dal vangelo secondo Mt 18, 12-14

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 
Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Sono io. Si, quella pecora smarrita sono io. Per me il Signore ha percorso un cammino infinito, dal Cielo alla terra. E, sulla terra, sino a me, alla mia vita, oggi. E com’è oggi la mia vita, quali sono i sentieri che sto percorrendo, quali pascoli vado cercando? Ho dimenticato la fonte d’acqua viva, come Esaù sono uscito dalla tenda per cercare da mangiare, seguendo gli istinti confusi così spesso con le intuizioni. Sono scappato, preso da un’irrefrenabile frenesia di cambiare foraggio, suvvia sempre lo stesso… Ho smarrito il cammino vagando dietro ad altri compagni. Ho perso il pastore, la sua voce ormai lontana sembra non potermi più  raggiungere. E angoscia, e fame, e solitudine. E lacrime, sono precipitato in una valle di lacrime. Io e il peccato mio tra le mani. Quel giudizio tagliente. Quella concupiscenza indomata. Quell’idolatria assassina. Io, solo, perduto.

Ma mentre me ne andavo sui passi del peccato il Signore era già alla mia ricerca. Si, proprio mentre saliva gagliarda la violenza dal mio cuore e seminavo di morte il mio cammino, Lui era sulle mie tracce. Amore infinito. Un fuoco d’amore ad attirarlo verso di me. “Se homo non peccasset, Filius hominis non venisset”, così S. Agostino: “Se l’uomo non avesse peccato, il Figlio dell’uomo non sarebbe venuto”. Il peccato, e il Salvatore. La scena del mondo, del mio mondo e della storia di ciascuno è nella verità di entrambi. E’ vero il mio peccato. E’ vero il Salvatore. E’ vero il Suo amore. Anche se fossi l’unico peccatore di questa terra e della storia.

Non è scontato questo amore. “Che ve ne pare?” ci chiede oggi il Signore. Lasciamoci scrutare sino al profondo del nostro cuore. Chi lascerebbe il guadagno sicuro di novantanove pecore per andare a cercare un’unica pecora dispersa, senza alcuna certezza di trovarla, senza sapere se sia viva o morta, o sbranata dai lupi e così inutilizzabile per lana e carne? Chi metterebbe a repentaglio il successo assicurato, il valore acquisito, le certezze conquistate, i progetti avviati, per qualcosa di piccolo, probabilmente senza alcuna speranza di utile? Chi lascerebbe la parrocchia piena di fratelli avviati ad un pascolo tranquillo per un fratello traviato, l’unico, scappato, perduto, ostinato nei suoi peccati, cieco nei suoi inganni? Chi, facendo due lucidi calcoli, si sognerebbe di rischiare la vita per un’unica pecora, avendone messe al sicuro novantanove? Chi, dinanzi alla logica stringente di teologia ed esperienza, come dinanzi all’evidenza di anni scivolati senza concludere nulla di quanto creduto, sperato, sofferto, sarebbe disposto a ricominciare tutto da capo? Chi sarebbe disposto ad azzerare il contachilometri del cammino fallimentare nei confronti di una sola persona, dura, cocciuta, decisa a fare per conto suo, dimenticando le certezze accumulate con novantanove pecore obbedienti, semplici, secondo i canoni e gli schemi “santi , giusti e puri” della religione, della missione, della famiglia, della Chiesa? Chi è così libero da se stesso, dagli anni accumulati e dalle ragioni raccolte nella mente e nel cuore, da ripresentare, ogni giorno, dinanzi alle mille speranze frustrate, la propria vita, il proprio corpo, la propria mente ed il proprio cuore come un foglio completamente bianco, nell’assoluta certezza che Dio può stupire e compiere l’impossibile? Chi è così abbandonato a Dio e al suo cuore da credere che davvero per Lui mille anni sono come un giorno solo, e che ciò che non è accaduto in tanto tempo può compiersi in un istante? E, soprattutto, chi è così radicalmente folle da prendere i suoi pensieri, le ragioni, le esperienze, la mente e il cuore, di prete, di padre, di madre, di fratello, di sorella, e caricare il tutto di legna salendo il Moria dell’assurda immolazione all’illogica logica di Dio? Chi è così libero, e innocente, da rinunciare a tutto, per gettarsi nell’impresa di cercare e salvare quel rapporto perduto, quell’amico diventato nemico, quella pecora stolta? Chi può rinunciare alla propria vita al punto di accettare che Dio sconvolga decenni di certezze, di conclusioni cementate dall’esperienza, di arguzie e discernimenti “forgiati sul campo”? Chi? Solo Gesù Cristo!

Egli è l’unico che ha nel cuore cento pecore, sempre. Anche quando una scappa, si perde, lo rifiuta, lo bestemmia, spezza l’Alleanza, lo tradisce, e distrugge la propria vita e dilapida la primogenitura e le Grazie ad essa legate. Gesù non cancella nessuno, non considera nessuno spacciato, sino alla fine. Per Lui è sua pecora anche la peggiore, la più ribelle; anche quella che lo umilia, e lo calunnia, e lo uccide… E’ una sua pecora sempre, parte della sua eredità consegnatagli dal Padre: cento ne ha ricevute, cento vuole portare all’ovile eterno del Cielo. Per questo ha lasciato che calpestassero il suo onore, la propria volontà, gli schemi messianici nei quali era stato educato, il suo stesso essere Figlio di Dio, sino a terminare su una croce come il peggiore dei bestemmiatori. Ogni progetto, ogni logica, e che logica!, tutto è saltato, ed in Lui, Pastore buono gettato alla ricerca della pecora perduta, la peggiore e senza umana speranza, si è svelato il pensiero di Dio. Lontano da quello umano come il cielo sovrasta la terra, come l’oriente dista dall’occidente. Il pensiero di Dio su chi ci è vicino, e si è fatto il più lontano, l’amico che mangiava con noi e ci ha tradito, vendendoci per trenta stupide monete. Uno sguardo e un pensiero che non ci appartengono, contabili pii e saggi quali crediamo di essere, mentre ci stringiamo alle novantanove certezze e dimentichiamo nell’inferno quella pecora che Dio ci ha dato come un tesoro unico e prezioso da custodire e amare. E nel fondo lo sappiamo, per quanto cerchiamo di rimuovere, di darci ragione con le nostre ragioni, di dirci che abbiamo fatto tutto il possibile e che ora basta, il confine della libertà altrui è invalicabile, e che vada per la propria strada… Ma la strada di quell’unica pecora così strana da perdersi, da uscire dai nostri schemi, è proprio quella che siamo chiamati a percorrere, l’imprevisto che fa saltare il banco delle nostre precarie certezze. Se non è presente all’appello del branco, al sicuro dell’ovile, per quanto si brighi e si ragioni, ci lascia il cuore inquieto; ed è il segnale che siamo nati per amare davvero, al di là di ogni ragione, per sperare contro ogni speranza, e per accogliere tutti, senza distinzione, nel nostro cuore. Quell’unica pecora che ci è sfuggita, che non ha accolto il nostro amore, le nostre cure, parla al nostro cuore: è il Signore stesso che, in lei, ci chiama alla luce della verità. Forse gli sforzi che abbiamo profuso hanno dimenticato chi quella pecora fosse realmente, e abbiamo tentato di rinchiuderla nei nostri criteri. O forse no, forse è stata davvero così perversa da rigettare il nostro amore, da rifiutarci e tradirci. Il fatto è che ora manca all’appello. E fa parte di noi, dell’eredità che Dio ci ha dato nel momento stesso in cui ci ha pensato e chiamato all’esistenza. Non saremo noi stessi sino a che non l’avremo ritrovata, issata sulle spalle e ricondotta a Dio. Ma come? Per questo non esiste manuale di teologia o di pastorale; è un affare dello Spirito Santo, dell’amore di Dio che, riversato nei nostri cuori, li rende docili alla sua follia, allo zelo che rade al suolo ogni umana sapienza, per far posto ad una misericordia che spinge a cercare laddove nessuno si avventurerebbe. Lo Spirito che ci fa giungere ad un centimetro dalla pecora perduta, ad accettare le sue fughe, ad aver pazienza, a ricominciare la ricerca, a rinunciare ad ogni piano e progetto di recupero, a lasciare che sia Dio a determinare tempi e modi. Lo Spirito di libertà che fa amare senza misura, senza sperare nulla donando tutto! Lo Spirito che ha mosso il Signore a cercarci nell’inferno nel quale ci siamo mille volte cacciati.

Per me Egli ha dato la Sua vita. Vera, intinta nei giorni che ha vissuto, la sua vita offerta in sacrificio. Per me ogni goccia del suo sangue. Per me l’umiliazione, la passione, la croce. Lui per me. Ha lasciato tutto e si è gettato sulle mie tracce: mi ha desiderato ardentemente. Il suo amore era già accanto a me, lì dov’è abbondato il peccato ha sovrabbondata la Grazia, e con essa la Gioia. Stretto dal suo abbraccio sono finalmente salvo, e libero. Che gioia rivedere il Signore. Come Pietro sulle sponde del Mare di Galilea, come quella sera di Pasqua con i suoi compagni impauriti e nascosti nel cenacolo. Anche loro perduti. Come i due compagni di Emmaus sulla strada del ritorno, pieno di delusione, alla solita vita, all’immenso sconforto d’una speranza svanita, perduti nei loro pensieri. E lì, nello sconforto, nella valle di lacrime che è tutta la nostra vita, lì può vibrare il cuore di gioia purissima. L’incontro di due così diversi eppure fatti l’uno per l’altro. “Ossa delle mie ossa, carne della mia carne”, sono queste le parole del Pastore al ritrovare la sua amata pecora smarrita.

“Mia colomba, mia perfetta”, la mia anima, perduta e ritrovata, la Sposa amata del Cantico dei Cantici. Sì, sei Tu Signore che mi cerchi da dietro la grata dei miei segreti, sei tu che balzi al mio incontro, sei tu che guardi dalla finestra in ascolto della mia voce, sei tu che bussi al mio cuore. Oggi, con questa sofferenza, con questa angoscia, con questa insoddisfazione, con questa Croce. Sei Tu che mi ami nei minuti di questa mia vita, sei Tu che mi cerchi, la tua sete di me accende in me la mia sete di Te.

Essere trovato in Te, ecco la Vita, ecco la gioia. Nessuna condanna, è svelato l’inganno d’una vita sperduta. La tua gioia invade il mio cuore. E’ passata, anche oggi è svanita la paura della morte che già m’afferrava la gola, sei Tu Signore ed io sulle tue spalle, ferito, piagato, ma salvo. Nessuno, ma proprio nessuno dei piccoli andrà perso. Nessuno di noi. Anche oggi il cuore è in attesa, Lui è alle porte, la salvezza è vicina. Così come, nel fondo dei peccati, delle incomprensioni, dei giudizi e delle divisioni, ogni pecora che è sfuggita dal nostro ovile, aspetta il nostro cuore immerso in quello di Cristo. Che il Signore ci conceda un desiderio ardente di ritrovare e amare quanti si sono allontanati, non importa per quale motivo. Che il nostro cuore sia dischiuso nella libertà senza limiti, nella speranza che supera ogni criterio, nell’amore struggente che, testardamente, non vuole che nessun piccolo sia perduto. Perchè la gioia autentica, il destino per il quale siamo nati, ci è dato come primizia nel ritrovare chi era perduto! E’ questa l’intimità con Dio, la partecipazione ai suoi sentimenti, il pensare con il suo pensiero. La sua gioia in noi, ed è, finalmente, gioia piena! La gioia di chi, al di là di ogni ragionamento, di ogni calcolo, di ogni speranza, ritrova il volto di chi aveva perduto! La gioia della misericordia! E’ in essa che si fa presente il Paradiso, esattamente come ci dice oggi il Signore. Quanti fratelli mancano all’appello del nostro cuore! Gettiamoci allora con Cristo sulle loro tracce, cerchiamoli come discepoli del Pastore, e gusteremo la gioia vera, che sgorga dall’incontro insperato dove l’amore ha ragione della carne, profumo inconfondibile del Cielo, l’ovile che tutti ci attende.

Basilio di Seleucia ( ?-circa 468), vescovo
Omelia 26, sul Buon Pastore; PG 85,299 (Bouchet, Lectionnaire, p. 219, trad. italiana)

«Si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite»

Guardiamo Gesù, il nostro pastore; vediamo il suo amore  per gli uomini e la sua dolcezza nel condurli al pascolo. Gioisce delle pecore che lo circondano, cerca quelle che si smarriscono. Non rifiuta di percorrere monti e foreste, attraversa precipizi per raggiungere quella perduta. Se la trova affaticata è mosso a compassione e, presala sulle spalle, cura la fatica della pecora con la propria fatica. E’ una fatica che lo riempie di gioia, poiché ha ritrovato la pecora perduta e ciò lo guarisce dal dolore: «Chi tra voi – egli dice – se ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove nel deserto, per andare in cerca di quella perduta finché non l’ha ritrovata?»

La perdita di una sola pecora turba la gioia di tutto il gregge, ma la gioia di essere di nuovo insieme scaccia ogni tristezza: «Ritrovatala, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta» (Lc 15,6). Ecco perché Cristo, che è questo pastore, diceva: «Io sono il buon pastore» (Gv 10,11). «Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata» (Ez 34,16).