di Fabrizio Bisconti
Tratto da L’Osservatore Romano

Non lontano dalla basilica di San Paolo fuori le mura, sulla via Ostiense – luogo di tante  riflessioni e scoperte durante il trascorso anno paolino – lungo la via delle Sette Chiese si sviluppa la catacomba di Commodilla, che prende il nome, con ogni probabilità, dalla nobildonna romana che donò il terreno per la creazione del cimitero. La più antica definizione della catacomba, comunque, faceva riferimento ai santi Felice e Adautto, martirizzati, agli esordi del iv secolo, al tempo della persecuzione di Diocleziano, e sepolti nella lacinia di una cava di pozzolana abbandonata.

Una passio leggendaria, riferibile al vii secolo, ricorda le gesta salienti dei due martiri: Felice viene indicato come un presbitero o, addirittura, come un vescovo, condannato, in quanto cristiano, dal prefetto Draconiano. Mentre Felice veniva condotto al martirio, lungo la via Ostiense, presso un tempio pagano, dove sorgeva una pianta sacra alle divinità lì venerate, un giovane uscì dalla folla degli astanti, chiedendo di associarsi al martirio, tanto che venne definito Adauctus (“l’aggiunto”). Tutto questo – secondo l’autorevole testimonianza del martirologio geronimiano – accadde il 29 agosto. Tornando alla passione altomedievale, i due martiri furono sepolti nella profonda fenditura del tufo provocata dalle radici della pianta sacra. Con tale gesto si vuole “cristianizzare” un sito profondamente pagano. Tutte queste notizie, enfatizzate dalla pietà popolare, sorgono dal nucleo letterario rappresentato dal carme fatto incidere da Papa Damaso (366-384), quando si rinvennero i corpi dei due martiri; da quel momento si sviluppò un intenso sistema funerario ipogeo dove i cristiani del territorio seppellirono i loro defunti, per il culto che subito si diffuse nei confronti dei due santi. I sepolcri furono presto monumentalizzati con la creazione di una basilichetta sotterranea, già sistemata da Damaso e da Siricio (384-394), ma meglio definita al tempo di Giovanni i (523-526), secondo la preziosa testimonianza del Liber Pontificalis. L’ambiente ipogeo fu dotato di una doppia abside, con tracce di decorazioni pittoriche, una delle quali rappresenta la coppia dei martiri mentre acclama la Bibbia, raccolta in rotoli in una cista, mentre una mensa oleorum, per sostenere le lucerne accese dai devoti è stata rinvenuta nei pressi dell’area presbiteriale. La basilica ebbe una lunga vita, tanto che lavori di restauro vennero fatti eseguire da Papa Leone iii (795-817), mentre le reliquie dei martiri Felice e Adautto vennero donate da Papa Leone iv (847-855) alla consorte dell’imperatore carolingio Lotario (843-855), la regina Ermengarda.

Di lì a poco, l’intero complesso scomparve e solo nel maggio del 1595 Antonio Bosio lo intercettò di nuovo, anche se gli scavi sistematici furono avviati da Marcantonio Boldetti nel 1720 e, agli inizi del secolo scorso, venne liberata completamente la basilichetta, che mostrò affreschi bizantini splendidi, tra i quali una suggestiva icona di san Luca, una traditio clavium e la rappresentazione della martire Merita.

Ma l’affresco più celebre nel complesso è rappresentato dalla cosiddetta Madonna Turtura, pure riferito al vi secolo e, dunque, al tempo di Giovanni i: il quadro venne liberato faticosamente dalla terra nel gennaio del 1904, provocando l’emozione degli scavatori, anche per il perfetto stato di conservazione delle immagini, purtroppo infrante da un atto vandalico, che ridusse in frammenti lo splendido affresco, nella notte del 13 aprile del 1971. Di lì a poco, il pannello fu accuratamente ricostruito e ancora mantiene tutta la suggestione e il suo significato, che oscilla tra un intento funerario e un atteggiamento propriamente devozionale.

Protagonista della macroicona è la Madre di Dio assisa su un sontuoso trono gemmato, fornito di un cuscino rosso, di un alto schienale e di suppedaneo. La Vergine stringe, con la destra, una mappula, mentre sostiene, con la sinistra, il Bambino, che, a sua volta, tiene un rotolo sigillato. Maria indossa una palla purpurea, che sale sino al capo, dove spunta una candida mitella e calza scarpe rosse; Gesù veste, invece, un’avvolgente tunichetta dorata.

Ampi nimbi aurei circondano i loro volti e quelli dei martiri eponimi disposti simmetricamente ai due lati, l’uno giovane, a sinistra, l’altro più anziano a destra, definiti dalle didascalie +s (an)c (tus) Adautus e +s (an)c (tu)s Felis. Proprio Adautto presenta al cospetto della Vergine un’anziana defunta, di piccole dimensioni, ammantata di scuro, mentre reca un fascio di piccoli rotoli.

Se il pannello ricorda le rappresentazioni di Santa Maria Antiqua – sia la Vergine con il Bambino, sia la Madonna tra gli angeli – che ci accompagnerebbero verso il territorio semantico di tipo devozionale, la presenza della defunta assicura un’intenzione eminentemente funeraria. Lo ribadisce anche la struggente iscrizione dipinta, che il figlio della donna fa apporre ai piedi del grande affresco: “Raccogli, ora, o madre, le lacrime del figlio superstite che il dolore sparge; (…) dopo la morte del padre, ti preservasti casta per trentasei anni; così vedova ed integra ricopristi il ruolo di padre e di madre per il figlio Obas; di turtura il nome portasti, ma vera tortora fosti, per la quale, morendo il marito, non ci fu altro amore… qui riposa Turtura, che visse più o meno anni sessanta”.

Il nostro affresco si configura, così, come la monumentalizzazione iconografica di una sepoltura privilegiata, quella di una nobile vedova, che fu sepolta nella basilica dei Santi Felice e Adautto dal figlio Obas, proprio quando le catacombe di Commodilla stavano terminando la loro funzione funeraria per consegnare il testimone alla stagione della devozione dei pellegrini che, da ogni parte, giungevano a Roma per venerare le tombe dei primi campioni della fede, come testimoniano anche i molti graffiti tracciati pure sugli affreschi della nostra basilica.

Dal punto di vista figurativo, la rappresentazione pittorica recupera le scene di introduzione dei defunti al cospetto dei santi, dei martiri, di Cristo e di Maria di invenzione romana, ma propone già quelle peculiarità stilistiche care al linguaggio bizantino, che avvicinano la nostra rappresentazione mariana alle altre vere e proprie icone romane, le più antiche, sospese tra l’interminabile storia dell’arte devozionale dell’Urbe e la rivoluzionaria e ieratica stagione bizantina.