dal vangelo secondo Mt 23,1-12
 
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.
Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘‘rabbì’’ dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare ‘‘rabbì’’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno ‘‘padre’’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare ‘‘maestri’’, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.

Il commento di don Antonello Iapicca

Viviamo dissipati tra mille rivoli, impegni, affetti, hobby, parole, oggetti, e non abbiamo tempo per l’intimità. Cerchiamo fuori di noi quello che potremmo trovare dentro. Ogni uomo è “fugitivus cordis sui”, si allontana dal suo proprio cuore (S. Agostino, Enarratio in psalmum 57,1). Come Esaù, che ha perduto primogenitura e benedizione paterna, disprezzate scappando da se stesso e dalla sua realtà. “Uomo della campagna”, girovagava fuori dalla tenda, smarrendo per via l’intimità con suo padre. Certo, lo rallegrava con la sua cacciagione, ma vi era qualcosa di più importante che correre dietro alle prede per soddisfare suo padre. Giacobbe “uomo tranquillo e semplice, che viveva nelle tende” (Gen. 25,27), lo aveva compreso e per questo avrà in eredità la benedizione e la primogenitura. Ohella tenda, è anche sinonimo di una Beth Midrash; questa è una sala di studio (letteralmente una “Casa di Interpretazione” o “Casa di Apprendimento”), è differente dalla sinagoga, anche se molte sinagoghe vengono usate anche come batei midrash o viceversa. Rashi (Rabbi Shlomo Yitzhaqi, uno dei più famosi commentatori della Scrittura del medioevo), commentando la vicenda di Giacobbe, spiega come egli stesse nelle “tende di Shem e Eber” nelle quali studiava la Torah. La tenda dell’intimità con la Parola, dove gustare la beatitudine annunciata dal Salmo 1: Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, Ma nella Torah del Signore trova la sua gioia, la sua Torah medita giorno e notte. È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. La beatitudine dell’intimità con Dio si realizza attraverso la “ruminatio”, la meditazione assidua della sua Parola. In ebraico, meditare – hagah significa “mormorare”, sussurrare. E’ il linguaggio dell’amore! Il ripetere, senza sosta, le parole che raccontano quello che il cuore sta vivendo; l’amore condensato in poche, essenziali, parole, o meglio, in una Parola, l’unica che salva. Il Nome dell’Amato che sgorga dal cuore come da una fonte limpida che tutto purifica e rende bello, e santo. Come la Vergine Maria, che meditava parole e avvenimenti serbandoli come un tesoro nel fondo del cuore. L’intimità che mancava agli scribi e ai farisei. Gesù li riproverò, ammonendoli sul fatto che erano intenti a pulire solo l’esterno del bicchiere, lasciando all’interno, nel cuore, furti e rapine. Allargavano i filatteri pervertendone la funzione a proprio uso e consumo; questi infatti erano “custodie” cubiche di cuoio contenenti piccoli rotoli di pergamena che recavano scritti alcuni passi della Torah, fissate con cinghie alla parte superiore del braccio e alla fronte, segno di amore per la Parola. Filatterio significa “luogo in cui si conserva”: costituivano una sorta di piccola Beth Midrash, la tenda dove Giacobbe aveva appreso la Torah, il luogo dell’intimità che si faceva memoria incessante, il segno di una relazione speciale ed esclusiva, la fedeltà alla Parola “conservata”, appresa, interpretata e meditata nel cuore. I farisei invece ne avevano fatto il tabernacolo della loro ipocrisia: dal servizio alla Parola alla Parola assunta a proprio servizio. Tutto compiuto per essere ammirati dagli uomini. Le preghiere, i filatteri, le frange del Tallid, ridotti ad oggetti esposti nella vetrine del proprio ego; e poi la ricerca dei saluti, e i primi posti, e l’usurpazione della Cattedra di Mosè, la cui autorità costituiva la matrice di ogni altra autorità sul Popolo. Scribi e farisei affermavano di parlare in nome di Mosè, colui che aveva ricevuto la Torah direttamente da Dio. I rabbini del dopo esilio avevano codificato la Toràh in una serie sconfinata di 613 precetti da osservare per essere un buon giudeo. Al tempo di Gesù l’osservanza di tutti i precetti della Torah erano considerati un giogo pesante da portare: i precetti erano suddivisi in due parti: 248 positivi corrispondenti al numero delle membra del corpo umano e 365 negativi, uno per ogni giorno dell’anno solare. La Toràh deve essere osservata con tutta la persona (248 ossa) e questo impegno deve durare tutto l’anno (365 giorni). Quando un non ebreo chiedeva di convertirsi all’ebraismo gli si spiegava come fosse duro portare il giogo della Toràh per scoraggiarlo (Talmud, Berakot 30b). La Parola di libertà, l’amore rivelato sul Sinai era diventato un fardello caricato sul Popolo e che, nonostante l’ostentata osservanza, i farisei e gli scribi neanche sfioravano. Perchè il loro cuore era lontano da Dio. Pretendevano per sé e per i loro precetti l’autorità di Mosè, ma non avevano che il moralismo cieco della propria carne. La loro religiosità era come le battute di caccia di Esaù, goffi tentativi di comprarsi la benevolenza di Dio. Amavano invece la gloria degli uomini, di essa si cibavano, non importava loro la Gloria di Dio, che abita in un cuore umiliato e affranto.

Come noi, pronti ad azzannare ogni Grazia, a convertire tutto in legge, ad usare tutto e tutti per soddisfare i nostri desideri, concupiscenze, bisogni ed esigenze. Quante preghiere ostentate, quanta affettata umiltà, disponibilità, mitezza per carpire benevolenza, stima, prestigio. Negli affari religiosi, come negli affari “profani”. Seduti sulla cattedra di Mosè, pretendiamo di dare disposizioni a destra e a manca. Cerchiamo posti d’onore, ci piace farci chiamare con titoli altisonanti, anche le parvenze d’umiltà sono, spesso, simulacri dell’orgoglio che ci divora. Ma il Signore ci chiama oggi nella sua tenda, nella Beth Midrash della sua intimità. Ad inginocchiarci ai piedi dell’unico Maestro, come Maria, ed ascoltare e apprendere a vivere dell’unica cosa di cui abbiamo bisogno, la sua Parola di misericordia. A restare nella sua intimità ai piedi della Croce, l’autentica cattedra di Mosè sulla quale è seduto il Maestro crocifisso. A ruminare, istante dopo istante, la verità e la bellezza di questo suo amore trafitto, inchiodato ai passi della nostra storia: a contemplare, meditare, vivere, nell’intimità con Lui, il suo amore pronto ad offrirsi in noi per il marito, la moglie, i figli, i colleghi, persino ai nemici. Nella tenda, immagine della Chiesa, della comunità concreta nella quale la Provvidenza ci ha posti, possiamo sperimentare l’assurdo, l’illogico, lo scandalo di un Dio che si inginocchia dinanzi a me e a te per lavarci i piedi, per perdonarci e purificare ogni passo deposto sui sentieri del male. E’ ora dinanzi a noi, è Dio ed è nostro servo. E’ l’unico Maestro, il solo Rabbì proprio perchè mite e umile di cuore, dal quale imparare l’arte dell’amore, dell’autentico servizio, nascosto e semplice, come una nuova natura che assorbe e compie la natura incapace di donarsi. E’ Maestro perchè ascolta il profondo del cuore di ciascun cuore, accogliendo e comprendendone i desideri più profondi, gli stessi deposti da suo Padre. Maestro capace di insegnare con l’autorità di chi conosce, e per questo ha misericordia, essendo stato provato in tutto come ciascun discepolo; Rabbì ai cui piedi sedersi nella certezza di essere esauditi, secondo la pienezza della volontà di Dio. In Lui ogni maestro sulla terra, ogni vescovo, presbitero, educatore, può attingere lo Spirito e i suoi sette doni, quello effuso dalla cattedra della Croce: solo in essa ogni insegnamento si fa autentico, purificato nel crogiuolo dell’amore, raffinato nel fuoco della gratuità. Nella Beth Midrash che è la Chiesa, lasciarsi afferrare dal suo sguardo che ci rivela l’unico Padre, dal quale ha origine ogni paternità sulla terra. Imparare ad abbandonarsi ad Abbà, all’unico Papà che ci fa padri nel Padre, perchè figli nel Figlio; padri come Abramo, annunciatori e fedeli trasmettitori della fede e per questo patriarchi di una moltitudine immensa. Imparare a non farsi padri per mezzo della carne ma dell’autentica paternità, quella della misericordia celeste, nella quale essere figli obbedienti per generare, nella fede, figli obbedienti alla stessa volontà di Dio. In Lui infatti nasce e da Lui scaturisce ogni autorità; come quella di Mosè, la cui cattedra era sempre rivolta alle parole del Padre, nell’intimità della montagna, la preghiera assidua dalla quale “discendere” per annunciare, con zelo eparresia, l’unica verità capace di generare figli liberi e pronti a donarsi. E’ Gesù che ha compiuto la Torah con tutto il suo corpo, con tutta la sua mente, con tutto il suo cuore, ogni giorno della storia, ruminando giorno e notte la Parola del Padre. E’ Lui che ci dona la Torah come un giogo leggero, la Parola da sussurrare in un dialogo d’amore che schiude ad una vita santa. E’ Lui che, con la Croce, ha riaperto la porta dell’intimità con il Padre. Nell’intimità crocifissa con Lui nella storia di ogni giorno, uniti a Lui sull’albero che dà frutto a suo tempo e che non secca mai, possiamo vivere la beatitudine per la quale siamo nati, quella del Servo che ha consegnato la propria vita per amore, l’opera autentica e riuscita pronta ad incarnarsi e compiersi in ciascuno di noi.

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È POSSIBILE RAGGIUNGERE LA SANTITÀ ATTRAVERSO LO STUDIO?. F. Manns

SCRIBI

Matteo 23: una polemica contro l’ebraismo