di Don Antonello Iapicca

Mt 23,1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse  alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.
Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘‘rabbì’’ dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare ‘‘rabbì’’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno ‘‘padre’’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare ‘‘maestri’’, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.
Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.

IL COMMENTO

L’intimità. Viviamo dissipati tra mille rivoli, impegni, affetti, hobby, parole, oggetti. E non abbiamo tempo per l’intimità. Cerchiamo fuori quello che potremmo trovare dentro. Come Esaù, che ha perduto primogenitura e benedizione paterna perchè le aveva disprezzate scappando da se stesso e dalla sua realtà. Girovagava fuori dalla tenda, smarrendo per via l’intimità con suo padre. Certo, lo rallegrava con la sua cacciagione, ma v’era qualcosa di più importante che correr dietro alle prede. Maria ad esempio, a differenza di Marta, lo aveva capito, e ha scelto la parte migliore. Come Giacobbe, che avrà in eredità la benedizione e la primogenitura. La sua stessa astuzia, che ne caratterizza l’umanità, mostra come, al di là dei peccati e della debolezza, l’unica cosa davvero necessaria sia l’intimità profonda con Dio. Essa mancava agli scribi e ai farisei. La loro vita era tutta proiettata al di fuori. Gesù stesso li riproverò, ammonendoli sul fatto che erano intenti a pulire solo l’esterno del bicchiere, lasciando all’interno, nel cuore, furti e rapine. Allargavano i filatteri, “custodie” cubiche di cuoio contenenti piccoli rotoli di pergamena che recavano scritti alcuni passi della Torah, fissate con cinghie alla parte superiore del braccio e alla fronte, segno di amore per la Parola, pervertendone la funzione a prorpio uso e consumo. Dal servizio alla Parola alla Parola assunta a proprio servizio. Filatterio significa “luogo in cui si conserva”: i farisei ne avevano fatto il tabernacolo della loro ipocrisia. Come noi, pronti ad azzannare ogni Grazia, a convertire tutto in legge, ad usare tutto per soddisfare i nostri bisogni. Quante medaglie ci mettiamo per stabilire, in ogni rapporto, i “giusti” equilibri. E quante preghiere ostentate, quanta affettata umiltà, disponibilità, mitezza. Quante frange di menzogne per carpire benevolenza, stima, prestigio. Negli affari religiosi, come negli affari “profani”. Menzogna ed ipocrisia, le nostre medaglie, superficie luccicante a nascondere un terribile vuoto.

Le parole di Gesù del Vangelo di oggi ci raggiungono oggi sul nostro cammino quaresimale. E ci interrogano, ci chiamano ad una conversione profonda. A rientrare in noi stessi, a chiudere le porte del cuore, degli occhi e della bocca, e cercare con insistenza nostro Padre. Il Signore ci chiama nella Sua tenda, nella Sua casa, nella Sua famiglia. Ci invita a restare con Lui, a chiedere a Lui ciò di cui abbiamo bisogno, a non abbandonarlo per rivolgerci alle troppe cisterne screpolate che mai potranno saziare la nostra sete. Viviamo protesi all’esterno, come i farisei e gli scribi, e facciamo tutto perchè s’accorgano di noi, senza ricavarne nulla. Allunghiamo la mano verso il frutto che crediamo possa renderci felici, e ci ritroviamo con un pugno di mosche. Cerchiamo posti d’onore, ci piace farci chiamare con titoli altisonanti, anche le parvenze d’umiltà sono, spesso, simulacri dell’orgoglio che ci divora. Ma vi è un criterio che ci può aiutare a capire quanto la nostra vita sia gettata all’esterno, dissipata in mille rivoli, senza nessuna intimità vera e reale con il Signore. L’amore. Quello vero, che si fa servo, che siede all’ultimo posto, che si inchina dinnanzi a chiunque, che offre la proria vita. Gratuitamente. E’ questa la grandezza che sgorga da una profonda intimità con il Signore. Intimità che ci fa una sola cosa con Lui, che ci trasforma in Lui. A questo siamo chiamati, a questo ci guidano le parole di Gesù. Imploriamo dunque in questa quaresima, la Grazia dell’intimità con il Signore per gustare la dolcezza del Suo amore, e vivere con pienezza ogni nostro istante. “Vorrei dire a tutte le anime quali sorgenti di forza, di pace e anche di felicità troverebbero se provassero a vivere in questa intimità con Dio” (Beata Elisabetta della Trinità).