Margherita Hack«Io penso che l’universo sia infinito nel tempo e nello spazio, cioè sia sempre esistito e sempre esisterà». A dirlo non è Sara Tommasi, Piergiorgio Odifreddi o altri personaggi a completo digiuno di scienza, ma nientemeno che l’astrofisica Margherita Hack. Lo dichiara in “Il perché non lo so”, autobiografia in libro e dvd (il video è qui sotto) edita da poco da Sperling & Kupfer. Uno dei 27 libri scritti in 27 mesi, uno inevitabilmente più vuoto dell’altro come è stato sottolineato recentemente su “Il Foglio”.

Sembra incredibile che si possa rispolverare con tanta leggerezza il mito, così viene definito da Giovanni Bignami presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), dello stato stazionario e dell’universo eterno. Ma dov’è vissuta negli ultimi 50 anni l’astrofisica triestina, celebrata ovunque vada come celebrità e simbolo della scienza italiana? Lei stessa rispondendo imbarazzata a tutti questi deliranti elogi che addirittura la volevano come senatrice a vita, ha risposto: ««È un onore, ma non credo di meritarlo, non ho scoperto nulla».

Risale al 1964 la scoperta la Radiazione cosmica di fondo e il Big Bang, di cui essa è la radiazione elettromagnetica residua da esso prodotta, divenne ormai un fatto acquisito da tutti gli astronomi (o quasi), evento avvenuto 13,7 miliardi di anni fa dal quale nacquero anche spazio e tempo. Inoltre, oggi, come spiega Marco Bersanelli ordinario di Astrofisica all’Università di Milano e tra i responsabili scientifici della missione spaziale PLANCK dell’Agenzia Spaziale Europea, è «consolidata l’osservazione dell’abbondanza degli elementi leggeri primordiali in pieno accordo con le previsioni di una fase primordiale calda dell’universo», come fu la temperatura nei primi minuti dopo il Big Bang. Occorre infine citare la costante di Hubble che riguarda l’allontanamento delle galassie, con maggiore velocità per quelle più lontane esattamente come ci si aspetterebbe se tutta la materia avesse avuto inizio contemporaneamente, tanto che si può procedere a ritroso nel tempo fino ad un momento iniziale. Proprio per queste evidenze esiste un consenso quasi unanime sul fatto che l’Universo sia cominciato con il Big Bang (esistono anche ipotesi minori ma evitano di spiegare queste “prove”).

Appare dunque profondamente antiscientifico ritornare a teorizzare l’universo eterno, senza inizio e senza fine, come fa la Hack, presidente onoraria dell’UAAR (atei fondamentalisti italiani). La questione è chiaramente ideologica e lei stessa, nell’intervista realizzata, lo fa capire tra le righe: «sarebbe tutto più semplice se fosse così», che tradotto significa: “sarebbe tutto più semplice essere atei se l’universo non avesse avuto un inizio”. Effettivamente, lo scopritore del Big bang fu un gesuita, Georges Lemaître, e subito gli scienziati atei si opposero per motivi di natura filosofica essendo un’idea così compatibile con la Creazione. Anche Albert Einstein, che ateo non era, parlando con il gesuita astronomo disse: «Questa faccenda assomiglia troppo alla Genesi, si vede bene che siete un prete». Francis Collins, il genetista che ha sequenziato del DNA umano, oggi direttore del National Institutes of Health, ha sostenuto che il Big Bang «domanda a gran voce una spiegazione divina e infatti si accorda perfettamente con l’idea di un Dio Creatore trascendente. Non riesco a capire come la natura avrebbe potuto crearsi da sé. Solo una forza al di fuori del tempo e dello spazio avrebbe potuto fare una cosa simile» (“Il linguaggio di Dio”, Sperling&Kupfer 2007, pag. 63). Il celebre astrofisico Allan Sandage ha evidenziato che «con le conseguenze riguardanti la possibilità che gli astronomi abbiano identificato l’evento della creazione mette veramente la cosmologia vicino al tipo di teologia naturale medioevale che ha cercato di trovare Dio identificando la causa prima» (citato in “Solo lo stupore conosce”, BUR 2003, pag. 337).

Arno Penzias, fisico e premio Nobel, ha criticato il dogma di alcune persone che «non vogliono accettare l’evidenza osservativa che l’universo è stato creato, nonostante questo sia supportato da tutti i dati osservabili che l’astronomia ha prodotto finora». Queste persone «forse possono essere descritte come aventi un credo filosofico sull’eternità della materia. Queste persone non possono essere considerati scienziati oggettivi» (citato in “Cosmos, Bios, Theos”, Open Court Publishing Company 1992, pag. 5).

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