Dal Vangelo secondo Luca 10,21-24. 

In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. 
Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». 
E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 
Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono». 

COMMENTO di don Antonello Iapicca



La nostra piccolezza è la gioia del Signore. Molto di più: Lui esulta per il mistero di una rivelazione riservata ai piccoli. Questo Vangelo è un’autentica bomba. Sconvolge ogni criterio, azzera la sapienza della carne. Il Padre ha voluto rivelare ai pitocchi “queste cose”, i misteri del Regno, suo Figlio stesso, la Verità unica che fonda la vita, la storia, il passato, il presente, il futuro. A quelli che scorrono anonimi nella storia, quelli di cui nessuno si accorge, gli ultimi. Ad essi è rivelato il Regno dei Cieli. La beatitudine più grande, quella posta come incipit del Discorso della montagna: Beati i poveri perchè di essi è il Regno dei Cieli. Ai piccoli è concesso di vedere e udire quello che neanche ai Profeti e ai Re è stato dato. I piccoli vedono e ascoltano Cristo. E Lui esulta di gioia perchè si può donare totalmente a loro, che nulla hanno in questa vita, nulla.

Non si tratta solo di povertà economica. E’ l’assoluta indigenza spirituale, umana, affettiva, ancor prima che quella materiale. La piccolezza che al nascere ci accomuna tutti e contro la quale, in diversi modi, lottiamo senza tregua. Non possiamo accettare di essere disprezzati, non compresi, rifiutati. Ci è impossibile accettare d’essere quel che siamo, tutto intorno e dentro di noi ci spinge a superare i nostri limiti. Nessuno che ci abbia detto che proprio nell’indigenza e nella totale precarietà che ci definisce è nascosto il segreto dell’unica beatitudine. Il risultato è sotto i nostri occhi. A livello planetario come a livello familiare, come a quello della nostra personale esistenza. Della felicità, quella vera che nulla può togliere, non vi è traccia. Ma oggi, in questo inizio di Avvento, la gioia prorompente di Gesù vuole raggiungerci e contagiarci, assorbirci nella verità che ci può rendere davvero liberi. Piccolezza infatti è sinonimo di verità. Siamo piccoli, nudi e bisognosi di tutto: ci svegliamo dal sonno ed è esattamente come quando siamo nati. Fragili, incapaci di tutto, capaci solo di piangere e strillare. Ovvio che non si tratta delle capacità umane, dell’abilità nel lavoro, in cucina o dove sia. Siamo incapaci di amare al di là della morte, di offrire senza condizioni la nostra vita, di consegnarla a chi ci vuole male. “Senza di me non potete fare nulla”, e Gesù non scherzava.

Ma se non possiamo amare sino alla fine, oltre il limite imposto dalla carne, siamo morti, il veleno della corruzione sta già infettando le nostre cellule; chi non ama rimane nella morte scrive San Giovanni. La storia concreta che viviamo è il purissimo amore con il quale il Padre provvede alla nostra felicità; sì, proprio tutto quello che sembra distruggerci è invece la fonte della gioia incorrotta. E’ questa la bomba contenuta nelle parole di Gesù. I discepoli erano appena tornati dalla missione, inviati come pecore in mezzo ai lupi, nudi e senza denaro, alla mercè del mondo. Avevano annunciato il Vangelo, avevano portato agli uomini il Regno ricevuto in dono. Un Regno che non ha confini, la cui unica legge, l’unico alimento, l’unica atmosfera è l’amore infinito di Dio. Un Regno che viene dal Cielo, il destino ultimo di ogni uomo consegnato ai più piccoli e inutili uomini della terra. Al vederli tornare Gesù esulta nello Spirito santo. Così come esulta al nostro ritorno quotidiano dalle fatiche e dai travagli del lavoro, della scuola, della famiglia. Piccoli e indifesi siamo gettati nel mondo come neonati, perchè nel mondo appaia l’impensabile: un amore senza condizioni, donato e basta. L’unica verità, l’unico approdo, l’unica beatitudine.

Piccoli. Essere quello che siamo. A questo siamo chiamati! Senza artifici, mendicanti di tutto per poter vivere. Figli. Perchè piccoli. Cultura, idee, immaginazioni, ideali. Nulla, solo una “mediocrissima quotidianità”, la nostra vita di ogni giorno, nascosta alle cineprese dell’effimero, nota solo al Padre che vede nel segreto. La vita nascosta con Cristo in Dio, la vita nostra. I sospiri, le lacrime, i dolori, le ansie, le preoccupazioni, l’apparente inutilità di cose sempre uguali, la stessa fermata dell’autobus, le stesse scartoffie, gli stessi libri, gli stessi banchi al mercato. E partorire figli, educarli sui cammini della fede, lavorare per sostenerli, o restare legati ad una missione a volte impossibile, la fedeltà nascosta di ore consumate nell’ombra. Piccoli, inutili. Cuccioli bagnati ai lati delle strade delle storia.

Se questa è oggi la nostra realtà, rallegriamoci. Sono per noi i segreti di Dio, l’intimità preparata per chi non ha nulla di cui gioire e godere, la prossimità di chi, un “nulla” per il mondo, eredita ogni istante il Regno dei Cieli. Piccoli per stare nel cuore di Cristo, mite ed umile di cuore. Piccoli per esser ricolmi di Lui. E in Lui, ogni piccolezza, ogni evento che ci fa insignificanti, che ci nasconde alla platea della storia, che ci umilia, che ci rende poveri e mendicanti, ogni istante che ci fa piccoli è pura grazia, un dono del Cielo. Una carezza del Signore che ci fa, ogni vlta, più vicini, più Suoi. Ogni istante un passi in più sui sentieri del Cielo. E beati i nostri occhi, che vedono il Suo volto, l’unico capace di saziare ogni nostro desiderio, al di là d’ogni immaginazione.


Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori, (1696-1787), vescovo e dottore della Chiesa
3° Discorso per la novena di Natale (Biblioteca IntraText, Novena del Santo Natale, III)

“Hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”

Oh quanto dobbiamo più noi ringraziare Dio, che ci ha fatti nascere dopo la venuta del Messia! Quanti maggiori beni abbiamo ricevuto noi dopo la Redenzione fatta da Gesù Cristo! Quanto desiderò Abramo, quanto desiderarono i profeti, i patriarchi dell’antico testamento di veder nato il Redentore! ma non lo videro. Assordarono per così dire i cieli coi loro sospiri e colle loro preghiere. Esclamavano: «Piovete, o cieli, ed inviate a noi il Giusto!… Mandate l’Agnello Signore sulla terra» (Is 45,8; 16,1 Vulg)…; e così regnerà nei cuori degli uomini, che in questa terra vivono miseramente schiavi del demonio. Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la salvezza» (Sal 84,8). «Dimostrate su presto a noi, o Dio delle misericordie, la più gran misericordia che voi ci avete già promessa, cioè il nostro Salvatore». Così dunque esclamavano e sospiravano i santi, ma con tutto ciò, per lo spazio di quattromila anni non ebbero la sorte di veder nato il Messia.

Noi sì abbiamo avuta questa fortuna. Ma che facciamo? come ce ne sappiamo avvalere? Sappiamo amare quest’amabile Redentore che già è venuto, che già ci ha riscattato dalle mani dei nostri nemici, ci ha liberati colla sua morte dalla morte eterna …, ci ha aperto il paradiso, ci ha fornito tanti sacramenti e tanti aiuti per servirlo ed amarlo con pace in questa vita e per andare poi a goderlo nell’altra… Troppo saresti ingrata al tuo Dio, anima mia, se non l’amassi, dopo che ha voluto essere legato dalle fasce, affinché tu fossi liberata dai lacci dell’inferno; dopo che si è fatto povero, per far te partecipe delle sue ricchezze, dopo che si è fatto debole, per dare a te la fortezza contro i tuoi nemici; dopo che ha voluto patire e piangere affinché le sue lacrime lavassero i tuoi peccati.

Benedetto XVI. Il Vangelo rivelato ai piccoli

Cari fratelli e sorelle,

le parole del Signore, che abbiamo ascoltato poc’anzi nel brano evangelico  (Luca 10, 21 24), sono una sfida per noi teologi, o forse, per meglio dire, un invito a un esame di coscienza: che cosa è la teologia? che cosa siamo noi teologi? come fare bene teologia? Abbiamo sentito che il Signore loda il Padre perché ha nascosto il grande mistero del Figlio, il mistero trinitario, il mistero cristologico, davanti ai sapienti, ai dotti — essi non l’hanno conosciuto —, ma lo ha rivelato ai piccoli, ai nèpioi, a quelli che non sono dotti, che non hanno una grande cultura. A loro è stato rivelato questo grande mistero.

Con queste parole il Signore descrive semplicemente un fatto della sua vita; un fatto che inizia già ai tempi della sua nascita, quando i Magi dell’Oriente chiedono ai competenti, agli scribi, agli esegeti il luogo della nascita del Salvatore, del Re d’Israele. Gli scribi lo sanno perché sono grandi specialisti; possono dire subito dove nasce il Messia: a Betlemme! Ma non si sentono invitati ad andare: per loro rimane una conoscenza accademica, che non tocca la loro vita; rimangono fuori. Possono dare informazioni, ma l’informazione non diventa formazione della propria vita.

Poi, durante tutta la vita pubblica del Signore troviamo la stessa cosa. È inaccessibile per i dotti comprendere che questo uomo non dotto, galileo, possa essere realmente il Figlio di Dio. Rimane inaccettabile per loro che Dio, il grande, l’unico, il Dio del cielo e della terra, possa essere presente in questo uomo. Sanno tutto, conoscono anche Isaia 53, tutte le grandi profezie, ma il mistero rimane nascosto. Viene invece rivelato ai piccoli, iniziando dalla Madonna fino ai pescatori del lago di Galilea. Essi conoscono, come pure il capitano romano sotto la croce conosce: questi è il Figlio di Dio.

I fatti essenziali della vita di Gesù non appartengono solo al passato, ma sono presenti, in modi diversi, in tutte le generazioni. E così anche nel nostro tempo, negli ultimi duecento anni, osserviamo la stessa cosa. Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo: che Gesù era realmente Figlio di Dio, che il Dio trinitario entra nella nostra storia, in un determinato momento storico, in un uomo come noi. L’essenziale è rimasto nascosto! Si potrebbero facilmente citare grandi nomi della storia della teologia di questi duecento anni, dai quali abbiamo imparato molto, ma non è stato aperto agli occhi del loro cuore il mistero.

Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernardette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia « non scientifica », ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura; fino ai santi e beati del nostro tempo: santa Giuseppina Bakhita, la beata Teresa di Calcutta, san Damiano de Veuster. Potremmo elencarne tanti!

Ma da tutto ciò nasce la questione: perché è così? È il cristianesimo la religione degli stolti, delle persone senza cultura, non formate? Si spegne la fede dove si risveglia la ragione? Come si spiega questo?

Forse dobbiamo ancora una volta guardare alla storia. Rimane vero quanto Gesù ha detto, quanto si può osservare in tutti i secoli. E tuttavia c’è una « specie » di piccoli che sono anche dotti. Sotto la croce sta la Madonna, l’umile ancella di Dio e la grande donna illuminata da Dio. E sta anche Giovanni, pescatore del lago di Galilea, ma è quel Giovanni che sarà chiamato giustamente dalla Chiesa « il teologo », perché realmente ha saputo vedere il mistero di Dio e annunciarlo: con l’occhio dell’aquila è entrato nella luce inaccessibile del mistero divino.

Così, anche dopo la sua risurrezione, il Signore, sulla strada verso Damasco, tocca il cuore di Saulo, che è uno dei dotti che non vedono. Egli stesso, nella prima Lettera a Timoteo, si definisce « ignorante » in quel tempo, nonostante la sua scienza. Ma il Risorto lo tocca: diventa cieco e, al tempo stesso, diventa realmente vedente, comincia a vedere. Il grande dotto diviene un piccolo, e proprio per questo vede la stoltezza di Dio che è saggezza, sapienza più grande di tutte le saggezze umane.

Potremmo continuare a leggere tutta la storia in questo modo. Solo un’osservazione ancora. Questi dotti sapienti, sofòi e sinetòi, nella prima lettura, appaiono in un altro modo (lsaia 11,1-10). Qui sofìa e sìnesis sono doni dello Spirito Santo che riposano sul Messia, su Cristo. Che cosa significa? Emerge che c’è un duplice uso della ragione e un duplice modo di essere sapienti o piccoli.

C’è un modo di usare la ragione che è autonomo, che si pone sopra Dio, in tutta la gamma delle scienze, cominciando da quelle naturali, dove un metodo adatto per la ricerca della materia viene universalizzato: in questo metodo Dio non entra, quindi Dio non c’è. E così, infine, anche in teologia: si pesca nelle acque della Sacra Scrittura con una rete che permette di prendere solo pesci di una certa misura e quanto va oltre questa misura non entra nella rete e quindi non può esistere. Così il grande mistero di Gesù, del Figlio fattosi uomo, si riduce a un Gesù storico: una figura tragica, un fantasma senza carne e ossa, un uomo che è rimasto nel sepolcro, si è corrotto ed è realmente un morto. Il metodo sa «captare» certi pesci, ma esclude il grande mistero, perché l’uomo si fa egli stesso la misura: ha questa superbia, che nello stesso tempo è una grande stoltezza perché assolutizza certi metodi non adatti alle realtà grandi; entra in questo spirito accademico che abbiamo visto negli scribi, i quali rispondono ai Re magi: non mi tocca; rimango chiuso nella mia esistenza, che non viene toccata. È la specializzazione che vede tutti i dettagli, ma non vede più la totalità.

E c’è l’altro modo di usare la ragione, di essere sapienti, quello dell’uomo che riconosce chi è; riconosce la propria misura e la grandezza di Dio, aprendosi nell’umiltà alla novità dell’agire di Dio. Così, proprio accettando la propria piccolezza, facendosi piccolo come realmente è, arriva alla verità. In questo modo, anche la ragione può esprimere tutte le sue possibilità, non viene spenta, ma si allarga, diviene più grande. Si tratta di un’altra sofìa e sìnesis, che non esclude dal mistero, ma è proprio comunione con il Signore nel quale riposano sapienza e saggezza, e la loro verità.

In questo momento vogliamo pregare perché il Signore ci dia la vera umiltà. Ci dia la grazia di essere piccoli per poter essere realmente saggi; ci illumini, ci faccia vedere il suo mistero della gioia dello Spirito Santo, ci aiuti a essere veri teologi, che possono annunciare il suo mistero perché toccati nella profondità del proprio cuore, della propria esistenza.

Amen.