne, il male al bene, l’incertezza alla sicurezza, la tristezza alla felicità, le cose che passano a quelle che resteranno per sempre. Il Regno dei cieli è ormai vicino. Convertitevi». Sia chiara la tua condotta di convertito! Tu che hai preferito l’umano al divino, che hai voluto essere schiavo del mondo piuttosto che vincitore del mondo col Signore del mondo, convertiti. Tu che hai perso la libertà che ti avrebbero dato le virtù perché ti sei sottoposto al giogo del peccato, convertiti; convertiti davvero tu che, per paura di possedere la Vita, ti sei consegnato alla morte.