di Don Antonello Iapicca

Mt 6, 7-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

IL COMMENTO

Chiacchieriamo e ci piace inttrattenerci con le parole. Talk-show e salotti, il piacere della  parola. Soprattutto gridata, brandita come un’arma, la regina di questa società travestita come uno show, apparenza pura spacciata per “reality”. Mentre la realtà rivelata nella Scrittura è che il mondo nasce da una Parola. Seria e precisa. Una Parola: “Sia la luce”. E la luce fu. Una Parola che si compie, la Parola fatta carne nella pienezza dei tempi. Una Parola, l’unica, che salva. Una Parola viva che dà la vita. La Parola che smaschera le vuote parole di tutti noi, orgasmi cervellotici per dirci che siam vivi, apparati mediatici rudimentali per metterci sotto i riflettori, e che si accorgano di noi. Parole mai pensate, sempre buttate. Tante, troppe. Inutili, false. Vuote. Parole purtroppo gettate alla rinfusa anche nelle preghiere. E illusioni di fede e speranza, virtù strangolate dalle troppe nostre parole. Parole che sgorgano da cuori impazziti, orfani senza certezze. Per pregare davvero occorre una certezza. Una sola. Che siamo figli. E il Padre nel Cielo ci ama infinitamente, e sa tutto di noi, conosce ogni piega della nostra vita, anche quello che ci agita nell’ombra e che è nascosto alle stesse nostre coscienze. Pregare con fede, la certezza che Dio è nostro Padre. Lui ci ama. Ci ha sempre amato e mai smetterà di amarci. Lui perdona, ed è Padre soprattutto perdonando. Lui sa che abbiamo bisogno d’essere perdonati. Per questo basta alzare gli occhi del cuore e sussurrare “Papà”, il perdono è lì, è sufficente aprire la porta, socchiudere le labbra. Come il figliol prodigo che s’era preparato un bel discorso, parole da dire, parole per spiegare, parole per implorare. E il Padre, già da tempo sulla finestra, aspettando suo figlio con il cuore traboccante di compassione, sapendo già ciò di cui il figlio aveva bisogno. Il Padre che gli corre incontro, lo accoglie in un abbracco e gli permette una sola parola: “PADRE”. L’abbraccio spegne ogni altra parola. Padre, che declina perdono, per ciascun figlio. Più dell’aria che respiriamo abbiamo bisogno d’amore, di misericordia e di perdono. La santità del nome di Dio incarnata nell’uomo, il pane quotidiano imprescindibile per vivere, il Suo Regno che giunge tra noi, la sua volontà per ogni uomo, la salvezza e la liberazione dalla tirannia del maligno, il perdono, la forza capace di abbattere la tentazione. Il cuore di Dio, d’un Padre con le viscere di madre. Abbà, papà infatti era, in particolare, l’invocazione con la quale i piccoli bambini ebrei si rivolgevano al loro padre, come ricorda il Talmud: “quando un bambino gusta il sapore del grano ( cioè, quando comincia a farfugliare le prime parole), impara a dire Abbà (in italiano babbo, in francese papà , in tedesco Vati, in inglese Daddy) e imma, (mamma)”. Papà. La preghiera del Figlio nel Giardino dell’angoscia, la preghiera dei figli redenti nel Figlio. Una quaresima di figli abbandonati totalmente nelle braccia del loro Padre. Che il Signore ci conceda di vivere così in questa quaresima, silenziosi, umili, fiduciosi. Come Figli.

Commento al Vangelo di :

Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
No Greater Love

La preghiera dei figli di Dio

Per essere feconda, la preghiera deve venire dal cuore e poter toccare il cuore di Dio. Vedi come Gesù ha insegnato a pregare ai suoi discepoli. Ogni volta che diciamo “Padre nostro”, Dio, ne sono sicura, rivolge lo sguardo sulle sue mani, proprio dove ci ha disegnati: “Ti ho designato sulle palme delle mie mani” (Is 49,16). Egli contempla le sue mani, e ci vede, qua, accucciati fra di esse. Che meraviglia, la tenerezza di Dio!

Preghiamo, diciamo il “Padre nostro”. Viviamolo e allora saremo dei santi. Qui c’è tutto: Dio, io, il prossimo. Se io perdono, allora posso essere santo, posso pregare. Tutto viene da un cuore umile; se avremo tale cuore, sapremo come amare Dio, amare noi stessi e amare il nostro prossimo (Mt 22,37s). Non c’è in questo nulla di complicato, eppure noi complichiamo tanto le nostre vite, gravandole di tanti sovrappesi; una sola cosa conta: essere umili e pregare. Quanto più pregherete, tanto meglio pregherete.

Un bambino non incontra nessuna difficoltà ad esprimere la sua intelligenza candida in termini semplici che dicono molto. Gesù non ha forse fatto capire a Nicodemo che occorre diventare come un bambino (Gv 3,3)? Se pregheremo secondo il Vangelo, permetteremo a Cristo di crescere in noi. Prega dunque con amore, come un bambino, con l’ardente desiderio di amare molto e di rendere amato colui che non lo è.